DEFINIZIONI Lemma:conflitto Definizione:
1) combattimento, scontro; per estensione, guerra: conflitto a fuoco; i due conflitti mondiali
2) urto, contrasto, lotta: conflitto sociale, di idee, di interessi; conflitto psichico, contrasto tra gli impulsi dell'inconscio e la sfera della coscienza, oppure tra due istinti o desideri incompatibili
3) contrasto tra autorità od organi politici, amministrativi o giudiziari: conflitto di competenza, di giurisdizione. Lemma:guerra Definizione:
1) lotta armata tra due o più stati o tra fazioni di uno stesso stato: guerra aerea, navale, terrestre; guerra atomica Lemma:pace Definizione:
1) condizione di un popolo o di uno stato che non sia in guerra con altri popoli o altri stati e non abbia situazioni di lotta armata al suo interno: tempo di pace
2) situazione di accordo ed armonia tra persone che vivono o lavorano insieme, stato di quiete
CONFLITTUALITÀ
La società umana è composta da gruppi umani. Questi gruppi venendo in contrasto si trovano ad avanzare pretese gli uni verso gli altri. Uno dei modi per far valere una pretesa il cui soddisfacimento non possa essere ottenuto con trattative o mezzi di pressione è la violenza organizzata, che può sfociare in varie gradazioni verso la guerra che rappresenta lo sbocco più cruento possibile delle situazioni conflittuali.
Il metodo democratico è il più importante tentativo sinora compiuto allo scopo di sostituire mezzi non violenti ai tradizionali mezzi violenti nella gara dei diversi gruppi per il possesso del potere.
L'essenza dello Stato democratico consiste nella costituzionalizzazione del diritto di resistenza: permettere alle diverse parti politiche, ai diversi gruppi umani di competere tra loro pacificamente per il raggiungimento di mete che al di fuori di quelle regole avrebbero grande probabilità di essere raggiunte con mezzi violenti.
L'esperienza storica ha dimostrato che i conflitti che la democrazia ha sinora dimostrato di regolare sono soltanto i conflitti interni ad un determinato sistema economico sociale.
La democrazia ha sostituito la lotta corpo a corpo con la discussione e con il voto che permettono al vinto di ieri di diventare il vincitore di domani senza spargimento di sangue.
GUERRA
La guerra è una disputa fra collettività che utilizzano mezzi violenti attorno a una percepita incompatibilità di interessi, spesso sorgente in campo internazionale.
Per violenza si intende l'uso della forza fisica intenzionalmente diretta all'effetto voluto da parte del soggetto attivo non consentita da parte del soggetto passivo.
Non tutti i conflitti sociali degenerano in conflitti violenti e non tutti i conflitti violenti degenerano in guerra e identificare le cause di tensione è un primo passo per stabilire uno stato di pericolo reale o potenziale.
Per facilitarne la comprensione i conflitti armati possono essere censiti secondo varie modalità tra cui:
- le cause scatenanti e l'individuazione della causa principale (tra queste vi sono: le dispute territoriali e sui confini; la decolonizzazione; il secessionismo; le rivalità etniche, religiose, o ideologiche; altri fattori culturali innati con tendenza alla ripetizione delle violenze con vendette e ritorsioni; la lotta per il controllo delle risorse ambientali e naturali e altri interessi economici; la povertà e il sottosviluppo e l'accesso alle risorse naturali e del mercato; il deficit democratico nelle dinamiche maggioranza/minoranza; l'assenza o il collasso di uno stato con crollo del sistema di autorità; la presenza di criminalità e la profittabilità della guerra con annesso commercio e traffico d'armi; la violazione dei diritti umani; gli equilibri tra le potenze e le solidarietà fra blocchi)
- l'intensità misurata generalmente con il numero di morti totali (con più di mille vittime si parla di alta intensità, fra cento e mille vittime si parla di media intensità, per meno di cento vittime si parla di bassa intensità)
- il tipo degli armamenti usati e la modalità (guerra convenzionale, nucleare, batteriologica, fredda, terroristica, ecc.)
- la scala (mondiale, internazionale, civile, etnica, mediante agenti esterni come mercenari e terze fazioni)
- la durata
La violenza ha sempre trovato di volta in volta da una parte e dall'altra i suoi apologeti.
Non vi è fine che gli uomini non abbiano considerato buono per giustificare una guerra: la potenza, il benessere, la pace, la libertà, la giustizia.
Nessuna condanna, da qualunque pulpito pronunciata ha mai fermato le guerre e mai guerra fu combattuta che non fosse considerata giusta da entrambi i contendenti in base alle più dotte dissertazioni.
Il modo più comune per accreditare la propria violenza è quello di affermare che la violenza propria è una risposta, l'unica risposta possibile in date circostanze alla violenza altrui.
Chi decide quale sia la violenza originaria e quale sia quella derivata? La violenza originaria è sempre per ognuno dei contendenti quella dell'altro.
Dalla parte di chi detiene il potere la violenza giustificata è quella che serve alla conservazione del potere, dalla parte di chi non detiene il potere viene giustificata la violenza opposta, quella che tende a distruggere il potere costituito per sostituirlo con un altro.
Soltanto a cominciare dalla rivoluzione francese e dall'epoca dei moti nazionali che caratterizzano gran parte della storia europea dell'800 la giustificazione della guerra ha portato ad attribuire un valore positivo anche alla violenza eversiva volta ad instaurare un ordine nuovo.
La teoria della guerra giusta ha costituito per secoli uno dei capitoli principali del diritto internazionale.
La teoria della guerra giusta legittimava questi tre tipi di guerra:
- la guerra di difesa
- la guerra di riparazione di un torto
- la guerra punitiva
Secondo questa teoria la guerra fu definita con un'analogia grossolana una procedura giudiziaria che a somiglianza del processo all'interno di un'ordinamento giuridico ha lo scopo di ristabilire un diritto offeso o di punire un colpevole.
Ma pur nel caso che la questione di fatto fosse evidente da non lasciar dubbi su chi avesse ragione, la procedura della guerra non offriva di per se' nessuna garanzia che la vittoria spettasse a chi avesse avuto ragione e la sconfitta a chi avesse avuto torto: la guerra è di fatto una procedura che permette di avere ragione a chi vince.
PACE, PACIFISMO E NONVIOLENZA
Nella sua accezione più generale pace significa assenza (o cessazione, soluzione, ecc.) di un conflitto.
Una volta definita la pace come non guerra la definizione di pace dipende dalla definizione di guerra. Nella coppia guerra-pace il secondo è quindi il termine debole.
Caduta l'llusione che l'avvento della pace sia un fatto naturale frutto dell'evoluzione dell'uomo il problema della pace è diventato un problema etico e morale.
Per pacifismo si intende ogni teoria (e il movimento corrispondente) che consideri ogni forma di guerra un male assoluto, la manifestazione di una fase superata della storia dell'umanità.
La pace cui mira il pacifismo non è una pace qualsiasi, non una pace basata sull'equilibrio del terrore come nel caso della GUERRA FREDDA e nemmeno una pace di impero o egemonia che si regge come nel caso della PAX ROMANA sulla forzata accettazione da parte del più debole di una situazione di asservimento. La pace cui mira il pacifista è una pace che venga istituita tra parti che non abbiano più rivendicazioni reciproche da avanzare e una pace di tipo universale che abbracci cioè tutti gli stati esistenti. I pacifisti ritengono anche che la pace sia una condizione necessaria ma non sufficiente per risolvere tutti i problemi dell'umanità e che debbano essere promossi di pari passo altri valori come la libertà, la giustizia sociale, l'eliminazione delle disuguaglianze e di altri fattori che possano risultare motivazione di guerre che possano causare addirittura l'estinzione del genere umano nel lungo periodo.
I non pacifisti negano che la guerra sia il male assoluto e ritengono che in certe circostanze la guerra sia un bene e la pace sia un male.
Opposte al pacifismo sono anche le dottrine imperialistiche: anche l'imperialista vuole la pace ma la pace d'impero che non è già la soppressione dei rapporti di forza ma la loro perpetuazione possibilmente in una cerchia sempre più ampia favorevole a sè stesso.
L'eliminazione della guerra deve andare di pari passo con l'abolizione di quelle situazioni di estremo malessere che appaiono a gruppi di uomini e a collettività anche vaste mali estremi che richiedano estremi rimedi, mali maggiori della peggiore guerra. Il massimo esempio che è possibile portare per confermare tale principio è l'attuale fenomeno degli attentati suicidi compiuti da kamikaze, ovvero da parte di persone disposte a sacrificare la propria vita per un obiettivo considerato a ragione o torto di interesse superiore.
La guerra può quindi apparire al disperato un male minore, fino al tragico paradosso del sacrificio della propria stessa vita, questo indipendentemente dalle valutazioni in merito al fatto che queste scelte estreme possano essere prese nel nome del trionfo di una religione, motivazione per cui viene spontaneo domandarsi anche quale aberrante interpretazione di una religione possa essere quella che spinga a immolarsi uccidendo altri innocenti in autobus, treni, o altri luoghi pubblici. Ma di pari passo occorre segnalare le altrettanto aberranti interpretazioni religiose di chi pensa di andare ad esportare la libertà bombardando, sicuro di avere Dio dalla propria parte.
Ci si aspetterebbe che una religione, una qualunque religione, debba incitare all'amore, alla fratellanza e alla comprensione e non certo all'omicidio indiscriminato.
Il pacifismo attivo presuppone un'etica, è una presa di posizione che impegna personalmente colui che la assume. Il pacifismo attivo si propone di dimostrare non solo che la guerra non è necessaria ma anche che non è buona e presuppone di conseguenza una critica delle giustificazioni della guerra.
La transizione auspicata è quella ad una società dove si verrà sviluppando una forma di convivenza tale da rendere sempre più improbabile la guerra come mezzo per risolvere i conflitti.
Il pacifismo si esplica nei seguenti modi:
- agisce in funzione del disarmo
- ritiene che per abolire le guerre bisogna abolire l'attuale sistema dei rapporti internazionali fondati sulle nazioni attraverso la creazione di un sistema superstatale universale, procedendo di federazione in federazione sino alla federazione mondiale
- agisce sugli uomini in quanto ritiene che la radice della guerra risiede nella natura umana e nei suoi istinti ancestrali onde per cui l'uomo deve essere emendato attraverso una riforma morale e/o religiosa, con l'aiuto dell'educazione e della cultura se non addirittura mediante una terapia scientificamente controllata come è stato liberato dalla lebbra e dal colera.
Tra i pacifisti vi sono anche i fautori della nonviolenza che si ispirano direttamente o indirettamente alla teoria e alla pratica di Gandhi.
Le tecniche della nonviolenza collettiva sono quelle che mirano ad agire sul potere economico (boicottaggio, sabotaggio, ecc..) e quelle che mirano ad agire sul potere politico (disobbedienza civile).
Il risultato che generalmente le varie tecniche della nonviolenza collettiva riescono a raggiungere è quello di paralizzare, di mettere in difficoltà l'avversario; non è già quello di ridurlo totalmente all'impotenza e tantomeno di distruggerlo, servono a rendere l'avversario inoffensivo e non a offenderlo.
DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE ALLA NASCITA DELL'ONU
Dalla fine della seconda guerra mondiale l'umanità è stata capace di produrre centinaia e centinaia di conflitti armati causando decine di milioni di morti.
La violenza bellica si è perpetuatata in ogni angolo del pianeta contraddicendo il nuovo ordine internazionale nato nel 1945 che avrebbe dovuto renderla illegale ed impossibile.
La seconda guerra mondiale rappresenta una nuova modalità di conflitto armato, la guerra totale, una guerra totale dichiarata non solo contro gli eserciti ma contro l'economia, le infrastrutture, le risorse e la popolazione civile.
Il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki significò inoltre il debutto dell'era atomica con la possibilità concreta di una immediata autodistruzione del genere umano.
Nel secondo conflitto mondiale gli eserciti dei vari schieramenti avevano raggiunto il picco di 69 milioni di soldati mentre 45 milioni di persone erano affluite nelle fabbriche di armamenti: da un terzo alla metà della forza lavoro dei paesi in guerra era stata direttamente o indirettamente coinvolta nello sforzo bellico.
Si stima che nella seconda guerra mondiale siano periti circa 54 milioni di persone, fra soldati e civili, morti al fronte, sotto ai bombardamenti aerei, nei campi di concentramento, negli eccidi di massa, nella repressione di rivolte o per malattie o per fame. URSS, Polonia e Jugoslavia pagarono il loro tributo alla guerra con il 10/20% della popolazione, Germania, Italia, Giappone e Cina con il 4/6%, Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti con circa l'1%.
Se la prima guerra mondiale aveva creato fra i 4 e 5 milioni di sfollati, alla fine della seconda guerra mondiale le cifre parlano di 40 milioni di profughi solo in Europa, 11 milioni di lavoratori stranieri deportati in Germania, 14 milioni di tedeschi cacciati dall'Europa orientale, 50 milioni di cinesi rimasti senza casa.
Alla fine del conflitto le Nazioni Unite (gli Alleati vittoriosi del conflitto) cercarono un accordo per disegnare un assetto di relazioni internazionali che nel futuro prevenisse e infine facesse scomparire il flagello della guerra. Vennero identificati come due pilastri la ricerca della pace ad ogni costo e il rispetto dei diritti umani. Su questi principi le nazioni edificarono la propria Organizzazione (l'ONU).
Senza il rispetto dei diritti dell'individuo (di tutti i diritti per tutti gli individui) non avrebbe potuto esservi pace e senza pace non vi sarebbe stato ordine internazionale e senza ordine avrebbe regnato il diritto assoluto della forza.
Nella direzione di definire un unico ordinamento giuridico mondiale, il Preambolo della Carta fondamentale dell'ONU stabilisce il primato del diritto internazionale come baluardo per salvare il mondo dalla frammentazione, dai contrasti razziali e religiosi e infine dall'egemonia imperialista. Il diritto internazionale sarebbe stato la tecnica speciale diretta a comporre i conflitti e quindi in definitiva a preservare la pace o a ristabilirla dove fosse stata turbata.
IL SISTEMA DELLE NAZIONI
Nel XIX secolo e all'inizio del XX l'applicazione più o meno rigorosa dell'autodeterminazione delle nazioni in Europa ha portato a grandi rivolgimenti di ordine geopolitico basati sul predominio degli Stati nazionali. Quest'ordine del sistema internazionale anche se periodicamente modificato non venne mai smantellato ma è solo nel 1945 che diviene promessa di un nuovo ordine mondiale. Laddove esistevano stati costituiti da aree di insediamento etnicamente omogenee, il problema delle minoranze appariva sdrammatizzato dalla garanzia della partecipazione democratica. Dalle situazioni in cui la frammentazione nazionale in unità minime era la norma e l'unità tra nazione, popolazione, lingua e territorio risultava difficilmente praticabile o veniva praticata in modo insufficiente o inefficace sorsero rappresentazioni statali di maggioranze nazionali che dominavano su minoranze interne di notevoli dimensioni sottoposte a una repressione incontrollata.
Il sistema internazionale del post 1989 evidenzia la disintegrazione o frammentazione di entità statali. Dal collasso sovietico vengono generate nuove entità. Il principio di autodeterminazione che aveva avuto in passato una funzione aggregativa sembra ora diventare una minaccia all'integrità dello stato e il motore primario per secessioni e divisioni.
Gli Stati, sono diventati sempre più potenti e hanno spinto ogni comunità a vedersi come nazione, a inventarsi un proprio nazionalismo anche quando non presente, a investire enormi risorse in armamenti sofisticati e giganteschi eserciti permanenti e nel nazionalismo bisogna ricercare la causa di molte delle guerre prima e dopo il 1989.
Esiste la questione di un bilanciamento del rapporto tra sovranità e autodeterminazione, di trovare forme di tutela delle minoranze ma forse è necessario in modo più radicale arrivare a mettere in discussione lo stesso concetto di etnicità, di nazione e forse anche di stato e rivedere il loro valore nelle relazioni internazionali.
NAZIONI E ONU
Gli effetti della seconda guerra mondiale sono stati talmente catastrofici da costringere tutta la comunità internazionale a ripensare il proprio ordine.
Nata dalla volontà di estinguere per sempre la guerra, l'ONU si è però rivelata sempre più debole e non all'altezza dei compiti che si è data.
Purtroppo l'autorità dell'ONU declina anziché rafforzarsi. La situazione più eclatante è quella recentemente creatasi con la guerra in Iraq che l'ONU in nessun modo è riuscita ad evitare.
Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è costituito da 10 membri temporanei eletti per due anni e da cinque membri permanenti con diritto di veto ovvero USA, Francia, Russia, Cina, Gran Bretagna.
Le decisioni vengono prese con almeno 9 voti favorevoli ma tra questi devono esservi tutti e 5 i voti favorevoli dei membri permanenti senza alcun veto imposto.
Il Consiglio di Sicurezza è l'unico soggetto depositario della responsabilità di autorizzare l'autodifesa di uno stato o l'intervento della comunità internazionale a restaurazione della legalità violata ma solo con azioni di polizia internazionale non attraverso la guerra. Non esistono norme internazionali che consentano agli stati di intervenire militarmente per reprimere le violazioni all'interno di confini di altri stati. Nelle situazioni di crisi i membri più forti dell'ONU hanno però continuamente cercato di imporre soluzioni al di fuori di essa, per evitare di essere sanzionati dal diritto di veto di altri membri permanenti all'interno del Consiglio di Sicurezza. Ogni qual volta uno degli stati più forti e influenti ha preso l'iniziativa di agire unilateralmente contro un altro adducendo come giustificazione violazioni dei diritti umani o altri insostenibili crimini, l'ONU o vi si è accodata o è stata incapace di prevenire l'aggressione, indebolendo vieppiù i fondamentali principi di legalità da essa stessa formulati.
Si è poi dimostrata irrisolvibile la contraddizione tra due principi fondamentali del diritto internazionale vigente, ovvero il divieto dell'uso della forza e la tutela dei diritti umani.
La guerra in nome dei diritti umani rappresenta sempre un fallimento per il diritto internazionale poiché ne viola i principi fondamentali, ed è al tempo stesso il risultato dell'inefficienza della comunità internazionale incapace di tutelare concretamente tali diritti attraverso vie sia pacifiche che coercitive non violente.
Oltre a non essere riuscita a realizzare un sistema di sicurezza collettivo in grado di evitare il sorgere di guerre, l'ONU si è mostrata incapace anche di gestire e reprimere i conflitti in corso.
La presenza dei caschi blu non impedì il massacro dei musulmani di Srebrenica, lo stesso ruolo umiliante fu svolto dalla pattuglia debole e impotente di osservatori nel genocidio del Ruanda. L'intervento militare in Kosovo fu condotto ancora una volta escludendo l'ONU e sotto la responsabilità della Nato con un discutibile meccanismo legale che si riferiva al diritto della difesa dei paesi dell'Alleanza, come se questi fossero minacciati direttamente dalla Serbia. In realtà Stati Uniti ed Europa non vollero trarre le conseguenze di un probabile veto da parte della Russia in sede di Consiglio di Sicurezza. La Russia fu associata all'operazione solo dopo, quando i caschi blu dell'ONU furono chiamati a gestire un dopoguerra che dura ancora adesso.
Drammaticamente contradditoria poi è la politica seguita per il disarmo e il controllo degli armamenti: all'aumento degli accordi (per limitare le armi nucleari, chimiche, batteriologiche, per bandire le mine antiuomo o regolamentare il commercio di armi personali) fa da contraltare il continuo crescere del volume delle armi e il fatturato dei loro produttori, che poi coincidono esattamente con i membri più influenti all'interno della stessa ONU.
Un ulteriore non trascurabile dato politico è che anche i peggiori regimi hanno il loro seggio all'ONU e violano i diritti umani in casa propria nella piena "legalità".
Ecco comunque le strategie poste in essere:
- lo sviluppo di sempre più sofisticate convenzioni dirette a limitare gli effetti della degenerazione dei conflitti politici e sociali in conflitti armati
- interventi di peacekeeping (mantenimento della pace) che seguono tregue o accordi di pace tra belligeranti e azioni di post conflict peacebuilding ovvero azioni per rafforzare e solidificare la pace e prevenire il ricorso a nuova violenza
- la stipula di convenzioni contro gli armamenti
- la costituzione di tribunali predisposti a giudicare crimini di guerra e contro l'umanità
- azioni di costruzione della pace (peacemaking) volte a portare i contendenti alla ricerca di accordi o di ricomposizione delle dispute.
Nonostante i fallimenti e per non rimanere nella vana attesa di utopie lontane o impossibili a verificarsi non esistono però alternative al rafforzamento dell'Autorità dell'ONU, da perseguire anche mediante l'ammodernamento delle sue procedure e regolamenti fondanti.
DIRITTO CONTRO LA GUERRA
Se il sistema delle Nazioni Unite è riuscito fino ad ora ad evitare conflitti su scala mondiale, esso non ha potuto impedire lo sviluppo di innumerevoli conflitti circoscritti.
La nuova dottrina degli USA della guerra preventiva potenzialmente potrebbe poi contribuire a distruggere le basi stesse della legalità internazionale.
ARTICOLO 1 COMMA 1 STATUTO DELLE NAZIONI UNITE I fini delle Nazioni Unite sono:
1. Mantenere la pace e la sicurezza internazionale, ed a questo fine: prendere efficaci misure collettive per prevenire e rimuovere le minacce alla pace e per reprimere gli atti di aggressione o le altre violazioni della pace, e conseguire con mezzi pacifici, ed in conformità ai principi della giustizia e del diritto internazionale, la composizione o la soluzione delle controversie o delle situazioni internazionali che potrebbero portare ad una violazione della pace.
ARTICOLO 2 COMMA 1 STATUTO DELLE NAZIONI UNITE 3. I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo.
4. I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite.
ARTICOLO 1 TRATTATO NATO Le Parti si impegnano, in ottemperanza alla Carta delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale nella quale possano essere implicate, in modo da non mettere in pericolo la pace, la sicurezza e la giustizia internazionali, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all'impiego della forza in modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite.
ARTICOLO 11 COSTITUZIONE ITALIANA L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizioni di parità con altri stati alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
La guerra come tale e con esclusione della guerra di difesa non è dunque consentita né dai principi del diritto internazionale né dalla carta dell'ONU, né dal Trattato NATO, né nel caso italiano dalla Costituzione italiana. Il divieto di ricorrere alla forza quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali si estende non solo all'uso della forza ma anche alla semplice minaccia. In sintesi l'ordinamento internazionale non prevede l'uso della forza in via preventiva né da parte di singoli stati né da parte della stessa Comunità Internazionale.
Al fine di giustificare la guerra viene spesso invocato il ricorso all'Articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, relativo al diritto di legittima difesa.
La legittima difesa si presenta però come una misura di carattere eccezionale la quale deve essere necessaria, immediata e proporzionale all'aggressione subita. Deve esserci quindi una simmetria di effetti tra l'attacco subito e quello adottato come contromisura e in questo senso deve concretizzarsi in una risposta che eviti danni ulteriori. Lo Stato può difendersi in guerra fintantochè il Consiglio di Sicurezza non adotterà le misure necessarie al ristabilimento della pace e della sicurezza internazionale.
Il Consiglio di Sicurezza deve anzitutto accertare come sua competenza esclusiva l'esistenza di una minaccia alla pace o di una violazione alla pace o di un atto di aggressione valutandone la natura, l'imminenza e la gravità. Conseguentemente esso può fare raccomandazioni (inviti privi di conseguenze sanzionatorie con le quali si richiede allo stato in questione di uniformarsi alla volontà espressa dal Consiglio di Sicurezza) o decidere misure non implicanti l'uso della forza che possono consistere in sanzioni economiche, non riconoscimento di situazioni illegittime, condanna morale della Comunità Internazionale.
Per l'attuazione delle misure provvisorie possono essere istituiti organi di controllo quali missioni, o gruppi di osservatori che vigilino sul rispetto delle decisioni dell'ONU.
Se il Consiglio di Sicurezza ritiene che le misure previste siano inadeguate o si siano dimostrate inadeguate, esso può intraprendere ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione può comprendere dimostrazioni, blocchi ed "altre operazioni" necessarie per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale mediante l'utilizzo di forze aeree, navali o terrestri dei Membri delle Nazioni Unite. Un esempio di queste "altre operazioni" fu la prima guerra del Golfo del 1991 quando in seguito all'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq il Consiglio di Sicurezza dell'ONU con la risoluzione n. 678 autorizzo' di fatto l'intervento militare contro l'Iraq.
Vi sono inoltre due sistemi di diritto che hanno diverse logiche e diverse priorità: il diritto umanitario e il diritto dei diritti umani.
Il Diritto Internazionale Umanitario ha per scopo quello di limitare le sofferenze causate dalla guerra e di attenuare gli effetti di questa col fine della protezione degli innocenti (civili in genere con particolare riguardo a donne e bambini, feriti, ammalati). Le Convenzioni costituenti il cosiddetto Diritto Umanitario sono quelle aventi al centro le quattro stipulate a Ginevra del 1949.
La legislazione dei diritti dell'uomo ha invece per scopo di garantire agli individui la possibilità di godere di diritti e libertà fondamentali in tutti i tempi e in tutti i luoghi e non solo durante guerre o emergenze.
Questo diritto non è ancora stato oggetto di una coerente trattazione organica e per esso occorre far riferimento alla massa di documenti giuridici internazionali a partire dalla stessa Carta dell'ONU per individuare principi coerenti con il riconoscimento della priorità del diritto internazionale dei diritti umani su ogni altra regola giuridica.
Tra questi principi possono rientrare:
- il principio di soluzione pacifica delle controversie
- il divieto della minaccia e dell'uso della forza nelle relazioni internazionali
- il divieto di annessioni territoriali o di modifica di confini con atti di forza
- democrazia e partecipazione politica popolare dentro gli Stati e nelle relazioni fra gli Stati
- diritto di autodeterminazione dei popoli
- diritto all'ingerenza umanitaria
TRIBUNALE PENALE INTERNAZIONALE
In seguito alle atrocità commesse dalle parti nei recenti conflitti cosiddetti etnici (Ruanda, ex Jugoslavia) il Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite ha dato vita a due Tribunali penali internazionali ad hoc sull'esempio di quello di Norimberga.
Gli statuti dei due tribunali perseguono:
- i crimini di genocidio
- i crimini contro l'umanità (tali se di massa o sistematici)
- i crimini di guerra (le violazioni gravi delle norme applicabili ai conflitti armati relative alle Convenzioni di Ginevra del 1949 e Protocolli Aggiuntivi del 1977)
Molti sono i problemi per l'effettivo funzionamento di questo tipo di giustizia: l'insufficiente cooperazione degli Stati; la mancanza di strumenti per la cattura degli indiziati e lo svolgimento efficace delle indagini.
Per risolvere queste problematiche in modo più sistematico recentemente è stata varata la Corte Penale Internazionale con l'incarico di giudicare i crimini contro l'umanità, di guerra e i genocidi, in qualunque posto e in qualunque momento siano stati commessi. Vi possono adire il Consiglio di Sicurezza dell'ONU i paesi firmatari del trattato e il procuratore incaricato.
SOCIETA' CIVILE
Dalla fine degli anni ottanta in tutto il mondo vi è stata una enorme crescita dei gruppi della cosiddetta società civile coinvolti in questioni internazionali. Queste ONG (Organizzazioni Non Governative) sono ormai presenti in ogni evento critico che emerge sul pianeta e si affiancano alla moltitudine di agenzie dell'ONU, dell'UE, dei Ministro degli Esteri di molte nazioni, specializzate e operanti negli stessi campi: gli aiuti umanitari, le emergenze, i rifugiati, la ricostruzione, la democratizzazione, lo sviluppo, i diritti umani, educazione e formazione ecc. La società civile internazionale insieme ai mezzi di comunicazione porta l'attenzione sui vari aspetti della guerra. Questa straordinaria ricchezza umana si trova spesso a essere mezzo e strumento delle tattiche delle più forti fazioni in conflitto e ora più che in passato sono costrette a salvaguardare la stessa incolumità dei propri volontari vittime di rapimenti o uccisioni nel corso della loro missione sui territori in conflitto dove operano disarmati tanto che attualmente le più grandi organizzazioni umanitarie sono in una fase di ripensamento del proprio ruolo e delle proprie modalità di intervento.
LE GUERRE DAL SECONDO CONFLITTO MONDIALE AD OGGI
Pur nella sostanziale non belligeranza fra potenze la cosiddetta GUERRA FREDDA (ossia non guerreggiata direttamente a causa della minaccia nucleare) gettò in uno stato di guerra permanente tutti i paesi alle periferie imperiali, condizione che perdura tutt'ora soprattutto in Africa e Asia centro meridionale.
I conflitti definiti come maggiori (che causano oltre 1000 morti all'anno) sono stati decine all'anno per ogni anno degli ultimi 60 anni, i conflitti medi (tra 100 e 1000 vittime annue) sono stati migliaia, quasi innumerevoli i conflitti minori e i conflitti sociali e politici all'interno degli stati con violenze sporadiche ma diffuse e continue. Nessuna di queste guerre prese singolarmente ha contato tante vittime come la seconda guerra mondiale ma nel loro insieme hanno causato un numero paragonabile e nell'ordine di parecchi milioni di morti. Alcune sono state incredibilmente distruttive, nei primi anni 50 la Corea ha perso il 10% della popolazione, negli anni 60 e 70 il Vietnam circa il 13%.
La maggior parte delle guerre scoppiate dal 1945 sono stati conflitti interni ma in molti casi con interessamento dell'insieme della comunità internazionale, ad esempio le guerre civili in Ruanda e Burundi si sono influenzate a vicenda mentre il genocidio occorso in Ruanda ha contagiato anche i paesi vicini tra cui ad esempio lo Zaire. Qualcosa di simile è accaduto negli anni 60 e 70 in seguito all'iniziale conflitto in Vietnam con il coinvolgimento successivo di altri stati come la Cambogia ecc.
Ben poche delle guerre del periodo 1946-2003 si sono concluse con la vittoria di uno dei contendenti e di quei pochi casi una ulteriore minoranza sono quelli dove il vincitore ha poi saputo operare una vera e fruttuosa pacificazione, con l'effetto spesso del ritorno alle armi negli anni successivi. Moltissime guerre sono invece terminate per esaurimento o per il mutuo riconoscimento fra le parti che la via bellica non aveva sbocchi.
LA GUERRA FREDDA E L'EQUILIBRIO DEL TERRORE
Nel dopoguerra gli Stati Uniti divennero gli eredi diretti e naturali della civiltà anglosassone e della potenza coloniale britannica e cercarono di riplasmare il mondo in un ordine internazionale controllato da quei settori della finanza e dell'industria legati al proprio potere economico improntato sui concetti del liberismo, del mercato e della concorrenza. Alla fine degli anni '40 questo programma si estese su scala mondiale comprendendo anche interventi violenti. Le regioni già in un qualche modo influenzate dagli USA o considerate di importanza strategica (America Latina, il Medio Oriente, il Sud Est Asiatico) vennero chiuse agli altri stati con lo scopo di tenere fuori dall'area il movimento comunista internazionale. L'URSS era l'altra grande potenza vincitrice del secondo conflitto mondiale e aveva gli obiettivi di esportare il modello statale comunista sperimentato all'interno dei propri confini, in alcuni casi con un trattamento molto duro nei confronti degli oppositori interni, di mantenere ed estendere le aree di influenza del comunismo. Si crearono quindi due blocchi contrapposti con la divisione del mondo in sfere di influenza più o meno riservate con determinate zone grigie ai margini nelle quali si verificavano i fenomeni di maggiore conflittualità. Tra i due blocchi non era possibile nessun accordo, nessuna distensione: era la GUERRA FREDDA. I due blocchi contrapposti trovarono la propria istituzionalizzazione anche militare nella creazione della NATO e del PATTO DI VARSAVIA con l'obiettivo preminente di un riarmo intensivo e soprattutto la creazione di un incredibile arsenale di bombe atomiche. Questa corsa agli armamenti atomici caratterizzò l'equilibrio del terrore fondato sulla dottrina della mutua distruzione. Entrambe le superpotenze effettuarono interventi sia negli affari interni degli stati più deboli nella propria sfera di influenza per mutarne le politiche sia per sostenere governi amici in difficoltà sia infine in guerre apparentementi slegate dal contrasto bipolare ma che subivano pesantemente l'influenza delle superpotenze.
