15 novembre 2005 - Intervista a Mimmo Càndito

Nel quadro del tema sui conflitti, sulla guerra e sulla pace, tra gli argomenti che la quarta edizione di aniMOweb vuole affrontare vi è certamente l'indagine su come la guerra venga comunicata dai mass media. Ne abbiamo parlato con Mimmo Càndito, editorialista del quotidiano torinese La Stampa, che ha scritto recentemente il libro "Il braccio legato dietro la schiena", storie dei giornalisti in guerra.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Mimmo Càndito che da quattro mesi opera a New York e osserva l'evoluzione della Guerra in Iraq vista attraverso i mass media americani.
A nome di tutta la redazione di aniMOweb desideriamo innanzitutto ringraziare Mimmo Càndito per la sua paziente disponibilità e per tutta la serie di opinioni, di preziose informazioni e di nozioni "accademiche" - Mimmo Càndito è anche docente universitario a Torino e insegna Teoria e Tecnica del Linguaggio giornalistico - che ci ha fornito nel corso di questa intervista.
Queste suggestioni non mancheranno di colpire la fantasia degli autori che intendano partecipare alla quarta edizione di aniMOweb, stimolando magari la traduzione di alcuni di questi concetti in immagini in movimento. Lo scopo mirato di questa intervista è anche proprio quello di fornire ulteriori spunti agli autori stessi - oltre a quanto gia' proposto nelle linee guida - su uno degli argomenti relativi al tema del nostro concorso, la guerra e i mass media. Questo è possibile farlo leggendo le parole di uno dei testimoni, una persona che come osservatore sul campo di battaglia la guerra l'ha vista e vissuta davvero e non solo in televisione, in una trentennale esperienza, rischiando in alcune occasioni la vita.
Mimmo Càndito ha recentemente pubblicato il libro Il braccio legato dietro la schiena per l'editore Baldini Castoldi Dalai, Copertina del libro Il braccio legato dietro la schienache contiene un collage di interventi di 29 reporter di guerra italiani (tra cui lo stesso autore), da Giuliana Sgrena a Ennio Remondino, da Ettore Mo a Bernardo Valli.
Il titolo di questo libro deriva dall'episodio in cui George Bush accomiatando il generale Schwarzkopf in partenza per la prima guerra del golfo nell'estate del 1990 gli disse la seguente frase: "E ora, mi raccomando, caro Schwarz, faccia in modo che non dobbiamo combattere più con un braccio legato dietro la schiena".
Il braccio legato dietro la schiena è costituito dall'azione dei giornalisti, dei reporter di guerra. Citando lo stesso Mimmo Càndito, i giornalisti sono "animali molto pericolosi col vizio di andare in giro a mettere il naso per scoprire quello che invece non deve essere scoperto. Dunque se sono pericolosi, i giornalisti vanno controllati, vigilati, imbragati" all'interno di flussi informativi strategicamente mirati alla riuscita del progetto della guerra.
Combattere avendo alle costole questo tipo di giornalisti è quindi - secondo l'affermazione di George Bush - come combattere appunto con un braccio legato dietro la schiena.
Il riferimento di George Bush è facilmente comprensibile pensando ad esempio alla guerra del Vietnam, persa dagli USA anche a causa dell'esplosione di un forte movimento di opinione pubblica interna e mondiale contraria all'intervento militare. Questo importante e famoso movimento di opposizione fu alimentato dai reportage effettuati dai giornalisti del tempo che, evidentemente non controllati abbastanza, riuscivano a descrivere le atrocità che vedevano, sollevando la ripugnanza di grandi masse di giovani, soprattutto nei campus universitari americani.
Ma vediamo direttamente cosa Mimmo Càndito ha risposto alle nostre domande. L'intervista è articolata in 3 parti, in una prima parte facciamo una maggiore conoscenza del giornalista e del libro citato, nella seconda parte si parla del mestiere del giornalista e del reporter di guerra in particolare, la terza parte cerca di illustrare come la guerra viene comunicata.
Buona lettura.

MIMMO CÀNDITO

INTRODUZIONE
In primo luogo vorremmo che lei si presentasse ai giovani e meno giovani visitatori del nostro sito. Chi è lei, che cosa fa, quali sono le sue aspirazioni? Potrebbe parlarci anche di cosa sia l'organizzazione Reporters Sans Frontieres e del suo ruolo personale in tale organismo?
Sono un giornalista del quotidiano La Stampa e faccio l'inviato di politica internazionale.
Insegno all'Università di Torino Teoria e Tecnica del Linguaggio giornalistico.
Sono il Direttore della rivista Culturale l'Indice dei libri, rivista italiana di recensioni letterarie e viaggio seguendo i progetti che concordiamo con i giornali.
Sono Presidente italiano di Reporters Sans Frontieres. Come Medicins Sans Frontieres si occupa di dare assistenza a tutti indifferentemente dalla nazionalità, dall'etnia e dalla religione, allo stesso modo Reporters Sans Frontieres si preoccupa di difendere il principio della libertà di espressione in ciascun paese indipendentemente dal fatto che vi sia un regime politico o un altro. Reporters Sans Frontieres monitorizza, segue, controlla la condizione della libertà di espressione di ciascun paese.

