Sezioni: A - INTRO ANIMATE, B - GIOCHI E APPLICAZIONI ALTAMENTE INTERATTIVE, C - CORTOMETRAGGI ANIMATI (opzionale)
Il TESTO di riferimento.
SESSO E GENERE
Il sesso riguarda le differenze biologiche ed anatomiche tra maschio e femmina (livelli ormonali, organi sessuali esterni ed interni, capacità riproduttive).
L'appartenenza sessuale dipende dal 23° paio di cromosomi che nel genere umano possono essere uguali oppure diversi; nel primo caso (due cromosomi XX) l'embrione diventerà una femmina, nel secondo (un cromosoma X e uno Y) un maschio.
L'esistenza o l'assenza del cromosoma Y indirizza quindi lo sviluppo fisico dell'organismo in una direzione o nell'altra.
Donne e uomini presentano diverse caratteristiche fisiche: i maschi della specie umana sono, in media, più grandi e più forti delle femmine e queste ultime, inoltre, sono fisicamente più vulnerabili a causa delle gravidanze.
Col genere si intende invece il processo di costruzione sociale a partire dalle caratteristiche biologiche preesistenti. Questo processo definisce, rappresenta e incentiva appropriati comportamenti connessi con le aspettative sociali legate allo status di uomo o donna e rinforza socialmente e culturalmente le differenze in termini strutturali, biologiche e ormonali che esistono tra i due sessi.
L'essere donna e l'essere uomo sono quindi anche il prodotto di un processo storico che ha attraversato le diverse culture e società, all'interno delle quali sono stati diversamente definiti il maschile e il femminile, creando specifiche identità collettive e individuali attraverso modelli che includono comportamenti, doveri, responsabilità e aspettative connessi alla condizione femminile o maschile: ad essi uomini e donne sono chiamati a conformarsi.
Tali modelli possono mutare a seconda della classe sociale, dell'origine etnica, dell'orientamento religioso, dell'età e del momento storico. Su di essi si basano la divisione sessuale del lavoro e l'attribuzione delle responsabilità nella sfera familiare e nella riproduzione sociale (l'insieme cioè dei processi mediante i quali una data società si conserva e si riproduce nello spazio e nel tempo): in altre parole determinano i rapporti di potere esistenti e l'accesso alle risorse, ai benefici, alle informazioni e alle decisioni.
Il genere è un concetto "relazionale": si riferisce sia a donne sia a uomini e al loro modo di interagire. E' cioè un concetto che esprime l'organizzazione sociale del rapporto tra i sessi in termini di relazioni di accordo, conflitto, competizione.
L'orientamento eterosessuale è strettamente connesso a una finalità biologica: la sopravvivenza della specie attraverso la riproduzione. Esistono però diverse gradazioni nell'accettazione e conformità delle aspettative sociali inerenti al ruolo sessuale: essere uomo o donna può significare cose molto diverse. Tra i due estremi l'uomo più virile e la donna più femminile può esistere una molteplicità di modi intermedi di essere.
Le equazioni maschio=uomo=eterosessuale e femmina=donna=eterosessuale che teoricamente rappresentano la cosiddetta "normalità" possono rompersi in uno o più punti e non sempre vi è coerenza tra caratteristiche biologiche, identità di genere e pratica sessuale.
IMPARARE AD ESSERE DONNA
Il processo di costruzione dell'identità femminile è da sempre fortemente vincolato dal destino biologico e fisico e quindi modellato sul ruolo materno e riproduttivo: storicamente, le donne sono state orientate all'assunzione di ruoli quali l'allevamento della prole e le cure domestiche. Esistono vincoli culturali, morali ed emotivi, particolarmente forti nel contesto italiano e dei paesi mediterranei, che obbligano le donne a sentirsi responsabili dei propri familiari. Sono le donne ad adattare/vincolare maggiormente le proprie strategie esistenziali alle necessità familiari, sacrificando molto spesso i loro stessi bisogni.
La cura della prima infanzia insieme a quella delle persone portatrici di handicap e degli anziani non autosufficienti è lasciata in larga misura al lavoro familiare femminile. Il maggiore coinvolgimento materno nella responsabilità e cura dei figli è ribadito anche nella pratica giuridica quando si tratta di affidamento in caso di separazione o divorzio: ad esempio in Italia nel 1998 in circa il 90% dei casi i figli sono stati affidati alla sola madre.
Il modello di maschilità dominante ruota invece intorno ai concetti di lavoro produttivo, successo economico, aggressività, omofobia e rifiuto del femminile, pena la messa in discussione della virilità.
Le relazioni quotidiane esercitano un valore molto rilevante nella costruzione dell'identità di genere: tale processo vede la congiunta partecipazione di tutte le entità associative e di di socializzazione, private e pubbliche, famiglia, sistema scolastico, gruppo dei coetanei, mezzi di comunicazione di massa, esperienze lavorative, associative, religiose, politiche, ecc.
Attraverso l'incessante alternarsi di interazioni quotidiane gli adulti trasmettono a bambini e bambine il sistema di ruoli, valori e regole che è necessario rispettare pena la non accettazione sociale: tale atteggiamento di genitori e familiari è conseguente ai precisi modelli di genere che hanno in mente e a cui figli e figlie devono adeguarsi.