Gli USA posero in essere una successione di interventi di guerra aperta o di sostegno occulto anche a forze e regimi militari e dittatoriali considerati amici in quanto anticomunisti. Nel dopoguerra gli USA intervennero in più di 70 nazioni nel quadro della cosiddetta dottrina del contenimento e bombardarono 21 paesi, alcuni in diversi conflitti. Le principali guerre in piena guerra fredda con intervento diretto degli USA furono quella in Corea del Sud e quella del Vietnam mentre dopo la fine della guerra fredda e il collasso dell'URSS le nuove guerre degli USA come quelle in IRAQ, in Jugoslavia e Afghanistan sono riconducibili a fattori scatenanti differenti. Nel periodo della guerra fredda l'URSS diede sostegno militare ed economico a tutti i movimenti e regimi comunisti contrastati dagli USA e in più intervenne direttamente in molti paesi per lo più ai propri confini trattati come una cintura di sicurezza, tra queste guerre si ricordino l'intervento in Cecoslovacchia nel 1968 e quello in Afghanistan 1979 e 1989.
La dissoluzione dell'Unione Sovietica nel 1991 e l'unificazione politica delle due Germanie dopo la caduta del muro di Berlino hanno significato la fine di un equilibrio geopolitico fondato sul bipolarismo delle superpotenze sovietica e statunitense e sulla minaccia dell'olocausto nucleare, con la nascita di un nuovo ordine mondiale.
TENDENZE NEI CONFLITTI ARMATI PIU' RECENTI
La tendenza generale dei conflitti armati dal dopoguerra ad oggi ha visto una crescita enorme nel numero verso la metà degli anni Sessanta e una ulteriore escalation negli anni 80 fino al picco coincidente con la dissoluzione dell'Unione Sovietica all'inizio degli anni 90. Poi successivamente il numero dei conflitti armati è diminuito fino a tornare ai livelli del primo dopoguerra. Le guerre attuali hanno però alcune caratteristiche che le rendono particolarmente destabilizzanti, essendo di difficile risoluzione e perdurando per periodi maggiori di tempo.
Se la violenza tra stati sovrani è diventata meno probabile e molto meno frequente rispetto al passato la violenza all'interno degli stati stessi ha continuato a crescere senza che la comunità internazionale trovasse contromisure efficaci.
Altre caratteristiche inquietanti sono:
- l'escalation di dispute originanti da rivalità ancestrali
- la crescita di movimenti separatisti
- l'importanza della criminalità e delle mafie nel fomentare i conflitti
- l'effetto di contagio che conflitti locali hanno su intere regioni
- la delegittimazione dell'autorità degli Stati e la incapacità degli stessi e della comunità internazionale a risolvere le tensioni alla base dei conflitti
- nuove dottrine che prendono importanza come quella della guerra preventiva sostenuta dagli USA e la conseguente cosiddetta guerra al terrore
- il fenomeno di un terrorismo ammantato di connotati fanatico-religiosi e politici che si basa su azioni suicide spesso su obiettivi civili molto difficili da prevedere ed evitare.
Dalla fine della guerra fredda e con il crollo dell'Unione Sovietica e la fine dello scontro ideologico se da una parte si sono risolti diversi conflitti riconducibili alla contrapposizione dei due blocchi, dall'altra parte si assiste alla distruzione e disgregazione di Stati nazionali multiculturali e multietnici e si sono esacerbate le crisi degli stati più fragili.
Nuove tipologie di guerre si manifestano dopo il 1989 con conflitti a matrice etnica e/o nazionalista lungo le periferie del pianeta, in contesti di marcata delegittimazione delle istituzioni e tumultuosa riforma economica.
Questi nuovi conflitti risultano spesso incomprensibili agli osservatori esterni. Formazioni paramilitari scarsamente disciplinate e coordinate si rendono protagoniste. Nelle guerre civili contemporanee si registrano sistematiche gravi violazioni di diritti umani e si stima che il 90% delle vittime siano civili. Si scontrano visioni incompatibili di identità, confini e criteri di cittadinanza e vengono avanzati progetti di ridefinizione o divisione dello stato in base a pretese di autodeterminazione. Rapidi processi di espansione criminale, a volte facilitati dall'imposizione di sanzioni si affermano creando traffici che servono a finanziare la guerra. I traffici riguardano armi, droghe, esseri umani migranti, combustibile, merci contraffatte, contrabbando. Spesso interi strati della popolazione vengono messe ai margini e diventano ambienti in cui è facile coltivare e far proliferare l'estremismo politico religioso che è direttamente proporzionale alla proliferazione di insicurezza sociale e povertà.
La molla apparente delle nuove guerre non sta quindi nelle ideologie universali fuori moda del capitalismo e del comunismo quanto nella politica dell'identità: l'esclusivismo etnico o tribale per rivendicare un nuovo stato o il dominio di un nuovo gruppo su uno stato vecchio. Queste nuove ideologie micro-collettiviste hanno un completo disprezzo per i diritti umani. Si aggiungono a queste situazioni il denaro che viene speso da potenti società multinazionali a favore di questa o quella fazione per salvaguardare i propri interessi sulle risorse di maggior valore (petrolio, minerali) e gli stessi interessi delle grandi potenze rivolti al posizionamento strategico di questi territori in rapporto ad altri. Quando inizia una guerra questa dipende sia da atti predatori locali sia da sostegni esterni. Le battaglie sono rare, la violenza viene diretta verso le popolazioni civili. Fra i primi civili a diventare bersaglio sono spesso coloro che cercano di mantenere rapporti sociali inclusivi e un minimo di senso di moralità pubblica.
Parallelamente a tecniche quali l'assassinio sistematico, la pulizia etnica, l'uso di mine e bombardamenti sulla popolazione civile, l'imposizione di carestie per rendere inabitabili le regioni occupate dai nemici vengono attuate pratiche di dissacrazione dei simboli sociali come la distruzione di monumenti religiosi e storici, lo stupro e la violenza sessuale sistematici.
CONSEGUENZE DEI CONFLITTI
Tutti i conflitti armati producono effetti distruttivi su alcuni (o tutti) gli elementi che caratterizzano una società:
- sulle persone umane (uccisioni di combattenti e civili non combattenti; morti per altre cause legate alla guerra quali carestie, epidemie, deficit sanitario, ecc, ferimenti e menomazioni fisiche e psichiche)
- sul radicamento territoriale (rifugiati e sfollati)
- sulle reti sociali (distruzione di amicizie, vincoli comunitari, identità di gruppo, ecc.)
- sull'ambiente (danni e distruzioni direttamente o indirettamente conseguenti alla guerra)
- sulle infrastrutture (distruzione, danni, iperutilizzo, deterioramento di risorse, materiali, attività economiche)
- sulla qualità della vita e sugli scambi individuali, inter o intra comunitari (decadimento dei beni tangibili e intangibili; perdita di futuro e di fiducia, fuga dei talenti, ecc.)
MORTI
Per la conta delle vittime di guerra ci si affida a stime di estrema variabilità e quindi soggette a critiche. Alcuni distinguono tra vittime di guerra e vittime di cause correlate alla guerra. Molti sono i fattori che non permettono un conteggio esatto, dal caos generato dalla guerra stessa, all'uso strumentale che viene fatto del numero di vittime da una parte o dall'altra, fino all'arretratezza o all'assenza di anagrafi in certi territori.
Per le guerre dal 1946 ad oggi le stime sui morti secondo le diverse modalità di conteggio variano dai 20 ai 60 milioni, dati comunque spaventosi.
VITTIME CIVILI
La caratteristica rilevante delle nuove guerre è che la percentuale di vittime civili sorpassa decisamente quella dei militari.
Durante la prima guerra mondiale le morti dei civili causate dal conflitto sono state stimate nell'ordine del 5%; nel corso della seconda guerra mondiale sono salite al 70%, nei conflitti armati degli anni novanta le morti civili hanno raggiunto addirittura picchi oltre il 90%.
Il divieto di colpire i civili, sancito dal diritto bellico dai tempi in cui si crearono gli eserciti regolari è stato rovinosamente e ripetutamente infranto.
Mine antiuomo e proiettili contenenti uranio impoverito si ripercuotono sulla popolazione anche negli anni successivi al conflitto, le une sono finalizzate a rendere inabitabili intere aree, gli altri provocano malattie anche a distanza di anni come leucemie, tumori, malformazioni congenite. L'uso di bombe e razzi contro bersagli civili sono state definiti "effetti collaterali" o del tutto ignorati e considerate normalita'. Nel corso delle guerre su matrice etnica si è assisitito ad ogni sorta di violenza contro l'etnia rivale: donne violentate, bambini e maschi adulti uccisi barbaramente.
BAMBINI IN GUERRA
Buona parte delle vittime civili di guerra è costituita da bambini, con una crescita drammatica nelle ultime guerre.
Nel 1991 è stata stipulata una Convenzione internazionale sui diritti dei bambini che per guidare l'azione della comunità internazionale ha introdotto i seguenti principi:
- la tutela dei diritti dei minori e in particolare nel corso dei conflitti armati è un principio non solo morale ma legale
- va garantita universalmente la protezione e la cura dei bambini colpiti da un conflitto armato
- l'assistenza umanitaria e la protezione devono continuare anche una volta che i bambini si siano allontanati dai territori in conflitto.
Tutti gli stati sono vincolati dal dovere di garantire con ogni mezzo la tutela dei diritti di questi bambini.
In alcune situazioni di conflitto nel sud del mondo succede ed è successo che eserciti regolari e non si siano riforniti o si riforniscano di esseri umani minorenni dai campi profughi e attraverso rapimenti da villaggi e scuole.
Inizialmente i bambini vengono occupati nel lavaggio delle uniformi, in cucina, nella pulizia degli armamenti, nel trasporto di armi e munizioni, nel portare messaggi, sono coinvolti in missioni di spionaggio.
Arriva il momento in cui sono utilizzati come veri e propri combattenti in conflitti armati.
Viene impartito ai minori un codice di condotta assolutamente spietato, dove l'unica logica resta che più si uccide, più si è forti e degni di rispetto e tale codice viene recepito alla lettera.
I bambini soldato sono e sono stati effettivamente autori di efferate atrocità.
Questo se, sotto effetto di droghe e alcol non vengono impegnati in combattimenti e missioni per attentati suicidi.
Alle fanciulle non può che toccare la stessa sorte di violenza diventando schiave sessuali nelle mani dei soldati adulti o dei coetanei.
A guerra finita, risulta praticamente impossibile "recuperare" molti di questi ragazzi e ragazze sopravvissuti. Ferite, mutilazioni, traumi psichici, sradicamento, privazione di riferimenti affettivi, violenze, stupri, assassini compiuti, l'essere stati vittime e carnefici tutto insieme e in pochi anni creano delle personalità che difficilmente riescono a uscire da una spirale di disperazione.
Alcuni sprofondano nel baratro della tossicodipendenza, altri diventano mercenari di guerra, le ragazze vengono emarginate, non si sposano e seguono l'unica via possibile per loro della prostituzione in situazioni di miseria.
Ma anche quelli che rientrano in famiglia sono costretti a vivere ennesime difficili prove, un ragazzino che ha ucciso viene molto temuto e al posto dell'accoglienza segue l'emarginazione.
Succede anche che ragazzini con pochi anni di vita scelgano di unirsi ad un esercito volontariamente, nel nord come nel sud del mondo.
C'è da chiedersi che cosa ci possa essere di volontario in una scelta tra miseria e violenza o tra miseria e morte.
La motivazione che spinge i giovanissimi a entrare nell'esercito è la volontà di sopravvivere, la necessità di procurarsi un reddito, anche se minimo, un riparo, del cibo.
In altri casi sono i genitori ad offrire volontariamente i figli, soprattutto se l'esercito paga il salario del neoarruolato direttamente alla famiglia.
Situazioni limite si sono verificate e si verificano soprattutto in paesi in conflitto e quindi in Africa, nell'Asia del sud, in Medio Oriente, ma anche in Sud America. La Sierra Leone ha rappresentato un esempio raccapricciante: per sradicare ogni legame del fanciullo con la famiglia si obbligavano i ragazzini ad uccidere e massacrare i propri genitori cosicche' l'unica famiglia doveva diventare l'organizzazione militare e nessuno avrebbe più aspettato il loro ritorno a casa.
Ma possono dichiararsi del tutto immuni da questo problema i paesi dell'Occidente?
Molti paesi, ad esempio gli USA e il Regno Unito ammettono nei propri ranghi militari volontari non ancora diciottenni.
Può stupire che il Regno Unito abbia accettato e continui ad accettare nelle forze armate ragazzi volontari di 16 anni.
Baby soldati minori di 18 anni sono stati impiegati e sono morti nelle truppe inglesi nel conflitto delle Falkland e nella prima guerra in Iraq.
Anche gli USA hanno impiegato minori volontari di 18 anni in varie missioni nei Balcani e in Iraq.
Quindi anche nel mondo occidentale che tanto vuole ergersi a modello di civiltà, pur non avendo ancora l'età per votare si ha già l'età giusta per ammazzare ed essere ammazzati in guerra.
Il 12 febbraio 2002 si è firmato il protocollo opzionale alla Convenzione sui diritti del fanciullo sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati: fino ad allora bambini dai 16 ai 18 anni potevano essere arruolati obbligatoriamente negli eserciti regolari! Finalmente con questo protocollo si eleva a 18 anni l'età minima per l'arruolamento obbligatorio.
L'opposizione di alcuni stati, tra cui gli USA, il Regno Unito e l'Australia, non ha permesso che l'obbligo dei 18 anni si estendesse anche per il reclutamento volontario in eserciti regolari, cosicchè in diverse parti del mondo ragazzini di 16 anni possono ancora arruolarsi come volontari. Da notare che solo 46 stati si sono impegnati a ratificare il Protocollo.
PROFUGHI
I profughi sono migranti forzati costretti a lasciare la propria casa. Nel mondo sono decine di milioni. Sono rifugiati se migrano in un altro stato, sfollati se rimangono all'interno del paese d'origine.
I profughi rappresentano il fattore principale di coinvolgimento e pressione sulla comunità internazionale che di fronte a flussi incontrollati di persone che fuggono da un territorio in guerra è costretta a modificare l'atteggiamento di inerzia, ad aprirsi e offire protezione con tutti gli effetti destabilizzanti che ne conseguono anche all'interno dello Stato o degli Stati che diventano rifugio.
L'Alto Commissariato per le Nazioni Unite per i Rifugiati ha inaugurato il nuovo millennio con una stima che si aggira tra i 20 e i 25 milioni di persone. Le loro condizioni di vita sono spesso degradanti e tutto ciò contribuisce a farne un serbatoio di disperazione, di perpetuazione dell'odio e di reclutamento ai fini del proseguimento dei conflitti.
Per circa 1/3 gli attuali profughi sono Asiatici, circa 1/5 Africani e altrettanti sono Europei.
CONFLITTO ETNICO
Un conflitto etnico è generalmente definito come un conflitto violento fra gruppi diversi sul piano della cultura, della religione, dei caratteri fisici o della lingua.
Negli ultimi venti anni sono diventati i conflitti che più facilmente degenerano in guerra con il tipico fenomeno della cosiddetta "pulizia etnica".
Due le caratteristiche principali:
- l'estrema violenza dispiegata contro cui ogni dispositivo di protezione risulta difficilmente innescabile in tempi rapidi
- l'intrattabilità della guerra una volta avviata la degenerazione del conflitto, unita alla capacità di produrre forme di odio che tendono a rinforzare e perpetuare le ragioni dei contendenti.
Le divisioni territoriali su basi etniche incoraggiano analoghe e spesso non pacifiche divisioni in altre aree territoriali multietniche.
Secondo i teorici della spartizione territoriale su base etnica il successo dipende dalla riorganizzazione demografica dei nuovi territori e dall'assenza di minoranze significative nei nuovi stati.
Realizzare una tale condizione è spesso utopico a meno di attuare inumane politiche di trasferimento capillare di masse di popolazione.
La cooperazione etnica è possibile senza che sia necessaria una netta divisione. Nelle zone di crisi occorre dare spazio alle negoziazioni e risulta più efficace affidare ad autorità neutrali il compito di mediazione.
Il problema diviene poi il rispetto dei negoziati che spesso viene mantenuto solo in presenza di forti garanzie di sicurezza provenienti dall'esterno.
Solo un progetto politico teso ad immaginare una possibile convivenza attraverso il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni in lotta può aprire la via ad una pace duratura. Per l'implementazione del progetto occorre una grande conoscenza della situazione sociale per poter tutelare gli interessi di tutte le parti federate.
SEPARATISMO E SECESSIONISMO
Il crollo di una grande Federazione e in generale una debole struttura statuale può provocare la proliferazione di rivendicazioni e spinte secessioniste. E' stato il caso dell'Urss, della Jugoslavia, del Ruanda. A questo processo di disgregazione e collasso statuale si aggiungono spesso le rivalità etniche che possono ricevere appoggi sempre su base etnica anche da fonti esterne allo stato in crisi (ad esempio gli albanesi del Kosovo e l'Albania, il separatismo dei Tamil in Sri Lanka e l'India). In altri casi gli scontri sono conseguenti a una dura repressione (come per i Curdi in Turchia).