IL BRACCIO LEGATO DIETRO LA SCHIENA
Come e' nata l'idea e la voglia di scrivere il libro Il braccio legato dietro la schiena, quali sono state le maggiori difficolta' per realizzarlo? E' soddisfatto del risultato?
Il libro nasce come esigenza di riflessione sull'ultima guerra in Iraq.
Non ho avuto il visto dal governo iracheno che mi ha considerato nemico del popolo iracheno quindi per la prima volta mi è accaduto di seguire una guerra non dall'interno del campo di battaglia, dal fronte, ma come spettatore, in una condizione particolare, ovvero quella di spettatore professionale. Ero spettatore in televisione e seguivo tutti i canali internazionali e li seguivo con un'ottica diversa da quella dello spettatore comune. Sapevo cosa volesse dire essere nella condizione di quelli che vedevo sullo schermo e quindi avevo questa possibilità di fare un confronto costante tra ciò che viene consumato dagli spettatori come spettacolo della guerra e quello che invece è in realtà la misura autentica della guerra, la sua condizione reale, sulla base della mia trentennale esperienza diretta.
Questo mi ha portato ad una serie di riflessioni che mi hanno spinto ad immaginare che fosse necessario comunicare in che cosa sia cambiata la comunicazione della guerra rispetto al mio libro precedente "I reporter di guerra", la storia dei corrispondenti di guerra dal 1854 nella Guerra in Crimea alla guerra in Afghanistan, ormai diventato un testo classico.
Allo stesso tempo mi sembrava interessante poter condensare all'interno di questo libro le esperienze dei maggiori corrispondenti di guerra italiani chiedendo loro di raccontare una storia mai raccontata e però di utilizzare questa storia anche come strumento di riflessione su due elementi: 1) quanto incide sul privato il racconto della guerra per i corrispondenti di guerra cioè coloro che professionalmente si trovano a seguire i conflitti 2) che cosa è mutato, che cosa è cambiato nella tecnologia e nella comunicazione della guerra in questo percorso degli ultimi anni o degli ultimi decenni, in base all'esperienza di ciascuno.
I risultati mi sembrano molto interessanti, non soltanto per la qualità dei racconti - ce ne sono alcuni che sono autenticamente da antologia giornalistica - ma anche perche' mi sembra si sia raggiunto il risultato al quale puntavo soprattutto cioè di attivare un processo di riflessione sui condizionamenti sempre più spinti che il reporter di guerra si trova a dover affrontare.

IL MESTIERE DEL REPORTER DI GUERRA

IL REPORTER DI GUERRA E' PRIMA DI TUTTO UN GIORNALISTA
Vorremmo soffermarci sul concetto di notizia definita come un'informazione che qualcuno vuole tenere nascosta mentre tutto il resto è solo propaganda e sul ruolo del giornalista come "cane da guardia" del potere politico, economico o militare. Con particolare riferimento al corrispondente di guerra, cosa può dirci di questo ruolo nei confronti di questi poteri?
Credo che siamo tutti consapevoli che siamo all'interno di una condizione sempre più attivamente controllata dai poteri, quali essi siano, di destra o di sinistra, terroristici, professionali, militari, politici, economici, culturali.
Ci si è resi conto oggi più che mai della centralità del problema dell'informazione.
Noi conosciamo la realtà attraverso i processi di comunicazione che filtrano dai mezzi di comunicazione di massa: i mass media ci fanno conoscere la realtà.
Tutti i poteri tentano di far rappresentare una realtà che sia funzionale ai propri interessi.
Proprio perché l'opinione pubblica è particolarmente colpita dal punto di vista emotivo dalla figura del corrispondente di guerra mi è sempre sembrato che raccontando dei corrispondenti di guerra fosse possibile attivare un processo di maggior propensione alla riflessione sul problema generale dell'informazione all'interno dell'opinione pubblica.
Il libro precedente che ho scritto, narrando le storie dei corrispondenti di guerra in mille episodi da Hemingway a Montanelli, da Dos Passos a Peter Arnett, rende evidente come nel tempo, partendo dal 1854 ad oggi, sebbene non sia cambiata la metodologia di intervento sul campo da parte del corrispondente di guerra, siano invece mutate profondamente le forme del condizionamento. Nonostante le tecnologie diano oggi potenzialmente il massimo di libertà al giornalista, appare evidente come il giornalista tout court, non soltanto il corrispondente di guerra, si trovi all'interno di un processo sempre più spinto di condizionamento dei flussi informativi.