Il processo di acquisizione dell'identità di genere inizia prima della nascita grazie alla possibilità di sapere il sesso del feto prima del parto. Vengono quindi innanzitutto scelti i colori del corredo (es. rosa per le femmine, azzurro per i maschi), i vestiti, i mobili, gli arredi, i giocattoli in modo concorde rispetto all'identità di genere da costruire.
Non appena il sesso del bambino è evidente, questi verrà quindi trattato in maniera differente da come vengono trattati i bambini appartenenti all'altro sesso.
Nei bambini sono generalmente più tollerati comportamenti poco accondiscendenti, mentre ci si aspetta dalle bambine comportamenti più docili fin dai primi anni di vita. I ragazzi sono ritenuti più aggressivi fisicamente e verbalmente, più forti e amanti del rischio: la maschilità mette l'accento sulla autorealizzazione ottenuta attraverso qualità come l'indipendenza, il rischio e l'audacia. Le bambine invece sono percepite come più deboli, più dolci e docili, più inclini all'ascolto.
Nel campo dei giocattoli gli adulti tendono ad indirizzare le scelte dei figli e delle figlie in un senso o nell'altro, così mentre l'interesse per i giochi di movimento, costruzioni, puzzle e disegni è comune ad entrambi i generi, la maggioranza dei bambini giocheranno con trenini, modelli di automobili e col pallone, le bambine giocheranno con le bambole e con i giochi di simulazione delle attività domestiche.
I libri di favole, i libri illustrati e i programmi televisivi tendono anche essi ad enfatizzare le differenze. Nei libri prescolastici i personaggi maschili compiono imprese avventurose, svolgono attività all'aperto che richiedono indipendenza e forza, i personaggi femminili cucinano e puliscono o aspettano il ritorno degli uomini. Nei libri di storie per l'infanzia le donne che non fossero mogli o madri sono creature immaginarie come streghe e fate. Le stesse tendenze caratterizzano le rappresentazioni di genere nei cartoni animati, programmi televisivi e spot pubblicitari. Da indagini sui cartoni animati emergono percezioni alquanto stereotipate: i maschi sono descritti come più aggressivi e attivi e le femmine più casalinghe, interessate ai ragazzi e preoccupate del proprio aspetto esteriore. I personaggi televisivi maschili sono con molta più probabilità associati al lavoro e rappresentati in situazioni lavorative rispetto alle donne che si occupano e discorrono di relazioni private (amore e rapporti affettivi).
Nella pubblicità i livelli di strumentalizzazione sono ancora più elevati: gli spot dei detersivi o dei prodotti per la pulizia per la casa sono quasi esclusivamente associati alla figura della mamma casalinga. Pur essendo vero che altri modelli di femminilità stanno emergendo come la donna manager e la donna determinata, per quanto si sforzi di presentare una donna in carriera la pubblicità non rinuncia ai vecchi stereotipi femminili di massaia e seduttrice mostrando da un lato gli aspetti di dolcezza e femminilità e dall'altro quelli tratti dall'universo maschile di emancipazione e capacità professionali. Rimane scarna la presenza maschile all'interno di dimensioni che abbiano a che fare con il lavoro familiare e in questi casi spesso si dipinge l'uomo in maniera ridicola e irrealistica e se esegue faccende domestiche è solo sotto lo sguardo attento della moglie.
Da notare che sono in crescita gli spot che al posto del corpo femminile presentano quello maschile come oggetto del desiderio mentre vengono utilizzate sempre più immagini che contengono ambiguità di genere, figure asessuate che richiamano l'idea di omosessualità.
La situazione nei mass media è tale che una risoluzione del Consiglio dell'Unione Europea del 5 ottobre 1995 concernente l'immagine della donna e dell'uomo nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione invita gli stati membri a promuovere un'immagine diversificata e realistica delle possibilità e attitudini delle donne e degli uomini nella società.
Anche il sistema scolastico è portatore di stereotipi legati alla maschilità e alla femminilità. Sul piano delle scelte scolastiche restano infatti prevalentemente maschili gli istituti tecnici e professionali agrari, industriali, nautici e aeronautici mentre prevalentemente femminili quelli a indirizzo commerciale, turistico e di servizio sociale nonché i licei classici e linguistici e le scuole magistrali. Ciò si traduce in una decisa polarizzazione delle professioni: a dominanza maschile quelle tecnico produttive, fortemente femminilizzate quelle impiegatizie e connesse al lavoro di cura e quindi le professioni tipiche sono quelle delle insegnanti, impiegate esecutive, infermiere, cameriere, colf, badanti). Nella categoria degli insegnanti le donne sono nettamente prioritarie nell'insegnamento delle materie umanistiche, in minor numero nell'insegnamento di quelle scientifiche, quasi assenti nelle docenze di tipo tecnico.
IL MOVIMENTO FEMMINISTA
Il movimento femminista degli anni 70 sviluppatosi negli Stati Uniti e in Europa rimette in discussione radicalmente tutti gli aspetti della condizione femminile. Si propone soprattutto di cambiare l'immagine che le donne hanno di sè stesse modellate da secoli di oppressione. Le tematiche principali del movimento sono: l'oppressione delle donne in tutte le sue forme sociali, la conoscenza di se' stesse al di fuori degli schemi e dei pregiudizi maschili e la creazione di strutture organizzative per rispondere ai nuovi obiettivi e ai nuovi bisogni.