Un dato certo è che nei paesi democratici raramente le crisi sfociano in soluzioni violente così come raramente vi sorgono movimenti separatisti armati, (come nel caso dell'Irlanda del Nord e del separatismo Basco). Più spesso nelle nazioni democratiche i contrasti vengono ricomposti in maniera pacifica o si traducono in rivendicazioni e successive concessioni di autonomia.
Un'altra delle ragioni di tante guerre civili sta nell'avere imposto a popoli che da centinaia di anni si organizzavano secondo proprie tradizioni e costumi confini statali funzionali agli interessi delle potenze colonialiste.
MAFIE E CRIMINALITA'
Molte delle ultime guerre scoppiano in centri nevralgici dei traffici di droga, armi o diamanti. In molti paesi dalla fine degli anni ottanta tale traffico viene gestito da un intreccio di mafia, politici e militari: esercito, servizi segreti, burocrati prosperano sul furto sistematico e sulle tangenti riscosse dietro il paravento della crisi economica. Alcune guerre sono la degenerazione finale, lo sbocco obbligato di un sistema di economia criminale. In alcuni casi risvegliare l'odio etnico e alzare il polverone del conflitto nazionale è servito e serve ad annullare gli effetti degli ingiustificabili conti in rosso del regime e a sviluppare un'economia parallela grande tanto quanto l'economia ufficiale se non di più. In questo traffico illecito di armi, di contrabbando, di droga si arricchiscono gli affiliati delle varie mafie internazionali ma anche le economie di certe nazioni ben leste a gettarsi come avvoltoi sulle spoglie delle situazioni di guerra.
DECOLONIZZAZIONE
Il processo di decolonizzazione è stato un fenomeno storico e politico che si è realizzato su scala globale e ha riguardato quasi tutta l'Africa, il Medio e Estremo Oriente con l'Europa come continente colonialista. Con la decolonizzazione si concluse il processo storico dell'imperialismo iniziato negli anni ottanta del XIX secolo. Fu però la fine della seconda guerra mondiale, combattuta anche nelle colonie, a segnare il vero e proprio inizio del processo di emancipazione. L'Africa entrò in un clima rivoluzionario in campo politico ed economico che perdura tutt'ora. In tutta l'Asia vi fu una quasi contemporanea esplosione di conflitti sia laddove la potenza coloniale si ritirò pacificamente (India, Birmania), sia dove si tentò di perpetuare il dominio (Indocina, Indonesia) sia dove vennero lasciati vuoti di potere dalla fine dell'interregno giapponese (Cina, Corea). I paesi del cosiddetto terzo mondo vennero inseriti nella logica di contrapposizione fra i primi due mondi (capitalismo e comunismo primo e secondo mondo) con l'esplosione da una parte dell'ideologia nazionalista della liberazione nazionale e dall'altra dell'ideologia delle masse oppresse di ispirazione marxista leninista. Il risultato fu di avviare uno stato di guerra permanente alle periferie che portò all'edificazione di incerte nazioni e finita la guerra fredda al collasso degli stati più deboli.
FOCUS SU ALCUNE SITUAZIONI ISRAELE - PALESTINA
Nel 1945 venne costituita la Lega Araba (Siria, Libano, Iraq, Egitto, Arabia Saudita, TransGiordania, Yemen) per favorire la nascita di un nuovo stato arabo, la Palestina sottraendola alla Gran Bretagna.
Contemporaneamente prese forza il sionismo, un movimento politico organizzatosi in Europa alla fine dell'800 che preconizzava il ritorno in Palestina dei figli d'Israele (gli ebrei della diaspora europea) e che promuoveva la costituzione di uno stato ebraico indipendente. Dopo lo sterminio subito dagli ebrei nei lager tedeschi nel corso del tentativo di genocidio più atroce compiuto dal genere umano, la pressione sulla comunità internazionale si fa maggiore e nel 1947 l'ONU divide la Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo con Gerusalemme come zona internazionale.
Mentre la Gran Bretagna si ritira dalla Palestina nasce lo stato d'Israele e il Medio oriente si trasforma in una delle aree più critiche del pianeta, infiammata dal conflitto arabo israeliano e dalla questione palestinese.
Il conflitto locale viene risucchiato nella logica della guerra fredda e del bipolarismo: Israele viene sostenuto dagli USA mentre il nazionalismo arabo viene incoraggiato e armato dall'URSS in funzione antiamericana. Nel 1967 la fulminea e vittoriosa guerra dei sei giorni impone l'egemonia israeliana nell'area aprendo la spinosa questione dei profughi palestinesi.
La resistenza palestinese si struttura intorno all'OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) guidata da Arafat. Nel 1973 la crisi precipita nuovamente con l'aggressione senza esito di Egitto e Siria a Israele (guerra del Kippur). Tra intifade e attentati suicidi da una parte e massacri indiscriminati e interventi lampo dall'altra la situazione di tensione perdura tutt'ora. Dopo alcuni falliti tentativi di riconciliazione e dopo la morte del leader Palestinese Arafat sembra essersi aperto qualche spiraglio ma la pace è ancora lontana e solo il riconoscimento e la costituzione di uno stato palestinese potrebbe riuscire a sbloccare la situazione in direzione di una pace duratura.
La mancata risoluzione di questo conflitto sembra infine essere una delle motivazioni che guida i recenti attacchi dei fondamentalisti islamici contro l'occidente e contro le classi dominanti dei paesi arabi moderati considerati amici dell'occidente e alimenta quindi una spirale d'odio senza fine intrecciandosi ad esempio con i conflitti in Iraq e Afghanisthan. AFRICA
Le frontiere dell'Africa in età contemporanea sono state create per delimitare i possedimenti coloniali di ciascuna potenza europea. Si tratta pertanto di frontiere politiche e non di frontiere fisiche o di frontiere etniche, non separano quindi territori delimitati da confini naturali o delimitanti un territorio dove vive un popolo. L'opera del colonialismo ha in realtà diviso popoli e creato artificialmente territori in cui vivono popoli diversi.
La spartizione dell'Africa ha avuto il suo apogeo nell'ultimo quarto dello scorso secolo con una competizione tra gli stati europei per accaparrarsi territori africani addirittura regolata dal Congresso di Berlino del 1884-1885. Ma già prima della cosiddetta epoca del colonialismo il rapporto tra Europa e Africa ha visto durante il periodo dello schiavismo la nascita di stati schiavisti sulle coste con la razzia nell'interno per procurarsi uomini e donne da vendere come schiavi ai bianchi. Dopo la fine della seconda guerra mondiale si apre il periodo della decolonizzazione e le frontiere tra colonie diventano frontiere tra stati sovrani.
Innumerevoli conflitti etnici e guerre civili hanno però funestato l'Africa del dopoguerra, guerre separatiste, guerriglie antigovernative, guerre su base etnica, ecc.
Il dopo seconda guerra mondiale aveva fatto scoprire nuove idee e nuovi fermenti tra le popolazioni africane indebolendo le potenze coloniali. L'Africa entrò in un periodo rivoluzionario in campo politico ed economico che si tradusse nella comparsa di partiti politici organizzati. Le potenze coloniali si ritirarono via via cercando però di salvaguardare il proprio predominio economico nei vari territori colonizzati.
La debolezza e l'inconsistenza di molti degli stati africani sorti in quel periodo furono drammaticamente rivelate dalla instabilità e dalla frequenza dei colpi di stato e in alcuni casi da vere e proprie guerre civili.
PRODUZIONE E COMMERCIO DI ARMI
Enormi quantità di risorse sono state dedicate alla progettazione, costruzione e manutenzione degli arsenali nucleari.
Lo stock globale ha raggiunto il suo apice nel 1986 con 69.000 testate nucleari con un potenziale esplosivo di 18 miliardi di tonnellate di TNT con 3,6 tonnellate per ogni essere umano!!! Per rendersi conto del quantitativo basti pensare che nell'intera seconda guerra mondiale sono state impiegati 6 milioni di tonnellate di esplosivo.
Nel contempo sono aumentati il potere distruttivo, la velocità, il raggio di azione e la manovrabilità delle armi convenzionali. Anche i costi sono lievitati e ad esempio un carro armato di oggi costa cento volte di più di uno impiegato nel 1945, i bombardieri sono 130 volte più costosi e così via.
Si calcola che le risorse dedicate alla progettazione di nuove armi nel mondo abbiano raggiunto i 4000 miliardi di dollari dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi.
Attualmente le spese militari annue (secondo lo Stockholm International Peace Research Institute www.sipri.org poco meno di 900 miliardi nel 2003 per i sistemi d'arma più importanti, escluse le armi leggere) non solo eguagliano la spesa totale della prima guerra mondiale ma superano la spesa militare annua della seconda guerra mondiale.
Di tutti i commerci di armi quasi i due terzi sono diretti verso i paesi in via di sviluppo, contribuendo a piegarne le economie sotto il peso del debito e ad assorbire fondi che dovrebbero avere ben altre priorità. Appare sconcertante constatare che circa l'80% di tutte le armi vengono vendute dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
La nazione che di gran lunga è il maggiore esportatore di armi sono gli Usa con il 41% del commercio mondiale nel periodo 1998-2002 seguiti dalla Russia (22%), Francia (9%), Germania e Regno Unito (intorno al 5% ciascuna). L'Italia si colloca all'ottavo posto nelle vendite di grandi sistemi d'arma con il 3% del totale. L'Italia è però al secondo posto mondiale nella vendita di armi leggere dietro agli Stati Uniti.
I più grandi acquirenti dei grandi sistemi d'arma sono stati per lo stesso periodo la Cina, l'India e Taiwan.
Gli USA detengono il primato (insieme in questo caso ad Israele) anche per la maggiore spesa militare globale e procapite (nel 2003 circa 1.500 dollari per cittadino).
Dall'altra parte come pessimi esempi nel rapporto percentuale tra le spese militari e la spesa sociale vediamo (sempre dati SIPRI) ad esempio nel 2002 stati come l'Arabia Saudita (9,8% di spese militari contro 5,4% di spese per l'educazione e il 4,2% di spese per la sanità), l'Eritrea (23,5% di spese militari contro il 4,8% di spese per l'educazione e il 2,8% di spese per la sanità), il Burundi (7,6% di spese militari contro il 3,4% di spese per l'educazione e il 1,6% di spese per la sanità), la Giordania (8,4% di spese militari contro il 5,0% di spese per l'educazione e il 4,2% di spese per la sanità).
La media della percentuale delle spese militari nei paesi ad alto reddito procapite è di circa il 4,7% contro il 4,6% per l'educazione e il 4,8% per la sanità. Nei paesi a basso e medio reddito procapite purtroppo la media della percentuale delle spese militari si assesta intorno al 9,7% contro il 4,9% per l'educazione e il 2,9% per la sanità: nei paesi più poveri le spese militari superano quindi la somma delle spese per l'educazione e per la sanità.
E' quindi enorme la responsabilità delle potenze mondiali che dovrebbero assumersi i maggiori oneri nella risoluzione delle controversie internazionali e che maggiormente dovrebbero quindi contribuire all'efficacia delle politiche in favore della pace che costituiscono la motivazione principale dell'esistenza dell'ONU stessa. Ma occorre rilevare la complementare irresponsabilita' dei governanti di quelle nazioni del terzo mondo che anziché investire nello sviluppo sociale del proprio paese finiscono per arricchire i magnati delle industrie militari in un processo perverso e senza sbocchi. L'acquisto di ingenti quantitativi di sistemi d'arma come elicotteri, aerei, navi e carri armati avrebbe eventualmente senso pensando a guerre internazionali, molto meno o per niente pensando alla risoluzione di eventuali conflitti interni. Insensato quindi lo sperpero di risorse da parte di molti degli stati importatori di questi sistemi d'arma. Le motivazioni della ricerca della pace a tutti i costi rimangono quindi vani propositi validi giusto sulla carta delle Nazioni Unite, sono una pura illusione a cui nessuno di fatto crede o vuole credere, in una situazione in cui i fatti contraddicono le parole pronunciate e scritte che si svuotano completamente di un significato vero. Come visto dalle cifre spaventose prima citate per le grandi potenze mondiali l'obiettivo di ricercare nel mondo la pace a tutti i costi è evidentemente secondario rispetto alla eventuale rinuncia degli introiti delle proprie industrie militari.
In Italia l'industria bellica era stata favorita fino al 1990 da poche restrizioni sulle esportazioni ed era cresciuta in nicchie di mercato (piccole armi, velivoli addestratori, mine, artiglieria) verso paesi come Sudafrica, Iran, Iraq, Libia, Argentina e Brasile. All'apice della crescita, con la legge 1885/90 venne fatta la scelta di vietare la vendita a paesi in conflitto o in cui erano presenti importanti violazioni dei diritti umani. Ma negli ultimi anni in Italia e all'interno della stessa Unione Europea per la competizione nei settori tecnologici di punta vi sono state forti spinte per scavalcare quel tipo di legislazioni.
SVILUPPO UMANO, DISTRIBUZIONE DELLA RICCHEZZA E GUERRA
Secondo i dati della Banca Mondiale, il mondo spende all'anno 900 miliardi di dollari per la difesa e 60 miliardi di dollari per lo sviluppo.
I Paesi che mostrano i più bassi livelli di reddito pro capite, per lo più localizzati nell'ordine in Africa, nel sud dell'Asia e in America Latina, presentano una struttura produttiva circoscritta in misura prevalente all'agricoltura; all'opposto i Paesi più ricchi godono di economie diversificate e largamente industrializzate.
L'approccio dei Paesi ricchi alla globalizzazione è spesso neoliberista quando si tratta di liberalizzare l'accesso ai mercati e alle economie del mondo povero, ma è iper-protezionista nella difesa delle produzioni interne. L'etichetta neoliberista mostra poi tutta la sua incoerenza se confrontata alle politiche sull'immigrazione. Si favorisce in ogni modo la circolazione delle merci e dei capitali tra i Paesi ricchi e verso quelli poveri, ma si cerca di erigere una vera barriera per ostacolare, anche contro gli interessi economici reali delle imprese, la circolazione di persone verso il Nord del mondo.
L'impoverimento delle classi medie modifica i comportamenti politici e diventa il serbatoio di movimenti populisti, xenofobi, favorisce atteggiamenti di chiusura e ostilità verso immigrati e stranieri, accresce la domanda di sicurezza.
Dati ONU: E' stato calcolato che nel 1800 il divario tra le economie più avanzate e quelle più povere era di 5 a 1. Nel 1900 il rapporto era diventato di 13 a 1. Nel 1950 di 33 a 1. Le più aggiornate statistiche sulle differenze di civiltà sono agghiaccianti: attualmente (rapporto 2004 UNDP) se il reddito medio procapite annuo degli Stati Uniti si attesta sui 35.750 Dollari e quello del paese fanalino di coda del ranking mondiale, la Sierra Leone, si attesta a 520 Dollari all'anno, il rapporto è di oltre 68 a 1.
Nel mondo, il 20% della popolazione consuma l'86% di tutto il consumo privato. Soltanto per il petrolio, gli Stati Uniti (il 5% della popolazione mondiale) consumano il 25% della produzione. Quasi un terzo della popolazione mondiale, circa due miliardi di persone nel 2000, vive aldisotto della soglia di povertà con meno di due dollari al giorno.
Circa un miliardo e duecento milioni di individui (sempre dati 2000) non ha accesso all'acqua potabile. Due miliardi e 742 milioni non dispongono di servizi igienici e fognature.
Per la lotta all'AIDS (negli ultimi 20 anni venti milioni di persone sono morte e trentotto milioni sono state contagiate) l'ONU ha investito 4 miliardi di dollari nel 2004, la guerra in Iraq ne costa duecento all'anno, nei quattro anni della presidenza Bush la spesa militare annua è raddoppiata superando i 500 miliardi di dollari cui vanno aggiunti circa trenta miliardi per la sicurezza nazionale...
Il 40% della popolazione mondiale non dispone di energia elettrica.
Metà della ricchezza del pianeta è posseduta da poche centinaia di individui.
Gli Stati Uniti detengono il 44% della ricchezza mondiale, l'Africa insieme lo 0,4%.
Sarebbe sufficiente, secondo un conto dell'ONU il 4% della ricchezza dei miliardari planetari per fornire istruzione elementare, cure mediche e alimentazione a tutti i poveri del mondo.