EVOLUZIONE DELLA FIGURA DEL REPORTER DI GUERRA
La figura del giornalista inviato di guerra e la sua evoluzione: da inviato sul campo, ad asserragliato in hotel per il rischio di rapimenti e uccisioni ecc., sopravanzato dalle redazioni e dai cosiddetti giornalisti "embedded". Quale e' il futuro di questo mestiere?
Il giornalista è un cronista, fa un racconto di una testimonianza diretta su una realtà di cui egli è osservatore. Se si ha la capacità e l'umiltà di recuperare gli elementi di identità del mestiere come lo sono stati fin dall'inizio, penso che il giornalismo come tale abbia la capacità di sopravvivere.
La mia impressione è che questa centralità dei problemi dell'informazione determini il fatto che sempre meno vi siano gli spazi perché questo mestiere si possa realizzare secondo i paradigmi della sua identità. Sempre più si va cambiando, si chiama ancora giornalismo, ma stanno cambiando quelli che sono gli elementi genetici, quelli relativi ad un rapporto diretto con la realtà.
Io credo che la possibilità di soppravvivenza del giornalismo sia affidata ai giornalisti stessi, alla loro capacità di sfuggire e sottrarsi alle forme di condizionamento, che ci sono sempre state, ma che oggi certo sono più sofisticate che mai. Una volta interveniva il processo della censura in termini negativi, "ti proibisco di fare questo", oggi la censura è in termini positivi, "il racconto che tu devi fare è su questo, io ti fornisco tutti gli elementi della notizia, persino i videoclip di ciò che sto facendo". E anche questa è una forma di condizionamento molto forte, ma non soltanto nel campo di battaglia. Pensiamo a quello che avviene nelle forme attuali della comunicazione politica. Gli uomini politici forniscono alle televisioni direttamente la videocassetta con la presunta intervista, in realtà la dichiarazione del leader politico. Sempre più lo stesso potere va assumendo il controllo diretto, la produzione diretta dell'informazione, trasformando il giornalista soltanto in un contenitore di informazioni fornite da altri. Se nei regimi totalitari o nelle società dell'ottocento era possibile immaginare un regime di censura o di controllo dall'alto ("questo non si può raccontare, questo non si deve dire"), all'interno dei sistemi democratici moderni stiamo assistendo ad una forma simile, (non uguale ma simile) di attività di controllo seppure in termini positivi.
Supponiamo una conferenza stampa di un ente locale sulla costruzione di un nuovo acquedotto: io sindaco di Modena piuttosto che sindaco di Roma do a te giornalista 50 cartelle informative su quello che ho realizzato, e in queste cartelle c'è spiegato tutto; tu giornalista hai tutto lì e a fronte del sempre minor tempo a disposizione per attivare un processo di controllo, se prendono il sopravvento la tua "pigrizia" e la tua disabitudine sempre più accentuata ad un rapporto di controllo diretto, ti limiti a prendere quelle cartelle, a reimpastarle e a produrre l'informazione. La televisione ha introdotto il principio della velocizzazione dell'informazione e se l'ambito di comunicazione è quello televisivo, il tempo per attivare il processo di controllo è ancora minore. Questo processo accade a Modena come a Roma come esattamente nel campo di battaglia.
Nel campo di battaglia io esercito in guerra ti organizzo la conferenza stampa, ti fornisco il videoclip con i nostri paracadutisti che si imbarcano sull'aereo, che si lanciano nel vuoto, e ti fornisco qualche immagine del combat film realizzato dal nostro operatore. Tu giornalista credi di avere la realtà dell'informazione ma in effetti hai solo una rappresentazione della realtà e finisci per consumarla come se fosse la realtà.
Il problema di sfuggire a queste forme di condizionamento sempre più sofisticate, sempre più ammorbidenti, è tentare un recupero del controllo sull'informazione.
Tornando all'esempio della conferenza stampa sulla costruzione dell'acquedotto, se il sindaco di Modena o di Roma mi da le 50 cartelle, io giornalista le leggo, ma poi vado a parlare col rappresentante dell'opposizione, col rappresentante dei cittadini, coi rappresentanti delle ditte che hanno partecipato al concorso per la costruzione dell'acquedotto, cerco di fare tutto quel processo di verifica dell'informazione ricevuta che io giornalista trasformo poi in notizia per vedere quanto essa corrisponde alla realtà. Magari corrisponde in toto, non dico che il sindaco di Modena o quello di Roma mi vogliano prendere in giro, ma il mio dovere è quello di attuare il processo di verifica.
Quello che si sta perdendo è questa attivazione di un processo di verifica, il che porta poi a perdere sempre di più il contatto con la realtà.
Il giornalista tende a trasformarsi solo in un megafono di una raccolta di informazioni che arrivano in genere da fonte ufficiale oppure da altri che non sono sottoposti a questo processo di garanzia.