All'interno del pensiero femminista possiamo distinguere posizioni e teorie molto diverse:
- l'essenzialismo che valorizza la cultura specifica femminile, spinge a riflettere sulla base biologica dei corpi e sulla funzione materna e in base a ciò spiega la differenza. Questa posizione è accusata di creare una figura di donna stereotipata e di cristallizzare la femminilità impedendone la crescita e il mutamento.
- il decostruzionismo che evidenzia la costruzione sociale come processo responsabile dell'esistenza dei due generi maschile e femminile. Il soggetto-donna è qui considerato come costruito "dall'esterno" attraverso il discorso, il linguaggio, le pratiche culturali, la stratificazione costante di simboli e significati. La differenza sessuale è dunque relativa, storica e soggetta al cambiamento. Questa visione ha consentito di smantellare l'idea di una essenza femminile, di un soggetto femminile identico, monolitico, dunque di tenere conto della complessità ed eterogeneità dell'universo femminile; d'altra parte questo modello subisce le critiche di chi lo considera una visione scarsamente ancorata al reale e potrebbe scoraggiare le donne dal cercare di fondarsi come soggetto autonomo evidenziando le differenze tra di loro.
- il pensiero della differenza sessuale, orientato alla ricerca della specificità della "cultura femminile" rispetto a quella maschile. Secondo questa visione il corpo e le sue caratteristiche sono alla base di una qualità femminile irriducibile. Le donne e gli uomini sono per natura diversi: poichè si tratta di due esseri, ciascuno promotore di una propria visione del mondo, il loro procedere è del tutto o parzialmente inconciliante.
- la teoria delle differenze locali che tenta una sintesi tra le varie prospettive. Il genere accoglie in sè le differenze fisiche preesistenti tra donne e uomini ma, al contempo, è il modo in cui storicamente e socialmente si attribuiscono significati a quelle differenze fisiche. Nessuna teoria può porsi come unitaria e valida per tutte le donne. Questo nuovo paradigma permette di inglobare le diversità e i temi del multiculturalismo all'interno del rapporto tra genere e differenza.
Le varie correnti di pensiero generano due atteggiamenti sostanziali: quello delle donne che rivendicano il problema dell'uguaglianza e della parità (femminismo ugualitario) e quello delle donne che si spingono oltre e vedono nell'uomo un nemico, responsabile di tutti i mali della società patriarcale, in quanto detentore di tutti i poteri (femminismo radicale).
Secondo le radicali tutte le istituzioni sono sospette in quanto espressione del potere maschile.
La stessa famiglia diviene una cellula oppressiva che imprigiona la donna nel ruolo di madre e sposa alienandola in quanto essere umano autonomo e l'amore è visto come una mistificazione.
"Sii bella e taci", le femministe denunciano l'immagine delle donne offerta dalla pubblicità, manifestano contro i concorsi di miss mondo, miss universo ecc. considerate come la più compiuta espressione del culto maschile per la donna oggetto.
In connessione con la dimensione politica si ritiene che la forza militare maschile e la monopolizzazione della forza militare abbiano rappresentato risorse cruciali nella stratificazione dell'oppressione sessuale.
All'alba degli anni 80 l'immagine delle femministe radicali lascia poco a poco spazio alle "nuove donne" riconciliate con gli uomini e che raggiungono il successo nella vita professionale.
Le conquiste sono ormai acquisite e le giovani generazioni femminili faticano talvolta a comprendere le lotte e le battaglie di chi le ha precedute. Il movimento femminista ha svolto infatti un ruolo rilevante nell'evoluzione dei costumi, dando alle donne la coscienza delle loro capacità e legittimando il loro diritto a partecipare in modo paritario rispetto agli uomini alla vita di tutti i giorni.
DONNE E POLITICA
Nel XX secolo le donne si sono impegnate in movimenti politici che si battevano per un radicale cambiamento della società. Esse hanno anche lottato contro i dittatori e le tirannie, fino ad essere insignite in alcuni casi del premio Nobel per la pace, per il loro coraggio e la loro determinazione. E' il caso della guatemalteca Rigoberta Menchù che si è battuta per innalzare le sue compatriote ad una condizione dignitosa e per il riconoscimento dei loro diritti, oppure di Aung San Suu Kyi, portabandiera del movimento democratico birmano, che ha opposto una ferma resistenza al regime militare che l'ha condannata all'isolamento totale per 6 anni, oppure delle madri di Plaza de Mayo di Buenos Aires che dal 1977 si riuniscono per chiedere la messa in stato di accusa dei militari torturatori responsabili della morte dei loro figli.
Una delle battaglie politiche più eclatanti inscenata dai movimenti delle donne è stata quella per il diritto di voto femminile dell'inizio del secolo. Le "suffragette" hanno condotto una lotta molto dura senza esitare ad intraprendere azioni spettacolari, incatenandosi ai palazzi istituzionali, con scioperi della fame, ma anche con azioni violente.
Ecco la cronologia paese per paese riferita all'ottenimento del diritto di voto per le donne nelle elezioni politiche:
1893: Nuova Zelanda
1902: Australia
1906: Finlandia
1913: Norvegia
1915: Danimarca, Irlanda
1917: Canada
1918: Russia
1919: Germania, Svezia
1920: Austria, Ungheria, Usa
1921: Cecoslovacchia
1928: Gran Bretagna
1931: Brasile
1934: Turchia
1935: Filippine
1944: Francia
1945: Italia
1946: Albania, Giappone
1947: Argentina, Bulgaria, Venezuela, Jugoslavia
1948: Belgio, Romania
1949: Cile
1952: Bolivia, Grecia, India
1953: Messico
1954: Colombia, Pakistan, Siria
1955: Perù
1956: Costa D'Avorio, Egitto, Madagascar, Vietnam
1961: Paraguay
1963: Iran, Kenia
1971: Svizzera
1976: Portogallo
La battaglia per il diritto di voto fu la condizione necessaria per l'ingresso delle donne nell'arena politica. Tutt'ora le donne sono ovunque sottorappresentate.