L'ultimo rapporto dell'UNICEF dice che cinque milioni di bambini muoiono all'anno per fame, trentamila al giorno per malattie. Nel 2002 sono morti 11 milioni di bambini sotto i 5 anni.
Nel 2002 il numero totale di persone che soffrono la fame o che sono sottonutrite è ancora di circa 852 millioni. Alle calamità naturali, alla mancanza di infrastrutture agricole e alla infertilità di terreni troppo spremuti si aggiungono spesso le cause dovute alle guerre con precise strategie da parte dei contendenti per ridurre alla fame gli opponenti distruggendo o rapinando le risorse alimentari, distruggendo i mercati locali, avvelenando le risorse idriche o minando i campi.
I dati sullo sviluppo umano vengono calcolati dall'UNDP con l'indice HDI (Human Development Index), l'indice di sviluppo umano.
L'indice di sviluppo umano HDI si focalizza su tre dimensioni misurabili dello sviluppo umano combinando la misurazione della speranza di vita, l'iscrizione scolastica e il sapere leggere e scrivere e infine la misurazione del reddito.
La crescita economica è ovviamente il principale fattore che governa la generazione di risorse per l'educazione, per la salute e per la riduzione della povertà.
In Africa l'Aids sta decimando la popolazione adulta il che si riflette in una regressione della speranza di vita. I paesi africani anche per questo motivo presentano i più bassi livelli dell'indice di sviluppo umano HDI.
Nel settembre 2000 si è svolto il Millennium Summit dell'ONU e 189 paesi hanno adottato la Millennium Declaration contenente gli obiettivi di sviluppo del millennio.
Questi obiettivi hanno il termine dell'anno 2015. Essi sono:
- sradicare la estrema poverta' e la fame nel mondo
- raggiungere a livello universale l'istruzione primaria
- promuovere le pari opportunità e dare maggior potere alle donne
- ridurre la mortalità infantile
- migliorare la salute delle madri
- combattere l'AIDS, la malaria, e le altre malattie
- garantire la sostenibilità ambientale
- garantire aiuti a livello globale tra le nazioni per lo sviluppo
La situazione ad oggi rispetto al raggiungimento degli obiettivi della Millennium Declaration prevede parecchie situazioni non solo di trend che non portano al raggiungimento degli obiettivi ma a notevoli regressioni rispetto alle posizioni di partenza. Inutile dire che i casi di maggiore regressione sono quelli, come in Iraq, in cui sono presenti situazioni di guerre, a testimonianza del fatto, se ce ne fosse bisogno, che nella guerra tutti gli indicatori possibili di sviluppo umano subiscono drammatici decrementi, e anche i numeri testimoniano a loro volta se ce ne fosse bisogno che tutta la popolazione soffre nel suo complesso.
La distribuzione del reddito - che si misura, tradizionalmente, con il cosiddetto Indice di Gini (un indice che assume il valore 0 per un Paese dove tutti hanno lo stesso reddito e il valore 1 per un Paese dove tutto il reddito è concentrato in una sola persona) - mostra ampie variazioni su scala mondiale e anche tra i Paesi più sviluppati. Secondo il rapporto 2004 dell'UNPD, che presenta pero' dati raccolti in momenti diversi, nel mondo le nazioni che presentano al loro interno le minori disuguaglianze a livello economico sono quelle con un indice di Gini intorno allo 0,25: Giappone (0.249), alcuni paesi del Nord Europa (Danimarca 0.247, Svezia 0.25, Belgio 0.25, Norvegia 0.258), e alcuni paesi ex-comunisti del centro Europa (Ungheria 0.244, Repubblica Ceca 0.254, Slovacchia 0.258). Le situazioni con maggiori disuguaglianze si trovano nel SudAmerica con un indice di Gini poco sotto lo 0,6 (tra tutti Brasile 0.591, Colombia 0.576, Cile 0.571, Paraguay 0.568), mentre gli indici oltre lo 0,6 che segnalano le massime disuguaglianze a livello economico riguardano alcuni paesi dell'Africa (la Namibia 0.707, il Lesotho 0.632, il Botswana 0.63, la Sierra Leone 0.629, la Repubblica Centrafricana 0.613, il Sud Africa 0.593, ecc).
La prima causa della povertà è l'ingiustizia sociale e il cattivo governo di chi la tutela.
La povertà non genera automaticamente la guerra o il terrorismo ma le sacche di povertà nella popolazione costituiscono un formidabile terreno di propaganda e manipolazione per chi voglia approfittarne.
Esiste un rapporto diretto tra la distribuzione del reddito mondiale e lo sviluppo e le cause di guerra?
L'idea di fondo è che se le popolazioni avessero più lavoro, più benessere e più speranze è meno probabile che si convertano a comportamenti violenti o bellicosi.
Forse non c'e' un diretto e riconoscibile rapporto di causa-effetto ma se e' vero che la lotta per il controllo delle risorse è una delle cause fondamentali se non la causa fondamentale per il sorgere dei conflitti, questa lotta diventa ancora più accanita quando si svolge tra nazioni o all'interno di nazioni o trasversalmente tra più nazioni povere o poverissime. Inoltre la prospettiva e il sogno di accedere alla ricchezza dei paesi più ricchi accentua il flusso migratorio dai paesi più poveri a quelli più ricchi con la creazione anche all'interno dei paesi ricchi di ghetti, di sacche di povertà, di situazioni di conflitto possibili che necessitano di essere governate per non sfociare in pericolosi conflitti su base etnica o religiosa. Lo sviluppo cosi' asimmetrico tra i popoli, con i ricchi che diventano sempre più ricchi e i poveri che diventano sempre più poveri, oltre a rappresentare un autentico fallimento degli obiettivi enunciati dall'ONU e dalla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, rappresentano una insopportabile ingiustizia planetaria che se protratta all'infinito non potra' che aumentare le probabilità sfavorevoli alla pacifica convivenza tra i popoli e all'interno dei popoli.
I dati sullo stato del pianeta e sulle condizioni di miliardi di esseri umani dovrebbero far capire che la rotta etica è anche un'esigenza assolutamente realistica e non utopistica, in alternativa a disastri naturali e sociali inimmaginabili. Il benessere assediato dalla disperazione sarà sempre più insicuro e precario e recinti e muri sempre più alti dovrebbero essere immaginati da chi volesse mantenere o peggiorare questo stato di cose. In funzione del fatto che il consumismo di massa ha maggiore probabilità di funzionare nella tranquillità, a fronte dell'irrequieta e incombente realtà del mondo sottosviluppato, la tendenza delle ricche società occidentali e' quella di prendere provvedimenti tipici da fortezze assediate. La ricerca di una diversa ripartizione della ricchezza e delle risorse viene considerata un'utopia.
L'alternativa all'utopia potrebbe essere non più il progresso dell'attuale modello di sviluppo, ma la sua autodistruzione.
COME LA GUERRA VIENE COMUNICATA
La logica militare nelle moderne democrazie ha bisogno di spiegazioni concrete ma anche di supporto teorico e di motivazioni eticamente e politicamente accettabili dall'opinione pubblica. Ciò non impedisce nelle moderne democrazie che si verifichino manifestazioni di chiaro dissenso alla guerra da parte di parti cospicue se non maggioritarie della popolazione.
I conflitti di questi anni sono stati così relazionati a teorie militari con pretesa di fondamento etico, come quelle di "Bombardamento umanitario" (Kosovo), "Guerra preventiva" (Iraq), "Guerra di legittima difesa" (Afghanistan), "Diritto di ingerenza sulla sovranità degli stati", ricondotte in seguito alla necessità della guerra pura e semplice contro il nemico, il terrorismo e gli "stati canaglia".
Sempre allo scopo di minimizzare e giustificare, è stato inventato il concetto dei cosiddetti "danni collaterali": nella guerra contro la Serbia ad esempio sono rientrati in questa categoria lo spaventoso inquinamento del territorio per effetto delle bombe arricchite d'uranio impoverito, gli errori di bersaglio sui civili, le distruzioni di infrastrutture, strade, ponti e persino ospedali, nella guerra contro l'Iraq fra i "danni collaterali" ci sono state migliaia di vittime civili.
Vi sono gruppi di pressione legati all'industria militare, alla produzione di armi, alle tecnologie della sicurezza, ai sistemi di comunicazione che hanno un peso nelle decisioni politiche. Questi gruppi di pressione agiscono sul sistema informativo, ne condizionano le decisioni avvalendosi a volte di menzogne concepite in realazione ad interessi e strategie e funzionali allo svolgersi dell'intervento militare prefigurato.
Il dovere di un giornalista sarebbe quello di proporre una verità possibile e onesta costruita attraverso l'osservazione diretta e il confronto tra molte verità e diverse fonti.
Ma un groviglio di falsificazioni di continuo avvolge e stravolge i fatti.
La presa diretta della realtà viene deformata dal sistema informativo che non la racconta ma la spiega e commenta inserendola in un contesto spesso ideologico di interpretazioni e versioni prefabbricate per l'opinione pubblica in cui quella verità si diluisce, si scompone, si annacqua, quando non si capovolge.
All'inviato si sostituiscono o si assommano altre voci a cui si fa assumere importanza maggiore, le immagini del circuito internazionale, i politici con le loro dichiarazioni, i commentatori e gli analisti raccontano lo scenario di guerra.
Si assiste ad una crescente manipolazione dell'informazione che rende sempre più impossibile comprendere le vicende, distinguere fra aggressori e aggrediti, resistere alla tentazione di demonizzare di volta in volta solo una delle parti in causa salvo poi pochi mesi dopo rovesciare le parti.
Si moltiplicano "esperti" che hanno visto la guerra alla televisione, al cinema (o nei videogiochi) e ne spiegano le ragioni come se fossero sul campo di battaglia, come se avessero conosciuto personalmente dalle loro scrivanie i drammi delle popolazioni coinvolte, come se potessero giurare sul loro migliore avvenire da bombardate.
Dalla notte dei tempi la verità in guerra è oscurata dalla macchina di propaganda dei combattenti, dalla difficoltà di raccogliere notizie controllabili sul campo e da errori dei cronisti. La propaganda di guerra è essa stessa un'arma di inganno di massa.
Si usa dire che in guerra la prima vittima è la verità: tra le vittime del conflitto un posto di rilievo l'assume quindi l'informazione ridotta a puro strumento di ricerca del consenso. La verità sulle guerre e sulle stragi che infiammano il mondo arriva sempre troppo tardi ossia quando non serve più, quando non è più pericolosa e a disastro avvenuto.
Se la notizia è scomoda, il giornalista che la riferisce e la notizia stessa sono oggetto di sistematica demolizione.
Per i giornalisti subentrano poi logiche di schieramento e condizionamenti che li possono porre di fronte alla scelta fra la ricerca del vero e l'adesione più o meno convinta alle ragioni del paese di appartenenza.
Subentrano ricatti di tipo ideologico per impedire o annullare l'impatto di un giudizio critico.
E quando nessuno riesce ad accertare la veridicità di alcuni fatti, questi continuano a nuotare in uno strano limbo, al solo scopo di confermare una situazione o un pregiudizio.
Se si rileggono i discorsi dei leader durante i conflitti recenti o passati, si può constatare che la guerra è sempre giusta per tutti i combattenti e che l'aggressore è sempre l'altro.
E tutti sono convinti che Dio stia dalla loro parte.
I combattenti in tutte le epoche affermano di avere lavorato per la pace e di non avere voluto la guerra bensì il trionfo della giustizia.
"Si vis pacem para bellum", se vuoi la pace prepara la guerra, si diceva ai tempi dell'impero romano.
"Siamo entrati in una guerra che non abbiamo voluto" - disse Adolf Hitler - "e la causa del Reich è quella della giustizia, della prosperità, del progresso e della pace per l'intera comunità umana."
La propaganda di guerra demonizza il nemico.
Negli ultimi anni Milosevic, Bin Laden e Saddam Hussein sono stati dipinti di volta in volta come i nuovi "Hitler". E la stessa caricatura veniva rinfacciata all'opposto ai presidenti americani Clinton e Bush da parte degli stessi personaggi.
E il pubblico?
Alla forza del mezzo televisivo si aggiunge la forza delle fonti credibili a priori: grandi agenzie di stampa e portavoce istituzionali impostano modelli di adesione politica, culturale, religiosa.
Il margine del dubbio è limitato agli esperti, ai conoscitori del problema, ad alcuni giornalisti che si occupano della vicenda ma è escluso per il grande pubblico che ascolta le notizie.
Nell'era in cui si cerca di affermare a livello planetario il massimo possibile dei diritti dell'uomo e dei principi di democrazia, la manipolazione delle opinioni pubbliche tocca livelli pericolsamente regressivi. Il villaggio globale della comunicazione libera consente la diffusione di linguaggi e notizie acessibili a tutti ma produce una babilonia di bugie e messaggi di cui spesso risulta impossibile sia la verifica che la smentita.
Ormai il capoufficio stampa di un ministro o il portavoce di un esercito in guerra possono fare qualsiasi affermazione senza preoccuparsi di venire smentiti e ormai senza nemmeno doversi attendere domande cattive.
Inoltre nel circuito informativo molti giornalisti sono deputati a seguire sempre gli stessi personaggi, dai ministri ai capi di stato. Il risultato è la consuetudine di rapporti che diventano anche amicali e confidenziali, funzionali alla diffusione delle notizie ma spesso di ostacolo alla loro verifica. Più il giornalista è in buoni rapporti con la fonte più sarà agevole sfruttarla meglio dei colleghi ottenendo anteprime, retroscena, inediti, intervisti. Peccato che a volte viene anche uccisa la verità. Nei conflitti più recenti gli stessi giornalisti inviati sul territorio di guerra sono diventati sempre più un bersaglio alla pari dei militari e hanno subito rapimenti ed esecuzioni. Impossibilitati a svolgere il lavoro sul campo e asserragliati nei loro alberghi con imponenti scorte protettive, hanno lasciato i riflettori alle figure dei giornalisti embedded alle stesse forze combattenti che per evidenti motivi sono portati ad avere una visione molto parziale degli accadimenti.
COME LA GUERRA VIENE COMUNICATA: IL CASO DELLA GUERRA IN IRAQ
L'11 settembre 2001 un attentato condotto nel territorio degli USA ha sconvolto la recente storia mondiale causando ripercussioni che perdurano tutt'ora. Gli attentati coinvolsero il dirottamento di quattro aerei di linea che vennero fatti precipitare sul World Trade Center di New York, sul Pentagono a Washington e su Shanksville, in Pennsylvania causando la perdita di circa 3.000 vite umane.
Dopo breve tempo, il governo degli Stati Uniti incolpò per gli attacchi al Qaeda, un gruppo fondamentalista islamico responsabile di molti altri atti terroristici. Questo portò alla cosiddetta guerra al terrorismo che incluse l'invasione dell'Afghanistan da parte dell'esercito degli Stati Uniti nell'ottobre 2001 e alla successiva deposizione del governo talebano con il sostegno e l'appoggio di una coalizione mondiale e il via libera da parte dell'ONU. Anche l'invasione dell'Iraq e la cattura di Saddam Hussein da parte delle forze anglo-americane del 2003 è stata ascritta dagli Stati Uniti a questa guerra al terrorismo, sebbene l'opportunità di questa scelta fosse stata, e sia tuttora, molto controversa.
Il conflitto in Iraq ha rappresentato una svolta nella lunga storia delle bugie di guerra e della manipolazione dell'opinione pubblica.
Il caso delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein sembrerebbe essere stata una enorme manipolazione, a meno di non volere ammettere incredibili ed imperdonabili livelli di incompetenza da parte di chi ha deciso ed attuato tale guerra.
L'intossicazione informativa è cominciata ben prima delle ostilità sul campo ed era risultata funzionale all'inizio stesso delle ostilità.
Chi è portato a dubitare delle motivazioni proposte per l'inizio della guerra suppone che prima si fosse deciso di fare la guerra e poi si siano cercate le motivazioni per giustificarla.
In nome della guerra preventiva è stato quindi innescato un processo alle intenzioni (il possibile uso di armi di distruzione di massa), basato sull'esistenza di armi mai trovate (le stesse armi di distruzione di massa) e portato a termine tramite una campagna di pressione tendente a delegittimare i governi contrari all'intervento, bollare come traditori o inaffidabili i governi critici e a esaltare come campioni dei valori occidentali i governi più in sintonia con la politica americana, persino a demolire la credibilità degli ispettori dell'ONU che non avevano trovato le famose armi di distruzione di massa.
E' stata portata avanti una campagna per demolire il pacifismo, le posizioni contrarie alla guerra venivano considerate come alleate a Saddam.