IL REPORTER DI GUERRA, LE FONTI, L'EDITORE, IL PUBBLICO
Il reporter di guerra si deve rapportare con le fonti informative (che possono essere apparati di disinformazione creati dalle eserciti in lotta, agenzie pubblicitarie assoldate appositamente per incanalare il flusso delle informazioni, depistare, manipolare, censurare), con il suo editore (che magari preme in un modo o nell'altro affinchè venga assecondata una data linea editoriale), con il pubblico, con la sua coscienza. Come si riescono a conciliare tutti questi aspetti per riuscire alla fine a fornire un lavoro credibile, a dare in pasto all'opinione pubblica una qualche verità, o perlomeno non delle bugie?
Ho scritto il mio libro proprio perché la figura del corrispondente di guerra ha questa fascinazione di ordine letterario e cinematografico. C'è un'epica e una retorica infinita sul corrispondente di guerra.
Il mio libro quindi in un certo senso è un progetto civetta, io ti racconto del corrispondente di guerra e però ti faccio passare il messaggio che il corrispondente di guerra è soltanto una delle forme nelle quali si manifesta il processo dell'informazione. Ma quale delle forme? Quella che simbolicamente le interpreta nel modo più alto.
Quali sono gli elementi di identità del lavoro giornalistico? Il rapporto con la fonte, il processo di verifica dell'informazione ottenuta, la capacità di condurre fino in fondo il controllo del processo informativo.
Sul campo di battaglia il corrispondente ha una sola fonte che è evidentemente il potere militare.
Il corrispondente del quotidiano il Resto del Carlino che lavora a Modena e che parla col Sindaco di Modena ha meno difficoltà del corrispondente di guerra ma ha comunque lo stesso tipo di difficoltà di non essere obbligato a fermarsi su quella unica fonte.
Secondo elemento, le difficoltà del corrispondente di guerra nel processo di verifica sono più evidenti rispetto al collega che opera a Modena, deve infatti andare a parlare con gli ufficiali, con i soldati se consentito, con la gente. Lì è più evidente quella che è la difficoltà del lavoro giornalistico del corrispondente di guerra.
Terzo elemento, la capacità di seguire i processi produttivi fino in fondo: il corrispondente di guerra si trova lontano dal luogo di emissione dell'informazione, televisiva o sulla stampa e quindi non ha il controllo completo della propria informazione ma tutto sommato nemmeno questo ce l'ha il giornalista che lavora in redazione perché spesso gli sfugge il controllo sulla titolazione dell'articolo piuttosto che su altro.
La figura del corrispondente di guerra rende più evidenti quelli che sono gli elementi di crisi e di identità del lavoro e mettendoli in una condizione di crisi sollecita nel lettore - questo è il progetto del mio libro, anzi dei miei due libri citati - una riflessione sulla attivazione di un processo critico in merito alla ricezione delle informazioni.

LA GUERRA COMUNICATA

LA GUERRA RACCONTATA E MOSTRATA
Cosa è la guerra? E' quella che appare dagli schermi TV? E' una specie di videogioco o uno spettacolo messo in onda per intrattenere la prima serata del pubblico occidentale?
E' sempre più questo, non vi è dubbio: sempre più la guerra è uno spettacolo televisivo.
Nonostante siano presenti strutture della stampa in ogni parte del globo dove vi siano conflitti, sempre più la comunicazione viene egemonizzata dalle forme attraverso le quali viene realizzata la produzione televisiva. Il racconto televisivo ormai domina i processi dell'informazione e anche lo stesso racconto di scrittura deve subire questo processo di egemonizzazione.
I processi di spettacolarizzazione dell'informazione che sono tipici della produzione televisiva stanno condizionando le nostre forme di conoscenza della realtà, soprattutto nelle guerre dove i processi emotivi sono più facilmente scatenati perchè vi è un rapporto con la morte, con l'avventura, col rischio.
Ma la spettacolarizzazione della guerra, la spettacolarizzazione dell'informazione sono inversamente proporzionali alla capacità di attivare processi autentici di conoscenza della realtà perchè attivano nei fatti processi emozionali nel rapporto di identificazione con la realtà e i processi emozionali sono tendenzialmente opposti ai processi di razionalizzazione.

MOSTRARE LA VIOLENZA
Per una maggiore presa di coscienza da parte del pubblico, per meglio far capire la realtà della guerra e allontanare "l'effetto playstation" della sua rappresentazione in prime time, secondo lei sarebbe opportuno far vedere in misura maggiore gli aspetti tragici, i morti, i feriti, la disperazione rispetto a quanto non si faccia oggi? E' giusto riempire i palinsesti delle trasmissioni sulla guerra di dibattiti di presunti esperti militari che spiegano le strategie o le meraviglie dell'ultima arma intelligentissima mentre forse si tralascia di far vedere cosa succede esattamente quando la gente si ammazza? E' giusto che questi aspetti tragici vengano poi relegati ai documentari storici che quasi nessuno vede e che comunque vengono proposti a tragedie avvenute? Forse che non bisogna disturbare troppo i consigli per gli acquisti e non creare troppo stridore?
Il primo corrispondente di guerra si chiamava William Russell, era un giornalista del Times, nel 1854 viene inviato sul fronte della Crimea. Fino a quel tempo non è che non si raccontasse la guerra o non si conoscesse la guerra. Soltanto la raccontavano gli ufficiali che avevano fatto studi letterari che ne davano una illustrazione di ordine epico, mitologico, retorico. Viene mandato questo giornalista perchè il governo inglese - il meccanismo è sempre lo stesso dal 1854 ad oggi - vuole che vi sia maggiore partecipazione dell'opinione pubblica allo sforzo millitare. Quindi notiamo la presunzione da parte del potere di mandare il giornalista a raccontare cose simili a quelle che erano sempre state raccontate sulla guerra. Invece William Russell quando arriva in Crimea sul fronte di guerra fa quello che deve fare un giornalista, ovvero racconta quello che vede. Ciò che vede non è il racconto mitico, diremmo oggi spettacolare, che veniva fatto fino a quel tempo, quindi l'epica, la retorica, le sciabole nel sole, gli stendardi nel vento, l'eroismo dei soldati e tutte quelle cose lì, ma racconta quello che la guerra è: morte, perdita della dignità umana, merda dappertutto, uomini che vengono lasciati morire sul terreno, privilegi, corruzioni, incompetenze, e racconta tutto questo e tanto forte è questo spaccato di realtà rispetto all'immagine mitologica che se ne aveva che il governo inglese cade, il principe Albert arriva a dire "Speriamo che questo scribacchino lo ammazzino immediatamente".
William Russell, il primo corrispondente di guerra, viene espulso dal campo di battaglia soltanto per avere fatto il proprio lavoro, per avere fatto un racconto della realtà.
Rispetto alla doppia problematicità da una parte del racconto della guerra espresso nella sua evidenza tragica di massacri, di violenza, di perdità della dignità, e dall'altra di un racconto che possa essere espresso in termini meno critici, io credo che ciò che è importante è che ciò che si vede sullo schermo o che si racconta nella realtà scritta sia funzionale al processo della conoscenza.
Se vi è compiacimento di ordine morboso per un processo di rappresentazione della truculenza e quindi di sfruttamento delle emozioni questo sicuramente no.
Tutto quello che è funzionale al processo di conoscenza della realtà e che sfugge alla trappola della rappresentazione spettacolare (e mitologica rapportandosi al 1854) per guadagnare audience è tutto conseguente al lavoro giornalistico ed è ammesso.
La rappresentazione della realtà e la sua cruda identità, questo è il lavoro del giornalista, con la consapevolezza che la sua testimonianza deve raggiungere ed attivare un processo di conoscenza.
Se ci si piega ai processi della spettacolarizzazione si ottiene un risultato inversamente proporzionale alla assunzione di una conoscenza e di una consapevolezza critica.