Margareth Thatcher nel 1979 è la prima donna a guidare un governo occidentale. Da notare però che la cosiddetta "Lady di ferro" si oppone nettamente alle femministe e non prende in considerazione i problemi da esse sollevate.
La rappresentanza politica femminile costituita dalle donne elette nei Parlamenti dei vari paesi vede i paesi scandinavi al primo posto con in testa la Svezia (40,4%) la Norvegia (39,4%), la Finlandia (33,5%) la Danimarca (33%) e l'Olanda (31,3%). Seguono il Canada (18%), gli USA (10,9%), la Gran Bretagna (9,5%) e la Francia (6,4%). In Kuwait e negli Emirati arabi uniti le donne non sono presenti.
In alcuni paesi le donne hanno conquistato una eccezionale capacità di essere rappresentate facendo valere la clausola delle quote, vale a dire sostenendo il diritto delle minoranze a essere presenti in tutte le istituzioni. Questo ha consentito un'importante evoluzione nei rapporti di forza esistenti fra l'elemento maschile e quello femminile.
Recentemente si è tentato di mettere in atto una nuova strategia. Il movimento delle donne rifiuta la nozione di quota, giudicandola insufficiente e sostiene che si debba tenere conto della reale percentuale di donne sulla popolazione, per conferire loro una rappresentanza adeguata, cioè uguale agli uomini, dato che la popolazione femminile rappresenta almeno la metà del corpo sociale.
DONNE E VITA PRIVATA
Disporre della propria vita: questa è stata la posta in gioco delle lotte condotte, a partire dagli anni sessanta, per l'uguaglianza civile, la libertà di abortire, la contraccezione e il riconoscimento delle violenze subite dalle donne. Le donne hanno messo in discussione le tradizionali relazioni fra i sessi, i modelli inculcati dall'educazione e rivendicano il diritto di disporre liberamente del proprio corpo e di scoprire nuovi modelli di vita. In seguito alle loro pressioni, i governi sono stati costretti a promulgare leggi che hanno cambiato regole che sembravano immutabili da secoli.
In Italia il divorzio è stato a lungo proibito in conseguenza dei Patti Lateranensi firmati nel 1929 da Mussolini e dal Cardinale Gasparri che regolavano le relazioni fra stato e chiesa. La dissoluzione del vincolo matrimoniale poteva essere decretata soltanto dal Tribunale ecclesiastico della Sacra Rota in base a condizioni assai precise e limitate. La questione del divorzio è stata posta all'inizio degli anni settanta dai primi gruppi femministi italiani con tanta più forza in quanto nei paesi vicini e in quelli scandinavi esso era stato introdotto da quasi un secolo. I partiti politici della sinistra, intuendo l'evoluzione delle elettrici ne appoggiano la rivendicazione. Si susseguono manifestazioni, dibattiti, petizioni, raccolte di firme, si creano associazioni. Chi è contrario agita la minaccia della dissoluzione della famiglia e della distruzione della società. La legge che istituisce il divorzio in Italia viene infine approvata nel dicembre del 1972. Subito i detrattori raccolgono le firme necessarie per abrogare la legge. La mobilitazione dei due schieramenti raggiunge il culmine e il referendum si svolge in un clima di aspra contrapposizione. Il 12 maggio 1974 il popolo italiano col 59,26% dei voti si pronuncia contro l'abrogazione della legge sul divorzio ponendo il paese sullo stesso piano delle altre democrazie occidentali (fatto salvo Spagna e Irlanda, altre due nazioni in cui la religione cattolica è preponderante che lo introducono rispettivamente nel 1981 e nel 1995).
Sono proprio le donne che a larga maggioranza scelgono l'opzione divorzista.
Una ulteriore rivoluzione della fine del secolo è stata la conquista del diritto delle donne di disporre liberamente del proprio corpo, decidendo volontariamente se procreare o no e in quale momento. La grande battaglia per la contraccezione e l'aborto restano due punti di svolta fondamentali nelle società occidentali. Si tratta di donne nubili costrette da una gravidanza imprevista che non siano in grado di sostenere, di donne sposate gravate da una famiglia già numerosa, oppure di gravidanze provocate da stupri, il catalogo dei casi drammatici è purtroppo assai ampio. Sia la religione cristiana che i pubblici poteri laici hanno per lungo tempo rifiutato di prendere in considerazione la sofferenza di queste donne.
All'inizio del XX secolo il controllo delle nascite rimane ancora un tema tabù nella maggior parte dei paesi europei e negli Stati Uniti. La pillola anticoncezionale viene messa a punto nel 1956 dal dottor Gregory Pincus a Boston e comincia ad essere commercializzata nel 1960 negli USA e poi in Gran Bretagna. Niente ferma la diffusione della pillola anticoncezionale fra le donne. Nel 1956 erano 265 le donne che la sperimentavano con l'equipe del dottor Pincus, nel 1980 le donne che ne facevano uso erano 55 milioni, nel 1990 113 milioni. Con la comparsa dell'AIDS altre forme anticoncezionali hanno un aumento, ad esempio l'uso del condom subisce una netta impennata.