"Solo un'idiota o forse un francese dubita delle prove contro Saddam", scrisse il New York Times, poi pentitosi di avere sostenuto le ragioni della guerra.
Prima della guerra la categoria degli idioti è stata allargata giorno dopo giorno dai pacifisti ai giovani No Global, dai leader come Chirac e Schroeder a milioni di manifestanti sulle piazze.
Le commissioni d'inchiesta del Senato hanno poi largamente smentito l'esistenza di armi di distruzioni di massa in Iraq e il collegamento fra il regime di Saddam e gli attentati dell'11 settembre (già i rapporti della stessa CIA avevano in precedenza dichiarato come indimostrabili i presunti rapporti di Saddam Hussein con Al Qaeda).
Alla propaganda preventiva per legittimare la necessità del conflitto e condizionare a proprio favore le sorti dello stesso è seguita una propaganda a posteriori.
Questa propaganda a posteriori tende a recepire le critiche, ad ammettere che le cose non stavano come dichiarate prima della guerra, ad affermare nuove forme di legittimazione.
Oggi si ammette che le armi di distruzione di massa non sono mai esistite cosi' come erano false le presunte connessioni con Al Qaeda. Ma dal punto di vista di coloro che hanno deciso e imposto la guerra risulta importante dimostrare di avere avuto ragione, convincere la gente che la fine di una dittatura è comunque un fatto positivo, e successivamente che si è contribuito alla democratizzazione col miracolo del successo delle elezioni irachene, il capitolo finale dell'Iraq libero e democratico come nel lieto fine delle favole.
E' un fatto che ancora oggi milioni di americani pensino che l'Iraq fosse direttamente coinvolto negli attentati dell'11 settembre e che possedesse arsenali pronti ad essere scagliati contro gli USA. Eppure non mancano e non sono mancate certo negli stessi USA personaggi di grande impatto sul pubblico che abbiano proposto e spiegato la diversa realtà dei fatti in modo facilmente comprensibile: John Kerry, candidato alle ultime elezioni Presidenziali USA ha ad esempio affermato che "Attaccare l'Iraq per l'11 settembre sarebbe stato come aver attaccato il Messico dopo Pearl Harbour".
La rielezione di Bush dimostra che gli Usa si sentono e hanno votato in maggioranza come un paese in guerra e in questa situazione la maggioranza degli americani non si cura dell'immagine che gli altri membri della comunità internazionale possano avere maturato degli USA in conseguenza di questa guerra.
EFFETTI DELLA GUERRA IN IRAQ
Kofi Annan - segretario generale dell'ONU - all'Assemblea annuale dell'ONU ha definito l'intervento americano in Iraq "illegale" e attuato senza il sostegno della grande maggioranza della comunità internazionale.
Molti hanno approvato il giudizio di illegalità, salvo i paesi che hanno fatto la guerra.
Se il giudizio di illegalità avesse avuto un seguito di coerenza e fondamento logico, sarebbero da considerare illegali anche l'occupazione del paese, bombardamenti e arresti di massa, mentre avrebbe avuto una parvenza di legalità internazionale la resistenza armata degli iracheni. Inoltre potrebbero essere processati responsabili militari e politici della coalizione occidentale per le migliaia di vittime civili, centomila, secondo stime per difetto.
L'unico effetto della sua denuncia di illegalità è che Kofi Annan è stato praticamente zittito e confinato nella categoria bollata di antiamericanismo.
La guerra in Iraq ha diviso gli amici degli USA (ad esempio Francia e Germania erano sfavorevoli all'intervento) e unito i suoi nemici.
Nella crisi irachena, gli stati Uniti non hanno lasciato alternativa all'ONU: o il sostegno alle nostre scelte o facciamo da soli.
Le alternative alla guerra, come le ispezioni dell'ONU, vennero mortificate e delegittimate.
La crisi irachena impone di chiedersi se c'erano altre strade percorribili per eliminare o rendere impotente il regime di Saddam presentato come un conclamato pericolo per gli USA e per il mondo intero.
L'Iraq di Saddam Hussein non sembrava rappresentare una minaccia grave per gli USA perchè non erano in corso preparativi di attacco agli Stati Uniti o programmi di armi di distruzione di massa.
Le giustificazioni dell'intervento da dare in pasto all'opinione pubblica vennero cambiate in corso d'opera, man mano che venivano meno le motivazioni iniziali della guerra.
Negli USA le varie commissioni d'inchiesta hanno documentato le falsità servite per arrivare alla guerra. La stampa americana e importanti e ascoltati personaggi hanno finalmente - ma troppo tardi per evitare la guerra - amplificato questi fatti evidenziando anche le posizioni di dissenso e quantomeno lasciando trapelare il dubbio sulle reali motivazioni della guerra in Iraq, iniziali e successive. Questo è potuto succedere grazie al fatto che gli USA rimangono complessivamente all'avanguardia del gruppo di paesi che hanno consolidati standard di democrazia, diritti civili, sistema giudiziario, libertà d'informazione.
Ma dopo la rielezione di Bush gli statunitensi hanno continuato a chiedere sicurezza al capo della Casa Bianca e risulta irrealistico che vengano messe in pratica le proposte di ritiro immediato dei soldati americani dall'Iraq, a prescindere dalle considerazioni in merito alla stabilità o instabilità che si otterrebbe nell'area in caso di eventuale ritiro immediato delle truppe. Gli USA mantengono ad esempio ancora trentamila soldati in Corea del Sud anche dopo 50 anni dalla guerra.
Ragioni di tipo strategico in una logica di grande potenza si aggiungono al groviglio di motivazioni ed interessi creatosi in Iraq.
Lungo le vie del petrolio è scorso molto del sangue versato a causa di guerre, guerriglie, lotte civili e sociali, dittature criminali, terrorismo estremo. Questo sia per il controllo diretto o indiretto delle riserve petrolifere ma anche per la costruzione di oleodotti verso porti o paesi amici.
Il petrolio oggi è il più decisivo fattore discriminante tra stati ricchi e stati poveri: chi lo possiede o ne controlla la produzione o distribuzione ha la chiave principale per il progresso economico industriale.
Spesso i mass media di tutti i paesi industrializzati hanno fatto cadere un silenzio complice o una minimizzazione ipocrita sugli interessi petroliferi degli stati ricchi e delle società multinazionali.
Gran parte delle motivazioni che stanno dietro ad una guerra come quella in Iraq o parte di esse potrebbero facilmente essere spiegate pensando semplicemente alla lotta per il controllo delle riserve petrolifere irachene (e mondiali). In passato gli stessi USA in funzione del raggiungimento di obbiettivi tattici e strategici hanno finanziato e armato in svariate occasioni e in varie parti del mondo regimi dittatoriali e gruppi combattenti, primo tra tutti lo stesso regime di Saddam Hussein in funzione anti iraniana dopo la rivoluzione integralista e lo stesso Osama Bin Laden in funzione antisovietica in Afghanistan. A fronte di ciò, l'abbattimento del regime di Saddam Hussein, l'esportazione della democrazia e la cosiddetta guerra al terrore, possono essere considerate delle motivazioni sufficienti per spiegare quello che è successo in Iraq?
Il controllo più o meno diretto delle seconde riserve petrolifere del mondo (quelle irachene seconde solo alle riserve dell'Arabia Saudita) e il business della ricostruzione sembrerebbero rappresentare dei volani economici difficilmente abbandonabili da parte degli attuali strateghi che reggono le sorti della prima potenza militare e industriale del mondo. E la posizione dell'Iraq e il mantenimento di rapporti di collaborazione con la futura reggenza liberamente eletta di questo paese rappresentano un obiettivo di posizionamento strategicamente rilevante e decisivo nel cuore di quel mondo arabo e musulmano dal quale sono fuoriuscite alcune schegge che hanno deciso di dichiarare guerra con l'11 settembre agli USA (e in parte agli alleati, come potrebbero spiegare gli attentati di Madrid e Londra), aldilà delle più o meno importanti implicazioni e connotazioni di tipo fanatico e religioso.
Presente sul suolo iracheno con obiettivi di mantenimento della pace all'interno della Forza Multinazionale guidata da americani e inglesi che occupa il territorio iracheno, il contingente italiano ha subito a Nassirya un attentato suicida da parte della resistenza irachena che ha provocato la morte di 19 soldati italiani, i primi morti dopo la seconda guerra mondiale in seguito a scontri militari. E dopo Madrid e Londra anche l'Italia si sente nel mirino di possibili attentati sul proprio territorio. Il governo di centro destra non ha seguito l'atteggiamento spagnolo di ritiro delle truppe nonostante la ferma opposizione sia delle forze di opposizione di centro-sinistra in Parlamento sia di ampi strati della popolazione nelle piazze italiane.
Nel giugno del 2004 il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha poi in un qualche modo ratificato la situazione creatasi, cercando prioritariamente di ricostruire un nuovo accordo delle maggiori potenze mondiali dopo la frattura creatasi all'inizio della guerra, sulla base di un progetto per l'Iraq. E' stata quindi adottata la risoluzione n. 1546 nel tentativo di creare un percorso condiviso per il futuro dell'Iraq, con una evoluzione che preveda un ampia cooperazione tra il governo iracheno e il comando della forza multinazionale, tappe precise per le prime elezioni poi tenutesi nel dicembre 2004 per eleggere un assemblea e un governo provvisorio con il compito di produrre la Costituzione dell'Iraq prima delle nuove elezioni previste per il mese di dicembre 2005.
Nel frattempo a seguito di attentati spesso suicidi e di interventi militari la conta dei morti nella terra della ex Babilonia cresce quotidianamente a dismisura, lasciando un alone comunque tragico su qualunque percorso di stabilizzazione si riesca a costruire. Dopo l'11 settembre 2001 di New York, gli attentati nel cuore dell'Europa l'11 marzo 2004 a Madrid e il 7 luglio 2005 a Londra più o meno direttamente collegabili anche a ciò che è successo sia in Afghanisthan che in Iraq non fanno altro che gettare prospettive ancora più tetre e drammatiche sull'evoluzione di questa che da alcuni viene definita come una terza guerra mondiale e uno scontro di civiltà.
La minaccia terroristica e il fondamentalismo islamico sono motivi sufficienti a pepetuare una logica di scontro militare?
Il dialogo fra culture e civiltà diverse non sarebbe più utile alla governabilità del pianeta e alla soluzione dei problemi che lo minacciano?
Hanno un senso logico i muri di ostilità che rischiano di separare le masse di musulmani che già vivono in grande numero nelle società europee?
Se l'idea che dietro ad ogni immigrato possa nascondersi un terrorista è il prodotto di una propaganda isterica, di semplificazioni culturali e ideologiche, di un condizionamento mediatico, la ferocia dei terroristi rischia però di appiattire e omologare l'immagine del mondo islamico, di screditarne i moderati, di ritardare l'evoluzione dell'Islam, di mettere in crisi governi e paesi arabi moderati.
La reazione militare dell'occidente e il terrorismo accentuano il conflitto all'interno delle società musulmane tra la componente minoritaria fondamentalista e la maggioranza moderata. La sfida è quella di aiutare le masse musulmane a respingere gli orrendi crimini che vengono commessi in nome di Allah e secondo mostruose interpretazioni del Corano. Questo aiuto non può che fondarsi sul dialogo, sulla riconciliazione con il fattore umano, sulla diffusione condivisa di valori universali, su una cooperazione politica ed economica che spezzi il tragico ingranaggio di rivalse e ingiustizie, su una concezione di diritti e rispetto della vita umana.
Torture di prigionieri, massacri di bambini, bombardamenti di villaggi, esplosioni di treni o bus mettono chiaramente in discussione tutto questo.
Molta pubblicistica tende a considerare le ragioni della pace e dello sviluppo sostenibile come ingenue e irrealistiche e il pacifismo diventa quindi un sinonimo di stupidità e arrendevolezza.
Il salto logico è quindi considerare la guerra come logica e razionale e la pace come irrazionale e irrealistica. Le ragioni della pace sono in un qualche caso considerate alla stregua di complicità con il nemico.
Oggi come ieri, l'eventualità della guerra e la necessità di prepararla continuano ad essere il messaggio dominante.
Occorre riflettere sulle ragioni dell'odio contro l'Occidente, sul liquido amniotico di ingiustizie, deportazioni, bombardamenti e massacri in cui sono nati i terroristi.
Occorre ricordare che anche migliaia di madri irachene piangono le migliaia di bambini portati via da anni di embargo o dilaniati dalle bombe.
Occorre chiedersi che cosa spinga donne e madri cecene o palestinesi a immolarsi in attacchi suicidi.
Tagliare la testa a un ostaggio inerme è mostruoso come farsi saltare in aria su un autobus di civili, ma una bomba su un ospedale o su una festa di matrimonio è forse meno grave?
Il terrorismo non ha alibi nè giustificazioni, ma non è tragico pensare che mentre si cercavano armi di distruzione di massa che non c'erano non ci si è resi conto che una guerra fatta con le modalità di quella in Iraq avrebbe moltiplicato i kamikaze e il terrorismo?
Non si può che constatare l'inefficacia di una risposta esclusivamente militare che ha avuto l'effetto di moltiplicare le situazioni di ingiustizia e di moltiplicare gli atti di terrorismo.
Per combattere un terrorismo senza confini, sovranazionale, spesso inserito ed infiltrato nelle nostre stesse società, alimentato attraverso i canali finanziari occidentali e spesso in rapporti d'affari con l'Occidente (come il caso della familiglia Bin Laden con la famiglia Bush), si è scelta la strada della guerra convenzionale, dei bombardamenti con migliaia di vittime civili anzichè rafforzare l'intelligence (coordinamento delle polizie del mondo, controllo dei flussi di denaro, forze speciali), l'uso della diplomazia e una diversa attenzione politica ed economica nei confronti del mondo arabo.
Esportare la libertà potrebbe essere un principio nobile ma farlo con i bombardamenti sui civili e con l'illusione di avere Dio dalla propria parte risulta catastrofico proprio secondo i principi basilari di quella democrazia pluralista per definizione che si pretenderebbe di esportare.
IL CULTO DELLA GUERRA VS LA CULTURA DELLA PACE
Il culto della guerra riduce il confine fra politica e logica militare, poichè in situazione di conflitto la politica deve rispondere innanzitutto al bisogno di sicurezza, alla protezione del territorio e del proprio sistema di regole e convinzioni, quindi sorge la necessità di innalzare nuove barriere, di ridefinire la propria identità rispetto a quella degli altri, percepita comunque come diversa e a volte come ostile. La politica diventa ostaggio dell'emergenza, della paura, di un nuovo e malinteso patriottismo, di una nuova e malintesa religiosità.
Il culto della guerra cambia inevitabilmente la gerarchia dei valori e delle priorità e passano in secondo piano le altre sfide del nostro tempo, lo sviluppo, l'ambiente, il controllo della scienza e della tecnologia, la diffusione dei diritti e della giustizia sociale.
Il culto della guerra sottrae energie fisiche, intellettuali, economiche agli sforzi per costruire un pianeta più vivibile e più giusto.
Il culto della guerra minimizza i valori della solidarietà e della tolleranza, mette il silenziatore sul dissenso e lascia insoluto il tema centrale dell'equilibrio fra sviluppo economico e sviluppo sociale. Sottomessa alla logica di guerra, condizionata dall'emergenza terrorismo e dalla domanda di sicurezza la politica rende a sua volta più angusto e complicato lo spazio della democrazia e quindi il rapporto tra stato e individui.
I CAMPIONI DELLA PACE
In questa breve rassegna di "Campioni della pace" vengono inseriti alcuni brani tratti da opere pubbliche di alcune personalità più o meno famose in Italia o all'estero.
Questa rassegna non ha alcuna pretesa di completezza e ci si è concentrati nella selezione dei contenuti più che sui personaggi.
I brani testuali proposti devono essere contestualizzati all'epoca in cui sono stati creati ma è interessante osservare come mantengano spesso la loro attualità universale.
Essendo inoltre degli spezzoni la contestualizzazione deve riguardare anche l'interezza dei testi da cui sono stati estrapolati.
Fortunatamente tantissimi rappresentanti dell'umanità hanno operato a favore della pace, non solo lasciando testi ai posteri ma con il loro lavoro quotidiano. La selezione dei personaggi proposti oltre a non essere in alcun modo esaustiva deve essere considerata quindi solo strumentale ed esemplificativa, a testimonianza anche di tutti coloro che potrebbero essere considerati dei campioni della pace pur essendo poco noti o del tutto sconosciuti e che hanno agito lontano dai riflettori e senza gratificazioni se non quella personale di avere lavorato nella prospettiva di un mondo migliore.