INFORMAZIONE COME ARMA
Oggi l'informazione è l'arma con cui si vincono le guerre. Cosa pensa di questa affermazione anche e soprattutto in relazione alla guerra in corso in Iraq?
Ormai tutti sono consapevoli della centralità dei processi dell'informazione.
Il 90% delle cose che noi sappiamo lo abbiamo appreso attraverso i mezzi di comunicazione di massa. La nostra riflessione è attivata costantemente da ciò che fluisce dai mezzi di comunicazione di massa che sono presenti in ogni momento, sono pervasivi, hanno invaso ogni momento della nostra privatezza. Radio, televisione, telefonino, internet, siamo accompagnati costantemente dalla presenza dei loro flussi informativi.
Se questi mezzi non sanno fare il loro lavoro, o non lo possono fare o non lo vogliono fare, noi avremo un processo di acquisizione di presunta conoscenza della realtà, di pseudoconoscenza, avremo la conoscenza di qualcosa che è stato prodotto da altri senza che sia stato attivato quel processo di verifica e quindi di assunzione di responsabilità dell'attivazione del flusso informativo che è tipica del lavoro giornalistico.
Non vi è dubbio che oggi i poteri siano consapevoli di questa centralità e quindi utilizzino l'informazione come un'arma, la più potente delle armi. Lo vediamo in guerra ma anche nella nostra vita quotidiana. Se il 90% della nostra conoscenza è filtrato dai mezzi di comunicazione di massa ci rendiamo conto di cosa significhi il controllo di questi e quindi di quale arma potente sia l'informazione.
E' l'informazione che crea l'opinione pubblica e attiva processi autentici di conoscenza quando la pluralità del lavoro giornalistico riesce a descrivere la complessità della realtà.
La realtà non è semplice, la realtà è complessa, e quindi vi sono vari modi per interpretarla.
In una società aperta, tutti i mezzi di comunicazione di massa forniranno delle letture distinte di questa realtà ma il complesso di questi elementi di conoscenza tenderanno a dare una rappresentazione accettabilmente autentica di questa conoscenza.
Talvolta i flussi informativi ci raggiungono senza che noi attiviamo processi critici, però noi intanto inglobiamo questi flussi informativi all'interno di quello che noi chiamiamo il nostro bagaglio di conoscenza. Il problema è di sfuggire sempre più a questa assunzione incontrollata dei processi informativi e di attivare costantemente un processo di conoscenza critica e quindi di attivare un processo tendenzialmente di acquisizione della conoscenza.

BUGIE DI GUERRA
Si dice che la verità è la prima vittima della guerra e quindi il primo rischio del giornalismo di guerra è quello di essere veicolo, spesso inconsapevole, di bugie.
Quali sono stati secondo lei gli esempi piu' eclatanti ed accertati delle menzogne di guerra utilizzate dagli eserciti e/o riportate dai media nella storia recente e contemporanea?