Tutte le religioni sono orientate a incoraggiare la procreazione ("crescete e moltiplicatevi"). In modo più o meno intollerante ogni religione ha le sue correnti estremiste che rifiutano ogni pur minimo ricorso alla contraccezione.
Nell'ambito della religione cristiana ad esempio, se i protestanti hanno adottato un atteggiamento molto liberale nell'obiettivo di rendere le coppie responsabili nella scelta di concepire un figlio, la religione cattolica ha condannato la contraccezione e tutte le interruzioni di gravidanza (anche quelle conseguenti a stupri) in quanto così facendo l'uomo si sarebbe attribuito un potere che appartiene solo a Dio.
Rispetto a USA e Gran Bretagna, nelle altre principali nazioni occidentali come in Francia, in Italia, in Germania e in Spagna l'aborto è stato legalizzato molto tempo dopo. La storia delle donne è stata insanguinata da milioni di aborti clandestini praticati in condizioni igieniche deplorevoli da medici inesperti o venali. Le protagoniste sono donne traumatizzate da una possibile denuncia che poteva portarle in prigione, talvolta rimaste menomate a vita da una sterilità dovuta alla mancanza di controllo medico. Anche in seguito alle manifestazioni dei movimenti delle femministe che rivendicano la libertà per le donne di avere figli quando vogliono se lo vogliono e alla pubbliche dichiarazioni da parte di donne famose negli anni settanta le parlamentari impongono all'ordine del giorno del dibattito politico la questione dell'aborto. Dopo anni di lotte dai vari parlamenti vengono promulgate leggi simili che prevedono il ricorso all'aborto in caso di stupro o di rischi per la salute morale e fisica della donna in un periodo variabile da paese a paese mediamente tra 10 a 12 settimane dal concepimento (ma fino anche a 24 settimane in Gran Bretagna), l'autorizzazione dei genitori per le minorenni, la gratuità dell'intervento.
"Il diritto di abortire non appartiene che a Dio": questo è stato l'argomento principale di quanti avversano l'aborto, che non hanno mai disarmato esibendo nelle manifestazioni immagini traumatizzanti di feti e ricorrendo anche ad azioni violente contro i medici che praticano gli interventi.
Per tutte le donne che hanno preso parte alle lotte filoabortiste è sempre stato chiaro che il ricorso all'aborto non era che una soluzione di ripiego. La pianificazione delle nascite con i moderni mezzi di contraccezione è il mezzo più desiderabile, sia per evitare traumi fisici e psicologici sia per ragioni economiche.
Accanto alle legislazioni sull'aborto i governi si sono quindi lanciati in iniziative per la prevenzione delle gravidanze indesiderate e in questo contesto l'aborto sarebbe dovuto diventare l'eccezione.
E' innegabile il fatto gli aborti continuano ad essere praticati, per mancanza di informazione o per scarsa responsabilità da parte di ragazze e ragazzi molto giovani. La contraccezione obbliga infatti a chi la pratica a prendere in mano in una qualche misura maggiore il proprio destino.
Rimangono forti i movimenti antiabortisti di tutto il mondo che facendo appello al rispetto della vita, assegnando alla donna essenzialmente il ruolo di madre e ritenendo la famiglia in senso tradizionale come la colonna principale della società si ricollegano agli integralisti religiosi di ogni tendenza che si oppongono però spesso anche alla emancipazione delle donne.
La sessualità femminile è stata nel tempo molto più controllata di quella maschile: le donne non venivano in alcun modo educate alla sessualità, molte si sposavano senza avere alcuna conoscenza del sesso, tranne il fatto che esso avesse a che fare con l'insaziabilità maschile e che occorresse sopportarlo. La sessualità femminile era poi strettamente legata alle gravidanze indesiderate e alla morte per parto ad elevata percentuale di accadimento.
Una donna sessualmente attiva era considerata deviante, così come lo era una donna che si mostrasse socialmente intraprendente in sfere maschile. L'ideale romantico di femminilità voleva che la donna fosse asessuata, oltre che docile e disponibile.
Verginità, castità e fedeltà erano (e spesso ancora sono in molte culture) virtù inestricabilmente connesse all'essere donna: la reputazione sociale di una ragazza poggiava sulla sua abilità di contenere e selezionare le avances sessuali, quella di un ragazzo dal numero di conquiste effettuate e, al contempo, la necessità di costruire e far crescere una famiglia.
Vi sono quindi regole che sostenevano e sostengono tutt'ora un modello sessuale ortodosso (eterossessuale e monogamico) e che puniscono da un lato l'omosessualità e dall'altro l'adulterio. Ne conseguiva e ne consegue una interconnessione tra ordine familiare e ordine politico e sociale, il disordine familiare diventa una minaccia e ad esempio il tradimento sessuale della moglie assume simbolicamente il significato di una abdicazione maschile alla propria autorità. Il coniuge tradito, in quanto incapace di garantirsi la fedeltà della sposa, mina la credibilità di tutto l'edificio sociale fondato su una precisa gerarchia centrata, appunto, sull'autorità dell'uomo.
La necessità delle donne di esprimere la propria sessualità è stata dunque fortemente scoraggiata, mentre al contrario, gli uomini sono stati socializzati e incoraggiati a vivere molto più liberalmente la propria sessualità.