Bertold Brecht (da "Poesie contro la guerra")
La guerra che verrà
non è la prima. Prima ci sono state altre guerre.
Alla fine dell'ultima
C'erano vincitori e vinti
Fra i vinti la povera gente
Faceva la fame. Fra i vincitori
Faceva la fame la povera gente egualmente.
Al momento di marciare molti non sanno
che alla loro testa marcia il nemico.
La voce che li comanda
è la voce del nemico.
E chi parla del nemico
è lui stesso il nemico.
Mio fratello è un conquistatore.
Il popolo nostro ha bisogno
di spazio. E prendersi terre su terre
da noi, è un vecchio sogno.
E lo spazio che si è conquistato
è sui monti del Guadarrama
E' di lunghezza un metro e ottanta
uno e cinquanta di profondità.
Fedor Michailovic Dostoevskij (da "Le memorie del sottosuolo")
La civiltà ha reso l'uomo più bassamente e schifosamente sanguinario. Prima vedeva nello spargimento di sangue un atto di giustizia e massacrava con la coscienza tranquilla. Adesso, pur considerando lo spargimento di sangue un abominio, a questo abominio ci abbandoniamo ugualmente e più di prima....
Albert Einstein (da "Come io vedo il mondo" e da "Scienza e civiltà")
La corsa agli armamenti fra USA e URSS, presentata come una questione di sicurezza, rivela da entrambe le parti un atteggiamento isterico. Dietro una muraglia di misteri abbiamo perfezionato mezzi di distruzione collettiva. I popoli sono vittime di una disastrosa illusione. Formidabili poteri finanziari sono concentrati nelle mani dei militari. La gioventù è militarizzata. Le persone che professano idee indipendenti subiscono manovre d'intimidazione. La radio, la stampa, la scuola lavorano per indottrinare l'opinione pubblica. Il campo dell'informazione è piegato alle necessità militari.
Disprezzo profondamente chi è felice di marciare nei ranghi e nelle formazioni al seguito di una musica: costui solo per errore ha ricevuto un cervello.
L'eroismo comandato, gli stupidi corpo a corpo, il nefasto spirito nazionalista, come odio tutto questo! E quanto la guerra mi appare ignobile e spregevole!
Io stimo tanto l'umanità da essere persuaso che il fantasma malefico della guerra sarebbe da lungo scomparso se il buonsenso dei popoli non fosse sistematicamente corrotto per mezzo della scuola e della stampa, dagli speculatori del mondo politico e del mondo degli affari.
Bisogna rendersi conto che i potenti gruppi industriali interessati alla fabbricazione delle armi sono, in tutti i paesi, contrari al regolamento pacifico delle controversie internazionali.
In quest'epoca di regimi democratici la sorte dei popoli dipende dai popoli stessi; questo fatto deve essere presente allo spirito di ciascuno in ogni momento.
In periodi come questo lo scontento genera odio, e l'odio spinge ad azioni di violenza e di rivolta, e spesso anche alla guerra. Così il disagio e il male producono nuovi disagi e nuovi mali.
Gli uomini di stato portano il peso di tremende responsabilità.
Non si tratta solo del problema tecnico di assicurare e conservare la pace, ma anche dell'importante compito di educare e illuminare le menti.
Dobbiamo avere chiaramente presente ciò che è in gioco, e qual è il nostro debito verso quella libertà che i nostri antenati ci hanno conquistato a prezzo di dure lotte.
Mohandas Gandhi (da "Che cosa è la non violenza" e da "La forza della non violenza")
Io approvo la completa non violenza e la considero possibile nei rapporti tra uomo e uomo e tra nazione e nazione; ma questa non è una rinuncia ad ogni lotta concreta contro l'ingiustizia. Al contrario nella mia concezione la non violenza è una lotta contro l'ingiustizia più attiva e più concreta della ritorsione, il cui effetto è solo quello di aumentare l'ingiustizia.
Io sostengo un'opposizione mentale, e dunque morale, all'ingiustizia. Cerco con tutte le mie forze di ottundere l'affilatura alla spada del tiranno, ma non contrapponendo ad essa un'arma più affilata, bensì deludendo la sua aspettativa di una resistenza fisica da parte mia. La resistenza morale che io opporrò servirà a disorientarlo. Dapprima lo frastornerà, e alla fine lo costringerà al riconoscimento dell'ingiustizia, riconoscimento che non lo umilierà, anzi lo nobiliterà.
Il fatto che vi sono ancora tanti uomini vivi nel mondo dimostra che questo non è fondato sulla forza delle armi ma sulla forza della verità o dell'amore. Malgrado tutte le guerre che si sono avute nel mondo, questo continua ad esistere.
La democrazia, finchè è sostenuta dalla violenza, non può fare l'interesse dei deboli o proteggerli. La mia concezione della democrazia è che sotto di essa il più debole deve avere le stesse possibilità del più forte. Questo può avvenire soltanto attraverso la non violenza.
La democrazia occidentale nelle sue attuali caratteristiche, è una forma diluita di nazismo o fascismo. Al più è un paravento per mascherare le tendenze naziste e fasciste dell'imperialismo. Perchè oggi vi è la guerra, se non per la brama della spartizione delle spoglie del mondo?
La verità e la non violenza costituiscono la forza più potente del mondo. La forza dello spirito si accresce continuamante ed è infinita. Questa forza spirituale risiede in tutti gli esseri umani, uomini, donne e bambini, a prescindere dal colore della pelle. In alcuni è assopita ma può essere risvegliata con un'adeguata educazione.
Senza il riconoscimento di questa verità e senza il dovuto sforzo per realizzarla non vi è scampo all'autodistruzione.
La violenza non può essere eliminata dalla violenza. Il genere umano può liberarsi dalla violenza soltanto ricorrendo alla non violenza. L'odio può essere sconfitto soltanto con l'amore. Rispondendo all'odio con l'odio non si fa altro che accrescere la grandezza e la profondità dell'odio stesso.
La nostra collaborazione viene a mancare quando i governanti ci riescono sgraditi. Questa è la resistenza passiva. La resistenza passiva è un metodo per assicurarsi i diritti a mezzo della propria sofferenza. Nessun uomo può dichiarare di essere nel giusto assoluto o che una data cosa sia ingiusta perchè quella è la sua opinione; ma è un male per lui fino a quando sarà un suo voluto giudizio. E' pertanto conveniente che non faccia quanto riconosce ingiusto e ne subisca le conseguenze qualunque esse siano. Questo è il segreto per raggiungere la forza d'animo.
Sino a quando sarà viva la superstizione che l'uomo deve obbedire a leggi ingiuste non potremo dire che si siano inaridite le radici della loro schiavitù. Solo colui che ricorre alla resistenza passiva può estirpare tale superstizione.
Credete che un codardo possa mai disubbidire ad una legge che ritiene ingiusta?
Giovanni XXIII (dall'Enciclica "Pacem in terris")
Ci è doloroso constatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche.
Gli armamenti si sogliono giustificare adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile non può essere che una pace fondata sull'equilibrio delle forze. Quindi se una comunità politica si arma, le altre comunità politiche devono tenere il passo ed armarsi esse pure. E se una comunità politica produce armi atomiche, le altre devono pure produrre armi atomiche di potenza distruttiva pari.
In conseguenza gli esseri umani vivono sotto l'incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con un impeto inimmaginabile.
Giustizia, saggezza ed umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti, si riducano simultaneamente e reciprocamente gli armamenti già esistenti, si mettano al bando le armi nucleari e si pervenga finalmente al disarmo integrato da controlli efficaci.
Alla pace che si regge sull'equilibrio degli armamenti si sostituisca il principio della reciproca fiducia. E' alieno dalla ragione pensare che la guerra sia atta a riparare i diritti violati.
I rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma alla luce della ragione, e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà.
Nelle assemblee più alte e qualificate considerino a fondo il problema della ricomposizione pacifica dei rapporti tra le comunità politiche sul piano mondiale: ricomposizione fondata sulla mutua fiducia, sulla sincerità nelle trattative, sulla fedeltà agli impegni assunti.
Martin Luther King (da "Marcia verso la libertà" e da "Sono stato sulla cima di una montagna")
La sofferenza ha immense possibilità educative e di rinnovamento.
La sofferenza è infinitamente più efficace della legge della giungla nel convertire l'oppositore e nel fargli porgere orecchio alla voce della ragione.
Il non violento si rifiuta di sparare contro il suo oppositore e di odiarlo.
Al centro della non violenza sta il principio dell'amore.
Gli oppressi non devono lasciarsi vincere dalla tentazione di provare rancore e di abbandonarsi all'odio. Rispondere alle offese con le offese non farebbe altro che accrescere l'esistenza dell'odio nel mondo.
E' necessario nella vita trovare qualcuno che sia dotato di buon senso e di sufficiente moralità per spezzare la catena dell'odio; e questo si può ottenere soltanto col proiettare l'etica dell'amore al centro della nostra vita.
Noi vogliamo sconfiggere l'ingiustizia, non quei bianchi che sono ingiusti.
Gli uomini parlano da anni di guerra e di pace.
Ma ora non possono più limitarsi a parlarne. In questo mondo la scelta non è più tra violenza e non violenza; è tra non violenza e non esistenza. Questo è il punto in cui ci troviamo oggi.
Quando gli schiavi si uniscono è l'inizio della liberazione dalla schiavitù. Ora manteniamo l'unità. La questione è l'ingiustizia.
Ma da qualche parte leggo della libertà di riunione. Da qualche parte leggo della libertà di parola. Da qualche parte leggo della libertà di stampa. Da qualche parte leggo che la grandezza dell'America è il diritto di protestare per i diritti.
John Lennon (da "Imagine")
Immagina che non ci siano nazioni
non è difficile da farsi
niente per cui uccidere o morire
e, in più nessuna religione
immagina tutta la gente
che vive la vita in pace
Tu puoi dire che sono un sognatore
ma non sono l'unico
io spero che un giorno ti unirai a noi
e che il mondo sarà unito.
Primo Levi (da "L'altrui mestiere")
La parola ci differenzia dagli animali: dobbiamo imparare a fare buon uso della parola. Menti più rozze delle nostre mille e milioni di anni addietro hanno risolto problemi più ardui. Dobbiamo far sentire più forte il mormorio che sale dal basso, anche nei paesi in cui mormorare è vietato. E' un mormorio che scaturisce non solo dalla paura ma anche dal senso di colpa di una generazione. Dobbiamo amplificarlo. Dobbiamo suggerire, proporre, imporre poche idee chiare e semplici agli uomini che ci guidano, e sono idee che ogno buon mercante concosce: che l'accordo è l'affare migliore, e che a lungo termine la buona fede reciproca è la più sottile delle astuzie.
Nelson Mandela (da "Che sorga una nuova era")
Grave insulto alla dignità umana che divide in padroni e servi e che trasforma ognuno in un predatore la cui sopravvivenza dipende dalla distruzione dell'altro.
Il valore della nostra ricompensa sarà e dovrà essere misurato dal trionfo della pace gioiosa.
Avremo creato una società dove si riconosce che tutti sono nati eguali, che tutti devono godere in egual misura di vita, libertà, prosperità, diritti umani e buon governo.
Una tale società non dovrebbe più consentire che ci siano prigionieri per le proprie idee nè che siano violati i diritti umani di nessuno.
Nè dovrebbe mai più accadere che le vie del cambiamento pacifico siano bloccate da usurpatori che cerchino di togliere il potere al popolo, per perseguire i propri ignobili propositi.
Questo deve essere un mondo di democrazia e di rispetto per i diritti umani, un mondo liberato dagli orrori della povertà, della fame, delle privazioni e dell'ignoranza, liberato dalla minaccia e dal flagello delle guerre civili e delle aggressioni straniere e dalla grande tragedia dei milioni di profughi.
Che gli sforzi di tutti noi dimostrino quanto Martin Luther King avesse ragione, quando diceva che l'umanità non può ancora a lungo essere tragicamente inchiodata alla mezzanote buia del razzismo e della guerra.
Lorenzo Milani (dalla "Lettera ai cappellani militari")
Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò, che nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati ed oppressi da un lato, privilegiati ed oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, fare orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Chi difese più la patria e l'onore della patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra patria a tutto il mondo civile?
Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza ad ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l'esecuzione sommaria dei partigiani, l'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l'esecuzione di ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni, una guerra di evidente aggressione, l'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?
Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra.
Davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni tra il bene e il male, fra la verità e l'errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima.
Se volete diciamo: preghiamo per quegli infelici che, avvelenati senza loro colpa da una propaganda d'odio, si sono sacrificati per il solo malinteso ideale di patria calpestando senza avvedersene ogli altro nobile ideale umano.
Rita Levi Montalcini (dalla "Conferenza sulla pace del novembre 2000")
Occorre favorire un piano di pace basato su un nuovo sistema educativo dei giovani, sin dalla più tenera età, volto al riconoscimento dei valori universali ai quali si ispirano tutte le religioni.
Un compito questo che si prefigge di disattivare il perverso meccanismo di odio istillato sin dalla prima infanzia e il desiderio di vendetta.
La promozione di una cultura dell'infanzia e dell'adolescenza basata sul principio dell'uguaglianza e fratellanza sarà tanto più efficace quanto più le donne sapranno fare breccia nelle giovani menti avvalendosi dell'elevato livello culturale finalmente raggiunto.
Jean Paul Sartre (da "Coesistenza pacifica e cultura")
Attraverso quale pratica veramente rivoluzionaria si possono costringere al disarmo le cricche politiche e militari che hanno puntato fin dal principio sulla crescente intensificazione della produzione bellica?
Io vorrei trattare questo tema particolare: la smilitarizzazione della cultura.
E' la nostra cultura, quella che noi stessi produciamo che penetra lentamente tra le generazioni che vengono dopo la nostra.
La cultura è, a mio avviso, la coscienza in perpetua evoluzione che l'uomo ha di sè stesso e del mondo nel quale vive, lavora e lotta. Se noi subordiniamo il nostro lavoro a degli imperativi bellicisti noi faremo dei nostri figli, che consumeranno delle verità avvelenate, dei fascisti o dei disperati.
Viviamo in un'epoca in cui la cultura è usata ovunque come un'arma di guerra. Alcuni scrittori e alcuni uomini politici fanno la cosa consapevolmente; altri agiscono sotto l'impero di forze oggettive che essi ignorano. La cultura è già trasformata in strategia e in tattica militare.
Non si deve "proteggere" la cultura, l'unico servizio che essa si aspetta tocca a noi intellettuali renderglielo: bisogna smilitarizzarla. Si potrebbero stabilire le basi di un programma da proporre a tutte le nazioni: soppressione di ogni forma di protezionismo culturale, pubblicazione delle opere importanti - che siano o no contemporanee - in tutte le lingue, sotto il controllo degli uomini di cultura che dovrebbero prendere in ogni caso la responsabilità di proporre le opere all'editore, di spiegarle al pubblico, nell'intenzione di renderle accessibili al maggior numero di persone.
Questa nuova forza non potrebbe non contribuire efficacemente al mantenimento della pace.
Arthur Schnitzler (da "Un tempo tornerà la pace")
La stragrande maggioranza dell'umanità è quasi del tutto priva di sentimenti per quanto riguarda la comunità, la stragrande maggioranza degli uomini è disposta in ogni momento, per onore, per gloria, per la carriera, per una onorificenza, per guadagnare denaro, a mandare in rovina nel modo più miserabile migliaia, centinaia di migliaia di uomini, se essi stessi non sono nel numero, anzi c'è chi è disposto persino a correre questo rischio, e in ciò essi vengono aiutati proprio dalla mancanza di immaginazione.
Voltaire (da "Dizionario filosofico")
La guerra viene dall'immaginazione di tre o quattrocento persone sparse sulla superficie del globo sotto il nome di principi o ministri.
Il lato stupefacente di questa impresa infernale è che ogni capo degli assassini fa benedire le sue bandiere e invoca solennemenete Dio prima di andare a sterminare il prossimo.
La religione naturale ha impedito mille volte ai cittadini di commettere crimini. Un'anima bennata non ne ha la volontà; un'anima mite ne inorridisce. Ma la religione artificiale incoraggia a commettere tutte le crudeltà. Tutti marciano allegramente verso il delitto sotto la bandiera del proprio santo.
Simone Weil (da "Non ricominciamo la guerra di Troia")
La guerra, ai giorni nostri, si definisce attraverso la subordinazione dei combattenti ai mezzi di combattimento; e gli armamenti, autentici eroi della guerra moderna, sono, come gli uomini votati al loro servizio, diretti da coloro che non combattono.