Ormai sembra evidente a distanza di due anni che tutta la costruzione del progetto della guerra in Iraq è stato basato su una deformazione o manipolazione della conoscenza della realtà. Deformazione nell'utilizzo degli strumenti dell'intelligence e quindi della propalazione del presunto possesso delle armi di distruzione di massa dell'Iraq, della bomba atomica o degli strumenti nucleari.
Quello che è sempre più evidente nella stampa americana - sono da quattro mesi negli USA e leggo i giornali americani direttamente e quindi molto più attentamente e attivamente - è che oggi ci sia un processo di assunzione di responsabilità critica da parte dei mezzi di comunicazione. Soprattutto da parte del New York Times costantemente ci si rimprovera sull'essere stati troppo docili al progetto di controllo dell'informazione - anche se tale non appariva allora - da parte dell'Amministrazione Bush.
Vi è una costruzione costante, organica, di un progetto di controllo dell'informazione dal momento stesso in cui si decide il lancio della guerra.
Non importa tanto quali siano gli elementi concreti, il fatto che Powell abbia detto quello che ha detto alle Nazioni Unite, il fatto che nel corso della guerra si sia costruita l'immagine della soldatessa eroina che è stata tutta una costruzione, non mi interessa tanto fare l'elenco dei fatti strumento di questa conferma del processo propagandistico della guerra.
Quello che conta è che si denunci che fin dall'inizio, fin dal momento della preparazione si è sempre pensato che non si potesse lanciare un conflitto militare se prima non fosse stato approntato in termini organici e professionali lo strumento di attivazione di un processo di propaganda.
Non si lancia oggi nessuna guerra se prima lo Stato Maggiore non ha concluso un contratto con una grande agenzia di pubblicità che guiderà e consiglierà su quali sono le forme per comunicare le attività militari.
E' il processo nella sua organicità che merita di essere denunciato, piuttosto che i piccoli o grandi episodi di cronaca, perchè il rischio è che questi episodi di cronaca possano sembrare soltanto appunto episodici, mentre sono piccole storie all'interno di un processo generale.
Quello che bisogna avere la forza di denunciare molto attentamente e seriamente è che l'organicità del processo nella sua integrità è un processo di propaganda e di vendita del "prodotto" guerra, degli ideali che la motivano e la determinano. La macchina propagandistica ha ad esempio fatto costruire un tendone holliwoodiano per le conferenze stampa, la preparazione dell'immagine di Saddam Hussein come di un diavolo, una campagna basata sulla divisione fra il bene e il male, ha predisposto tutto ciò che dal punto di vista ideologico e culturale poteva preparare l'opinione pubblica ad accettare all'interno di uno schema preconfezionato il percorso della guerra a prescindere da quale esso poi fosse nella realtà.
E non è più soltanto la forma della propaganda come veniva immaginata nel passato quando si tentava di condizionare in un qualche modo il lavoro dei giornalisti.
Oggi vi è proprio la vendita di un processo controllato nella sua integrità, come fossimo al supermarket, fin dall'inizio io cerco di studiare quali siano le motivazioni psicologiche del potenziale acquirente del mio prodotto e mi organizzo in modo tale da raggiungere più decisamente, più efficacemente questo mio consumatore, l'acquirente del prodotto, ovvero l'opinione pubblica.
Il mio scopo è quindi quello di condizionare l'opinione pubblica nei termini più efficaci ed efficienti possibili rispetto al mio progetto e al mio potere di rappresentazione della realtà della guerra.

LE ARMI DI DISTRUZIONE DI MASSA DELL'IRAQ MAI TROVATE
La guerra in Iraq è stata portata avanti motivandola principalmente con il pericolo imminente delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, nell'ambito della cosiddetta Guerra al Terrore conseguente agli attentati dell'11 settembre 2001. Queste armi non sono mai state trovate e recentemente è esploso il caso CIAGATE che ha portato all'incriminazione di importanti collaboratori del Presidente Bush proprio su questo argomento. A distanza di due anni dall'inizio della guerra, in base alle informazioni in suo possesso e alla sua esperienza sul campo, secondo lei si può parlare di gravi incompetenze dei servizi di intelligence o invece si è trattato piuttosto di bugie, di dolo, nell'ambito di una propaganda funzionale al progetto di guerra, di una motivazione pretestuosa che è stata addotta mentendo per far accettare la guerra all'opinione pubblica, a fronte di motivazioni reali inconfessabili?
Vi è stata una incapacità dei mass media, del sistema dell'informazione di assumere un atteggiamento sufficientemente critico rispetto al progetto quale veniva presentato dall'Amministrazione americana. Ho qui un ritaglio del New York Times del 31 ottobre e il pezzo di Paul Krugman che è uno dei grandi commentatori del NYT termina in questo modo: "Il lungo incubo non sarà finito fin quando i giornalisti non avranno avuto la capacità di chiedere a sè stessi Che cosa sapevamo noi stessi? Quando abbiamo saputo? Cosa non abbiamo saputo dire al pubblico?". Il che vale a dire che noi giornalisti non abbiamo saputo fare completamente il nostro lavoro rispetto all'atteggiamento critico che avremmo dovuto assumere nei confronti dell'Amministrazione americana quando ci andava convincendo che Saddam fosse appunto il Satana che avesse le armi di distruzione di massa e che in 45 minuti avrebbe potuto distruggere una capitale occidentale. Non abbiamo saputo fare completamente il nostro mestiere. In questo come in altri articoli l'Amministrazione americana viene definita letteralmente come disonesta, proprio riguardo al percorso della guerra e viene definita come disonesta proprio per la rappresentazione della realtà in termini manipolatori, non soltanto di distorsione. La differenza tra manipolazione e distorsione è che la distorsione è una rappresentazione non autentica della realtà ma involontaria mentre la manipolazione è la rappresentazione volontaria di una realtà altra rispetto a quella reale.
C'è stata, par di capire dagli atteggiamenti sempre più critici che sta assumendo il New York Times, una incapacità di denunciare questo processo di manipolazione e quindi è proprio una falsificazione del racconto della identità della realtà, in questo caso le condizioni che portavano al conflitto, e una incapacità dei mezzi di comunicazione di massa di cogliere questa falsità. Si è rimasti in un qualche modo prigionieri, egemonizzati dal progetto organico quale veniva rappresentato dall'Amministrazione americana.
Il fatto che vi sia una assunzione pubblica di responsabilità e un atteggiamento di autocritica aiuta molto l'opinione pubblica ad assumere essa stessa responsabilità. E' l'attivazione di un processo di conoscenza. Quindi la frittata è fatta ma questo non vuol dire che non sia possibile fare qualcosa. Le società democratiche in questo si differenziano dai regimi dittatoriali: magari si subisce il processo di falsificazione della rappresentazione della realtà, però l'intervento ex post può fare assumere all'opinione pubblica un ruolo egemone recuperando la sua centralità rispetto all'esercizio del potere da parte delle istituzioni. Se l'opinione pubblica assume sempre più decisamente la consapevolezza di essere stata menata per il naso per responsabilità certamente dei mezzi di comunicazione di massa e per capacità manipolatoria dell'Amministrazione, il suo giudizio diventerà sempre più critico su queste forme di governance, su queste forme di gestione della politica, e questa contrarietà verrà espressa probabilmente quando ci si troverà a decidere nuovamente quale percorso politico scegliere in occasione delle successive elezioni.