Le attuali tendenze di mutamento hanno drasticamente diminuito tali certezze.
La sessualità maschile diventa sempre più problematica e a volte violenta. Si assiste ad un disorientamento del partner maschile nei confronti delle domande di reciprocità e di uguaglianza (anche sessuale) provenienti dalle compagne. Ciò può generare violenza, una reazione al declino della complicità femminile.
La violenza (in particolare se di tipo sessuale) provoca gravi conseguenze: oltre alle ferite (ematomi, fratture, perdita parziale dell'udito e della vista costituiscono la casistica più frequente) le donne vittime di episodi di violenza sono più sottoposte ad attacchi di panico, depressione, scarsa autostima, disturbi del sonno e dell'alimentazione, ipertensione, alcoolismo, abuso di farmaci, disfunzioni sessuali). Le ragazze che hanno subito abusi sessuali nell'infanzia hanno maggiori probabilità di adottare comportamenti a rischio come rapporti sessuali precoci, maggiore rischio di gravidanze indesiderate elevato rischio di contrazione di malattie sessualmente trasmissibili ricorrendo in misura inferiore a metodi di contraccezione.
Esistono evidenti e importanti connessioni trasversali fra maschilità e violenza, non solo in circostanze quali ad esempio i conflitti armati ma anche nella quotidianità e nella vita domestica, specialmente nei confronti delle donne (incesto, stupro, percosse, maltrattamenti fisici da una parte e dall'altra ricatti e abusi psicologici). Questo non significa che non esista per nulla la violenza al femminile, come recenti studi hanno dimostrato sulle collaboratrici del Nazismo e sul ruolo attivo di una certa percentuale di donne nella genocidio del 1994 in Ruanda. Vengono inoltre segnalati negli ultimi anni casi che testimoniano un incremento degli atti di violenza compiuti da adolescenti di sesso femminile (oltre che maschile) tanto che è facile affermare che la violenza è semplicemente da collegare al genere umano. E' certo però che è nettamente preponderante la violenza di stampo maschile.
La violenza sessuale nei confronti delle donne può riguardare la volontà di dominio di un sesso, quello maschile, nei confronti di quello femminile, percepito come diverso, pericoloso se non inferiore.
La violenza coniugale, contrariamente a molti luoghi comuni si estende a tutte le categorie sociali dalle più povere alle più ricche. Questa situazione si verifica soprattutto dove le donne hanno raggiunto un elevato grado di indipendenza, quasi a significare che il dialogo fra i sessi è diventato talmente difficile da provocare il ricorso alla violenza come ultima possibilità di farsi sentire.
Per quanto riguarda lo stupro, dopo lunghe battaglie per sanzionarlo come reato grave, ormai quasi ovunque è un crimine che viene puntito con severe pene detentive.
E' ancora agli Stati Uniti che spetta il primato di avere istituzionalizzato il concetto di molestie sessuali per proteggere le donne che nei luoghi di lavoro subiscono molestie e pressioni di tipo sessuale da parte dei loro superiori. Fino a tempi molto recenti le donne, per timore di perdere il posto, hanno sopportato gesti e allusioni pesanti, considerate "naturali" dagli uomini.
DONNE E LAVORO
Il processo di industrializzazione ha determinato una netta separazione tra mondo dei rapporti familiari e il mondo dei rapporti economici, tra economia domestica ed economia aziendale.
La rivoluzione industriale ha da una parte inaugurato il rapporto con il mercato del lavoro della donna e dall'altro lato ha prodotto la figura della casalinga dipendente dalla protezione del coniuge, lavoratore a tempo pieno. Dalla famiglia patriarcale di stampo medioevale (ancora oggi in auge nelle società agricole e a economia di sussistenza, centro principale della produzione di beni e servizi in cui tutti i membri partecipavano congiuntamente al processo produttivo) si afferma la famiglia patriarcale ristretta che diventa il luogo privilegiato e naturale degli affetti, del privato, delle dimensioni relazionali e dei processi di socializzazione primaria.
Se è vero che nessuna società conosciuta, dalle più antiche alle moderne risulta esente da qualche forma di divisione del lavoro fondata sul sesso, il modello "fordista", organizzato intorno alla produzione industriale e di massa per affermarsi aveva bisogno di ruoli ben definiti, stabili, fissi e fortemente radicati nelle istituzioni quali famiglia, scuola, mercato del lavoro. In particolare la divisione del lavoro all'interno della famiglia e la differenza tra maschilità e femminilità venivano riaffermate come imperativi sociali.
La famiglia tipo nella forma nucleare tipica delle società industrializzate vede la donna specializzarsi nei compiti di cura, di allevamento, di assistenza e in generale di soddisfacimento dei bisogni familiari tanto che la maternità connessa al lavoro di cura ha costituito il modo fondamentale delle donne per autodefinirsi. Se il lavoro maschile era sinonimo di dignità, emancipazione e appartenenza attiva alla comunità per la maggior parte delle donne lavoro retribuito e matrimonio erano sostanzialmente alternativi. Nonostante l'operaia di fabbrica sia diventata una figura emblematica dell'industrializzazione si trattava perlopiù di una giovane non sposata, povera e proveniente dai ceti popolari. Di norma lavorava fino a quando non si sposava o fino a quando non aveva figli e continuava a svolgere un'attività retribuita solo se la figura maschile rimaneva assente o veniva a mancare.