Poichè questo apparato direttivo non ha altro mezzo per sconfigere il nemico che quello di mandare a morire i propri soldati con la forza, la guerra di uno stato contro un altro stato si trasforma immediatamente in una guerra dell'apparato statale e militare contro il proprio esercito.
Ogni soldato è costretto a sacrificare la sua stessa vita alle esigenze dell'apparato militare, e vi è costretto attraverso la minaccia di una esecuzione senza processo che il potere dello stato mantiene costantemente sospesa sul suo capo. Di conseguenza, importa assai poco che la guerra sia difensiva o offensiva, imperialista o nazionale; ogni stato in guerra è costretto a usare questo metodo dal momento che il nemico lo usa.
Il grande errore è quello di considerare la guerra come un episodio di politica estera, mentre essa costituisce innanzitutto un fatto di politica interna.
I soldati non si espongono alla morte, sono mandati al massacro.
Stefan Zweig (da "Il mondo di ieri")
L'avversario da combattere: il falso eroismo che preferisce mandare gli altri a soffrire e a morire, il facile ottimismo dei profeti incoscienti, politici o militari, che, promettendo senza scrupoli la vittoria, prolungano il massacro ed hanno alle spalle il coro da loro pagato, tutti i "parolai della guerra".
Chi manifestava un dubbio li disturbava nei loro affari patriottici; chi ammoniva era schernito come pessimista, chi combatteva la guerra di cui essi non dividevano i dolori era marchiato traditore. Era sempre attraverso i tempi la stessa gentaglia, pronta a dichiarare vili i prudenti, deboli gli umani, per poi smarrirsi nell'ora della catastrofe imprudentemente provocata.
Sin dal principio non avevo creduto alla "vittoria" ed avevo avuto una sola certezza: che anche se questa fosse stata raggiunta con sacrifici inauditi, non li avrebbe giustificati.
IL CONFLITTO - UN APPROFONDIMENTO La definizione dell'argentino Eduard Vinyamata:
"Il conflitto è lotta, disaccordo, apparente incompatibilità, scontro di interessi, percezioni o atteggiamenti ostili tra due o più parti. Il conflitto è connaturato alla vita stessa, è collegato direttamente con lo sforzo che si fa per vivere. I conflitti sono in relazione con la soddisfazione dei bisogni, si trovano collegati ai momenti di stress, alle sensazioni di paura e allo sviluppo di azioni che possono condurre o meno, a comportamenti aggressivi e violenti. [...] Il conflitto è un valore universale che deve essere approcciato in modo integrale, riconosciuto in tutte le attività umane e sociali di tutti i tipi di società e di epoche, per cui è determinante la sua analisi e la sua comprensione".
Il conflitto e le modalità conflittuali
La situazione conflittuale ha inizio quando sono visibili comportamenti espliciti di violenza, fisica o verbale. La mediazione chiama in causa, non solo la gestione del conflitto vera e propria, ma anche la prevenzione della violenza in cui il conflitto può sfociare.
Io vinco-tu perdi: è la modalità più tradizionale, che si conclude con la vittoria dell'uno a spese dell'altro (spesso attraverso comportamenti più o meno violenti: fisici, psicologici o verbali che siano).
Io perdo-tu vinci: è l'atteggiamento di chi, pur di porre fine al conflitto, per gli elevati costi che esso comporta, è disposto a rinunciare all'oggetto da contendere e a far vincere l'altro.
Io perdo-tu perdi: in questo caso, l'oggetto della contesa viene eliminato o rimosso da uno dei due confliggenti, con la conseguente impossibilità di disporne e la conclusiva sconfitta per entrambi.
Io vinco-tu vinci: è la modalità verso cui tende la mediazione del conflitto, attraverso un terzo soggetto che aiuta i confliggenti a ricavare dalla situazione problematica vantaggi per entrambi.
La Negoziazione
Secondo la scuola di Harvard, la negoziazione "è un processo di risoluzione dei conflitti nel quale uno o più terze parti imparziali intervengono nel conflitto con il consenso dei configgenti e li assistono nel negoziare un accordo consensuale ed informale".
L'aspetto fondamentale della negoziazione è la stipula di un accordo, condiviso dalle parti in conflitto, in cui si regolamentano comportamenti, modalità e regole di rapporto.
La mediazione dei conflitti
E' un processo che tende a far evolvere dinamicamente una situazione di conflitto aprendo canali di comunicazione che si erano bloccati. Condotta da un soggetto terzo ed estraneo, la mediazione permette alle parti in conflitto di confrontare i propri punti di vista e di cercare con l'aiuto del mediatore la gestione condivisa al problema.
Con mediazione si intende:
- Un percorso di condivisione e di gestione del problema che produce il conflitto
- Un modo per aiutare le persone a gestire il conflitto
- Un sostegno alle persone basato sull'ascolto e sul dialogo
La mediazione rappresenta una vera e propria cultura che riconosce il conflitto, senza evitarlo o subirlo, ammettendone le risorse.
Il conflitto fa emergere il bisogno dei soggetti di definirsi e può essere una grossa risorsa di cambiamento
La mediazione sociale
"La mediazione sociale è un processo di creazione e di ricostruzione dei legami sociali, di regolamentazione dei conflitti della vita quotidiana, nel quale un terzo imparziale ed indipendente ha il compito di aiutare gli individui o le istituzioni a migliorare il rapporto relazionale che li lega o a gestire un conflitto che li rende antagonisti, proprio attraverso una riorganizzazione dei rapporti. [...] La mediazione sociale deve contribuire a sviluppare le capacità di autonomia dei cittadini. Essa non deve concepirsi in via esclusivamente alternativa, bensì essere considerata come un processo finalizzato a produrre relazioni umane costruttive".
Due o tre parole sulla mediazione Duccio Scatolero
Docente di Criminologia all'Università di Torino
responsabile dei centri di gestione di conflitto del Gruppo Abele
Per occuparsi di mediazione, bisogna ritornare veramente sulla strada, là dove i conflitti ci sono.
Individuerei tre funzioni che il volontariato può svolgere:
La prima è direttamente connessa alle funzioni di mediazione di gestione di conflitti.
La seconda la chiamerei una funzione di alleanza con qualcuna delle parti del conflitto.
La terza ed ultima funzione del volontariato può assumersi in questa partita è sicuramente quella di tipo culturale.
C'è una cultura della gestione dei conflitti da diffondere e un convincimento nuovo da far circolare, che porti a considerare che non esiste come unica risposta al conflitto la violenza o la soppressione del nemico. Questa esigenza chiama il volontariato ad un ruolo grosso dal punto di vista culturale: diffondere una cultura diversa e far praticare nella concretezza i contenuti di questa cultura.
Detto questo, tornando alla prima funzione, cioè di un volontariato attivo nel quadro della mediazione, credo che una delle prime considerazioni da fare è in riferimento al termine mediazione.
Il termine mediazione può essere definito in tanti modi. Con estrema semplicità si può dire che è una delle tante possibili strategie di gestione del conflitto. Noi vediamo il termine mediazione applicato in altri paesi europei e non ancora nel nostro, in campi molto diversi: esiste la mediazione giudiziaria e la mediazione penitenziaria, si parla di mediazione scolastica, di mediazione familiare che è forse quella più viva e vivace nel nostro paese, di mediazione sociale ecc.
Il problema vero è quello del conflitto e la questione delle strategie di gestione del conflitto. Questo è un punto preciso che deve essere chiaro a chiunque affronti questa materia: ci muoviamo nel quadro della gestione del conflitto, che è altra cosa dalla risoluzione del conflitto. La risoluzione del conflitto vuol dire occuparsi di un problema e cercare delle soluzioni ad esso; vuol dire prendersi in carico un problema e cercare di definire quali sono le soluzioni. La prospettiva della mediazione è assolutamente diversa da questa. La mediazione e tutte le sue applicazioni non si occupano del problema "conflitto", ma dei confliggenti, delle persone che sono nel conflitto; la mediazione con le sue azioni si preoccupa di quello che vivono queste persone e quello che è successo a causa del conflitto dentro di loro, nella relazione fra di loro. I problemi di relazione fra le persone non sono problemi che si risolvono, le relazioni non si risolvono, le relazioni si guastano e poi si aggiustano, si riparano e si ridefiniscono.
Se noi guardiamo al problema del conflitto dal punto di vista del confliggente, vediamo che c'è una prospettiva di aggiustamento della relazione dal punto di vista dei confliggenti. Chi conosce, chi ha avuto direttamente o indirettamente esperienza di un conflitto qualunque ha potuto constatare che il conflitto crea sempre una situazione in cui le due parti da sole non riescono più ad uscire da quella situazione, hanno bisogno di qualcuno, ma non c'è nessuno al mondo che potrà mai risolvere il conflitto al posto delle due parti. L'unica via praticabile è quella di aiutare le due parti a ritrovare le loro capacità di soluzione del conflitto. I conflitti li risolvono le parti e le parti da sole non ce la fanno se qualcuno non le aiuta a ritrovare questa capacità di soluzione. Questo è il lavoro grosso che il mediatore deve fare, deve rifiutare qualsiasi delega di responsabilità di risoluzione, ma deve riportare la responsabilità del conflitto alle due parti che lo hanno creato e che lo stanno vivendo e a quel punto saranno loro con addosso questa responsabilità a sentirsi l'impegno di uscire da quella situazione.
Ma esistono altre responsabilità, ovvero quelle relazionali, e ancor di più la responsabilità sociale, che sono nozioni su cui oggi la riflessione sicuramente è caduta. Oggi l'Altro è sempre meno un limite nell'agire delle persone: c'è una irresponsabilità sociale che è diventata valore guida di una cultura molto diffusa nel nostro paese. Secondo questa cultura, che si riconosce nell'irresponsabilità sociale, io mi devo sentire responsabile solo di quello spazio ridotto che è lo spazio delle relazioni domestiche (mettendo nel domestico la famiglia, l'amicizia e quel territorio ristretto di relazioni di qualità). Al di fuori di questa responsabilità io non mi riconosco in nessun altra responsabilità, questo fa sì che quando esco di casa l'Altro per me non esiste o mi è nemico. E' questo lo sguardo con cui guardare ai temi oggi della sicurezza urbana e dei vissuti di difficoltà di cittadini nel solcare il loro territorio quotidiano. E' tremendamente insicuro vivere e spostarsi in territori dove tu sai che in partenza l'Altro o ti è indifferente o ti è nemico, perché hai concepito, hai costruito una cultura in cui l'altro che ti soccorre, l'Altro che esprime gesti di solidarietà non è più presente. Nella cultura del "farsi i fatti propri" l'altro che si fa i fatti suoi è un altro che o ti passa accanto indifferente o se, per sua necessità , ha bisogno di confliggere con te, ti diventa nemico e ti apre una guerra.
Fare il lavoro sociale vuol dire schierarsi e affiancarsi ai più deboli, ai marginali, a quelli che vivono una difficoltà, ma noi non possiamo più affrontare il problema degli esclusi, se non ci poniamo anche il problema del rispetto degli inclusi nel nostro paese. Un aspetto fondamentale della questione sugli esclusi è la difficoltà crescente dei loro rapporti con gli inclusi. Un marginale smette di essere tale quando gli inclusi gli concedono un po' del loro posto. Questa è la scommessa del lavoro di integrazione. Noi purtroppo per troppo tempo abbiamo ragionato sull'illusione che l'integrazione consiste nel costruire dei percorsi paralleli a quelli degli integrati in cui tenere le persone svantaggiate in difficoltà. Integrazione vuol dire che chi è marginale ritorna ad essere integrato, e questo non avviene automaticamente, in molti casi bisogna impegnarsi perché avvenga, ma questo impegno non è solo al fianco dei marginali, deve essere un impegno al fianco anche degli inclusi.
Inclusi ed esclusi oggi hanno una relazione difficile, tremendamente complicata sui nostri territori urbani. Vediamolo dal punto di vista degli immigrati o dal punto di vista dei tossicodipendenti, ma sempre c'è e cresce questo tipo di problema relazionale che ha un riscontro immediato, un'intolleranza crescente sempre più dura e cattiva degli inclusi nei confronti degli esclusi.
Questo ci richiama alla necessità di un'azione sociale che incomincia ad interrogarsi anche sugli inclusi.
Chi è oggi l'incluso nel nostro paese? E' il soggetto forte che ha tutti i poteri, che ha tutti i mezzi per vivere bene oppure un soggetto più debole, di una debolezza non patologica, sicuramente, ma di una debolezza che è contingente, che in certi momenti lo assale?
Oggi una gran quantità di inclusi vive con il terrore di essere respinta aldilà del limite dell'esclusione e si barcamena quotidianamente per salire su questo treno inclinato che è la posizione dell'integrazione. Chi ha questi vissuti, chi ha queste difficoltà sicuramente non può avere degli atteggiamenti di rifiuto nei confronti di chi gli ricorda con la sua stessa presenza che esistono gli esclusi. Non li vuole vedere, vorrebbe che gli amministratori non si preoccupassero dei problemi degli esclusi, vorrebbero che glieli togliessero da sotto gli occhi. Questa è la richiesta di tanti "bravi cittadini" oggi, che non sono degli intolleranti di professione o di cultura, sono dei cittadini in difficoltà e per i quali quell'immagine è un'immagine di forte disagio.
Esiste un terzo, e qui torniamo al tema della mediazione, il terzo interpartes che è allo stesso livello delle parti e che è uguale ad esse. Questo è un ruolo difficile, perché questo terzo non ha nessun potere, non ha nessuna posizione privilegiata, non ha nessuna cultura ed è solo lì in mezzo alle due parti che litigano, ma non per dividerle, sta in mezzo a loro ed è come loro.
Cosa ci fa questo terzo in mezzo a quei due che litigano?
Questo è il nodo fondamentale della mediazione, pronta ad accogliere le emozioni dei due litiganti per fare in modo che grazie a questo lavoro essi ritrovino una possibilità di dialogo.
Lo spazio di mediazione è uno spazio di neutralità dove le due parti del conflitto sentono che lì possono tirare il fiato, sentono che lì possono fermarsi un attimo, possono parlare della loro sofferenza e sanno che lì non ci sono alleati con loro. Quello che li ascolta è veramente una persona neutrale e quello spazio è uno spazio di pausa; allora lì la parte parla non del suo conflitto, ma parla di sé nel suo conflitto e trova un ascolto accogliente. La posizione quindi è una posizione di umiltà che è qui citata non tanto come virtù, ma come scelta di posizione. Essere umili di fronte all'altro vuol dire accettare una posizione molto difficile che è quella di sedersi di fianco all'altro senza far progetti su di lui. Siamo convinti che quando noi siamo di fronte all'altro siamo lì seduti senza progettare delle cose su di lui? Accompagnare, questa è l'ultima chiave di lettura del lavoro di mediazione: il terzo deve riuscire ad accompagnare il nemico verso il nemico. Il ruolo del mediatore è un ruolo di guida, è un ruolo di facilitatore. Il mediatore fa questa cosa: traduce, conduce, porta attraverso. Alla fine la funzione del mediatore sta nella capacità di far incontrare gli sguardi dei due nemici. Due nemici quando si siedono al tavolo del mediatore guardano solo il mediatore e se i loro sguardi si incontrano è solo per trasmettersi odio ed intolleranza. Il mediatore è tale se riesce a far incrociare questi sguardi fuori dall'odio.
Testo a cura di Andrea Cavazzuti con informazioni raccolte da ricerche su internet e brani tratti dalle seguenti pubblicazioni:
- Atlante delle guerre - Guido Tassinari - Edizioni Alpha Test
- Il problema della guerra e le vie della pace - Norberto Bobbio - Edizioni
- La guerra. Le guerre. Viaggio in un mondo di conflitti e di menzogne - Benedetto Bellesi, Paolo Moiola - EMI
- Guerra e mondo - Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace - Altreconomia
- Vittime - Massimo Nava - Fazi Editore
- I generali della pace - Fabio Giovannini - Datanews
- Contro la guerra. Pensieri per la pace - Zelig Editore
Approfondimento sul tema del conflitto e della mediazione a cura di Carlo Stagnoli del CSV di Modena con brani tratti da:
- Giustizia senza vendetta. La scommessa della Mediazione - P. Atzei - Fondazione Italiana per il Volontariato
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Tema della quarta edizione: I conflitti: il culto della guerra e la cultura della pace
Budget dei premi: 8.800 €
Opere ammesse sezione A: 26 intro animate (7 estero e 19 Italia) sezione B: 8 giochi e interattività (3 estero e 5 Italia) sezione C: 56 cortometraggi di animazione (26 estero e 30 Italia)