IL PUBBLICO
Mettendosi dal punto di vista del pubblico, come può un non addetto ai lavori difendersi dalle eventuali menzogne propinate dai media, in materia di guerre, con particolare riguardo alla televisione a cui generalmente viene conferita molta credibilità?
Lo spettatore medio non va sui siti internet a leggere i MediaWatch indipendenti mentre i libri come il suo purtroppo suppongo non saranno mai in grado di raggiungere i milioni di utenti della televisione.

Questa domanda immancabilmente quando vado in giro per l'Italia a fare conferenze mi viene proposta da una delle persone che hanno la cortesia di intervenire. Non c'è dubbio, questo è un problema reale ma la risposta è molto semplice.
Per fortuna non vi sono formule - perchè altrimenti saremmo veramente all'interno di un regime ideologico - però vi è la sollecitazione costante ad immaginare che soltanto l'attenzione critica ci può difendere dalle forme della manipolazione.
E' importante che si sappia che i mezzi di comunicazione di massa sono oggi il campo di battaglia di una lotta ferocissima perchè sono proprio quelli che incidono sulla costruzione del pensiero, di quello individuale e di quello collettivo dell'opinione pubblica. Se si ha quindi la consapevolezza che costantemente bisogna attivare un processo di attenzione critica rispetto ai flussi informativi, bene, si è fatta gran parte del lavoro perchè si può dire che ci si pone in condizione di sospetto.
Nelle scuole di giornalismo americano degli inizi del secolo scorso, le prime scuole di giornalismo, si diceva che per fare il giornalista bastano 3 cose: una matita (allora non c'era la penna nè ovviamente il computer), un pezzo di carta e una dose forte di scetticismo. Questo perchè il "cane da guardia della società" deve attivare un processo costante di critica rispetto ai flussi informativi, deve attivare il processo di verifica, alla fine magari si vedrà che ciò che si è ricevuto è corretto, ma intanto deve accoglierlo in modo problematico in base alla delega ricevuta da parte della società di attivare il processo di conoscenza.
Se l'opinione pubblica, la società come tale acquisisce questo progetto culturale di porsi sempre in condizione critica rispetto ai flussi informativi provenienti da qualunque emittente, quale che sia la propria propensione di scelta ideologica o culturale, non vi è la possibilità che la manipolazione raggiunga tutto il suo effetto, magari raggiungerà una parte, ma una larga parte sarà stata smontata.
Il problema di fondo è sempre quello di attivare processi autentici di conoscenza. Poi uno sistemerà questi processi di conoscenza all'interno del proprio sistema di pensiero, quindi del proprio progetto ideologico. A me non interessa come giornalista che un lettore piuttosto che uno spettatore sia di destra o di sinistra, quello che mi interessa è che questi possa decidere a destra o sinistra sulla base di elementi concreti di conoscenza, che si parli della guerra o di qualunque altro argomento.
In pace o in guerra il progetto è simile.
Come detto, il controllo dei mezzi di comunicazione di massa è essenziale al condizionamento dell'opinione pubblica e sono oggetto per questo di una lotta ferocissima. Ebbene, nelle società democratiche in Italia come negli USA, i leader politici tendono sempre più a saltare le forme di controllo, quello che negli USA è definito come check and balance, il bilanciamento dei poteri, al fine di attivare un rapporto diretto con l'opinione pubblica, quello che si chiamava un tempo l'attivazione di processi populistici, che saltano le forme di filtro stabilite dalle varie costituzioni democratiche. Questo rapporto diretto tra il leader e la società deve basarsi su modalità sempre più emozionali grazie alle forme della comunicazione televisiva, con lo scopo di condizionare sempre più fortemente l'opinione pubblica dal punto di vista emotivo.
La stampa, la parola scritta serve ad attivare processi di riflessione, la comunicazione per immagini attiva principalmente processi emozionali che evidentemente non sempre consentono la costruzione di un pensiero razionale.