Si è così sviluppato un meccanismo di dipendenza bifronte: la dipendenza femminile dal reddito maschile e quella maschile dalla disponibilità del tempo femminile per quel riguarda il lavoro di cura. Il potenziale di successo nelle carriere maschili viene a risultare tanto più elevato quanto più è sostenuto dall'impegno domestico di una moglie. Le persone sposate, in particolare gli uomini vivono meglio e più a lungo se ricevono sostegno dal coniuge. Dall'altro lato le donne non necessitavano di una propria fonte di reddito perchè gli uomini con cui vivevano provvedevano finanziariamente alle loro necessità. La diversa dimensione temporale delle donne
E' complessa e frammentata la dimensione temporale dei corsi di vita femminili, articolata tra scadenze biologico-riproduttive e attività per il mercato.
Esiste una ineguale distribuzione delle risorse temporali tra i sessi e differenze tra regimi temporali maschili e femminili: i primi più rigidi e direttamente dipendenti dai tempi lavorativi, i secondi estremamente flessibili e frammentati a causa della necessità di conciliare la rigidità di orari e le richieste sociali con i ritmi familiari e l'ingente quantità di tempo dedicato alla casa, ai figli, al partner.
I tempi maschili non variano di molto in base ai mutamenti del corso di vita della famiglia perché in realtà sono quelli delle donne a cambiare. La nascita di un figlio impone alla donna un riequilibrio di tempi che non viene osservato nell'esperienza maschile. La nascita di un terzo figlio provoca un tale aumento di lavoro familiare da determinare un drastico calo nella durata dell'impegno lavorativo femminile e concretamente minacciare la stessa possibilità di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Per le donne non occupate il lavoro di cura della famiglia raggiunge in media le otto ore giornaliere. Il maggior carico di lavoro si riscontra per le donne in coppia con figli. Il tempo libero risulta residuale soprattutto nel caso delle madri sole (separate, divorziate, vedove), un gruppo particolarmente svantaggiato sotto l'aspetto delle risorse temporali ed economiche.
La partecipazione degli uomini al lavoro domestico e alla cura dei figli è così marginale che la loro assenza nel nucleo familiare riduce anziché aumentare l'entità del lavoro domestico delle donne. Mentre l'uomo si avvantaggia della presenza della partner donna, la donna sembra beneficiare dell'assenza del partner uomo.
Dalle ricerche sulle nuove generazioni emerge che all'interno delle giovani coppie sono sempre le donne ad occuparsi delle attività domestiche a esclusione delle piccole riparazioni e dei compiti burocratici (aggiustature di guasti e rotture, pagamento delle bollette, rapporti con la banca e problemi fiscali).
L'attività più condivisa tra i giovani coniugi è la spesa.
Per i giovani che vivono con la famiglia per le ragazze si riscontrano ancora maggiori limitazioni in termini di libertà di movimento e uso del tempo libero. Le ragazze sono inoltre chiamate a contribuire all'espletamento delle attività domestiche in misura maggiore rispetto ai coetanei.
Queste tendenze sembrerebbero però piuttosto italiane perché in altri paesi europei vi sarebbero scostamenti via via minori nella distribuzione maschile e femminile del tempo e si assisterebbe ad una sostanziale omologazione dei corsi di vita maschili e femminili in base al rapporto tempo/attività. Lavoro e redditi
A testimoniare le conquiste delle lotte femminili in materia di lavoro ecco una breve cronistoria dell'evoluzione della legislazione in Francia nell'ultimo secolo a favore delle lavoratrici:
1874: divieto di assumere minori di 12 anni nelle manifatture. Limitazione della giornata di lavoro a 12 ore
1886: la donna può affiliarsi ad una cassa pensionistica senza il consenso del marito
1892: la giornata di lavoro viene ridotta a 10 ore per le donne minori di 16 anni con un massimo di 60 ore lavorative settimanali; per le altre donne limite delle 11 ore quotidiane
1904: giornata di lavoro portata a 10 ore
1907: diritto della donna sposata di disporre liberamente del proprio salario
1909: la donna incinta può beneficiare di un congedo di maternità di 8 settimane (senza stipendio) e il datore di lavoro non può rescindre il contratto durante il periodo di congedo
1910: congedo di maternità di 2 mesi a stipendio pieno per le maestre; nel 1911 la misura viene estesa alle impiegate delle poste, telegrafi, telefoni; solo nel 1928 la misura viene estesa a tutto il settore pubblico
1920: creazione di un comitato centrale per l'erogazione di assegni familiari gestiti da un patronato;
1937-38: gli assegni familiari vengono aumentati del 142%
1945: il congedo per maternità è obbligatorio (2 settimane prima e 6 settimane dopo il parto) e indennizzato al 50%
1966: congedo per maternità a 14 settimane
1972: una legge stabilisce il principio della pari retribuzione tra i sessi per lavori di uguale natura
1975: vengono proibite le discriminazioni di sesso nelle assunzioni
1980: Divieto di licenziare una donna incinta, il congedo per maternità portato a 16 settimane
1986: è legale l'uso del femminile per i nomi che indicano mestieri e funzioni.