DOMANDA FINALE

RISCHIARE LA VITA
Se la stampa diventa strumento di propaganda politica, se diventa arma per la propagazione dell'odio e della violenza, nell'esplodere della violenza della guerra la stessa stampa, soprattutto quella militante, può diventare un bersaglio. Ogni anno tanti reporter, schierati o no, muoiono assassinati in missione. Lo si vede anche nel lungo e tragico elenco che conclude il libro Il braccio legato dietro la schiena. Vale la pena rischiare la vita per fare il vostro lavoro? Se sì, perché, quali sono le motivazioni principali?
Abbiamo parlato di una fase critica, drammaticamente critica del lavoro giornalistico, del giornalismo stesso in quanto strumento di filtro di conoscenza della realtà, non soltanto del giornalismo di guerra.
E' una fase drammatica questa, della propensione sempre più spinta e sofisticata al controllo dei mezzi di comunicazione di massa, e quindi delle difficoltà che i giornalisti hanno a sfuggire a queste forme di controllo e alle tentazioni verso la pigrizia della non verifica rispetto alle forme di attivazione di un processo di conoscenza testimoniale.
Sfuggendo a qualsiasi forma di retorica, la presenza dell'elenco dei giornalisti assassinati che stanno alla fine del libro vuol dire soltanto che se negli ultimi 10 anni sono morti 456 giornalisti sui campi di battaglia, il nostro mestiere non è ancora finito. Vi è ancora una propensione a sfuggire alla facilità, al condizionamento, alla tentazione del comunicato ufficiale della conferenza stampa, per attivare invece un processo di conoscenza testimoniale.
Non vi è alcuna differenza tra la morte del povero Enzo Baldoni (assassinato in Iraq), di Maria Grazia Cutuli (uccisa in Afghanistan) o di Ilaria Alpi (morta in Somalia) - per fare riferimento a giornalisti italiani - dalla morte di Mauro De Mauro che si trova cementificato all'interno di una colonna di un palazzo di Palermo. Il giornalista di guerra e il giornalista della vita civile hanno lo stesso progetto di attivazione di un processo di conoscenza. I poteri, nel caso di Baldoni il potere terroristico, nel caso di Mauro de Mauro il potere mafioso, tentano di controllare l'attivazione di questo processo, perche' si rendono conto che il processo di conoscenza autentico rende difficile l'esercizio del loro potere. Vogliono bloccare questo processo, nella vita civile come nei conflitti.
Il problema non è se vale la pena di rischiare la vita, il giornalista si trova sempre impegnato in ogni suo momento ad attivare un processo di mediazione con le forme di controllo dei poteri politici, economici o culturali. Questo è il suo lavoro, questa è la sua identità, che si trovi sul campo si battaglia di Baquba o di Falluja o che si trovi a Palermo con la mafia piuttosto che con la n'drangheta in Calabria o con la camorra a Napoli, il suo lavoro è quello, assume la sua responsabilità, senza alcuna remora. L'elenco di quei nomi di giornalisti assassinati serve soltanto a dire questo, che ci sono dei giornalisti che interpretano il loro lavoro così come noi diciamo o almeno molti di noi diciamo che andrebbe interpretato, attivando quelle forme di verifica, di rappresentazione critica che consentono all'opinione pubblica di essere sè stessa e non soltanto una massa passiva all'interno di un processo di controllo della conoscenza che i mezzi sofisticati delle forme della produzione dell'informazione oggi sempre più fanno avvertire come obiettivo nell'esercizio dei poteri.

7/15/2008
I filmati di aniMOweb al Guerre e Pace Filmfest 2008 di Nettuno
Per saperne di più...

7/1/2008
Nina Paley premiata ad Annecy 2008
Per saperne di più...

10/16/2006
aniMOweb al Web and Music Festival 2006
Per saperne di più...

6/13/2006
AniMOweb alla Festa della Cooperazione e della Solidarietà Internazionale
Per saperne di più...

4/21/2006
Control Arms e aniMOweb
Per saperne di più...

2/16/2006
I premi ufficiali del concorso e i premi degli sponsor
Per saperne di più...

2/15/2006
Luca Raffaelli presenta la cerimonia di premiazione della quarta edizione di aniMOweb
Per saperne di più...

1/12/2006
AniMOweb all'Università La Sapienza di Roma
Per saperne di più...

10/19/2005
Pubblicato il DVD di aniMOweb 2003
Per saperne di più...

ARCHIVIO NOTIZIE BREVI

Dicono di noi:

-> comunicati stampa della Provincia di Modena:
2004, 2004, 2003, 2002
-> servizi in real video
2005, 2004, 2003, 2002
-> rassegna stampa su quotidiani e periodici:
2005, 2004, 2003, 2002
-> rassegna stampa WEB:
2005, 2004, 2003, 2002

PARTECIPARE: regolamento - linee guida - giuria - faq - iscrizione - newsletter - VEDERE: sezione A (intro) - sezione B (giochi) - sezione C (cortometraggi) - CERCARE: ricerca per autore - in rassegna - news - eventi - precedenti edizioni - VOTARE: istruzioni - voto del pubblico - info.animoweb@provincia.modena.it - MAPPA DEL SITO - LINKS - CREDITS - HOME

© Provincia di Modena - 2002 made by The Puzzle(d) Team
Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Marzo, 2003