Il lavoro e la condizione femminile nel mondo: rapporto sul programma dello sviluppo umano dell'ONU del 1995. I paesi nei quali, in linea generale le donne sono meno sfavorite rispetto agli uomini sono, in ordine decrescente: Svezia, Norvegia, Danimarca, Stati Uniti, Australia, Francia, Giappone, Canada, e Austria. I paesi dell'America Latina e i paesi arabi sono nettamente indietro. Se si considera la partecipazione delle donne alle attività economiche e alla politica sono ancora i paesi nordici al primo posto, seguiti da Canada, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, USA, Austria e Italia.
Fra la popolazione studentesca, le donne sono più numerose degli uomini in Finlandia, Norvegia, Francia.
Le donne rappresentano il 4,4% sul totale dei premi Nobel, l'8% nella letteratura, il 2,5% per la medicina, il 3% per la chimica, l'1,3% per la fisica e l'11% per la pace.
I due terzi degli analfabeti del mondo sono donne.
Negli USA sono donne il 62% dei poveri mentre al a livello mondiale su una popolazione in condizioni di povertà che ammonta a 1 miliardo e trecento milioni sono donne il 70%.
La speranza di vita è invece superiore del 20% circa per le donne.
Il rapporto giunge alla conclusione che il progresso sociale ed economico di un paese aumenta più velocemente se anche le donne vi partecipano.
Essendo diverso il coinvolgimento dei due sessi nella sfera del lavoro familiare e in quella delle attività produttive il risultato è che per le donne che hanno un consistente carico di lavoro familiare o subiscono interruzioni professionali dovute alla maternità risulta prioritario trovare un punto di equilibrio tra funzioni produttive e funzioni riproduttive, mentre per gli uomini il problema sembra non sussistere.
La ridotta capacità di svolgere attività fisicamente impegnative negli ultimi mesi della gestazione e nei primi mesi di vita dei neonati ha favorito la divisione del lavoro tra i sessi nelle società premoderne quando le gravidanze si susseguivano con alta frequenza e la vita dei neonati dipendeva esclusivamente dal latte moderno. Nelle società moderne attenuati tali fattori con la eliminazione graduale di lavori fisicamente pesanti, con il diradamento delle gravidanze e con la diffusione dell'allattamento artificiale, si spiegano più dificilmente le evidenti differenze tra partecipazione femminile e maschile alle attività produttive e riproduttive.
La questione della marginalità delle donne nel mercato del lavoro dipende dalla stessa organizzazione del lavoro che prevede come "normale" una figura di lavoratore privo di responsabilità familiari e di cura proprio perché può contare su una o più donne che se ne fanno carico.
In Italia la partecipazione lavorativa delle donne è di gran lunga inferiore alla media europea: se è vero che il lavoro delle donne è fortemente aumentato nel corso degli ultimi venti anni, il tasso di occupazione femminile rimane uno dei più bassi d'Europa (nel 2001 circa il 40% dato italiano rispetto al 55% dato dell'Europa a 15) e anche il tempo parziale copre un ruolo marginale all'interno delle possibilità di impiego (nel 2001 il 18% delle donne italiane rispetto al 34% europeo).
L'espansione dell'occupazione femminile è avvenuta grazie alla crescita di tipologie lavorative considerate tipicamente femminili (insegnanti, impiegate esecutive, infermiere, addette alle vendite, cameriere, colf): ciò ha da un lato protetto dalla concorrenza maschile, dall'altro le ha concentrate in alcuni settori precludendone l'accesso ad altri.
Vi è un'alta componente di posizioni lavorative non regolari e le donne risultano particolarmente coinvolte sia in quanto lavoratrici di piccole imprese manifatturiere (tessile, calxaturiero, abbigliamento) sia nel settore agricolo e nell'area del lavoro autonomo.
Le donne professionalmente attive soffrono maggiormente la povertà se in una condizione di lavoro autonomo: imprenditrici individuali, titolari/coadiuvanti di imprese familiari.
Si riscontrano forti differenziali di reddito tra donne e uomini: secondo studi recenti le lavoratrici italiane guadagnano dal 20 al 25% in meno dei lavoratori maschi su una media europea del 23%.
Gli uomini rispetto alle donne occupano infatti posizioni più elevate nella scala gerarchica e sono maggiormente presenti nei comparti dove le retribuzioni sono più alte e nelle aziende medio-grandi dove i salari sono tutelati dall'azione sindacale.
Si assiste altresì ad una concentrazione delle donne nei settori in cui i salari medi sono più bassi e, all'interno di ciascun settore, nei livelli di qualifica inferiori.
Altri fattori che spiegano questo differenziale di reddito sono il fatto che le donne sposate rispetto alle donne sole sono più disponibili ad accettare lavori e remunerazioni sotto alla loro qualifica essendo il loro reddito percepito come un "secondo" e in generale il fatto che le donne fanno più assenze e meno straordinari, dati gli obblighi familiari.
Mentre nei periodi di crescita economica il lavoro delle donne viene favorito, in quelli di crisi si progetta sempre di limitarlo per combattere la disoccupazione maschile. Cio è avvenuto ad esempio nella crisi economica mondiale del periodo 1929-1935.
TENDENZE DEL MUTAMENTO SOCIALE
Dalla fine degli anni 60 tutte le società industriali avanzate hanno cominciato a sperimentare un periodo di profondi rivolgimenti socioeconomici: instabilità dei modelli familiari, erosione del ruolo protettivo della famiglia nucleare, crescente importanza del settore dei servizi, declino dell'occupazione stabile, espansione di esperienze prolungate di disoccupazione e di forme lavorative instabili, atipiche, temporanee e di scarso reddito.
Dal punto di vista sociale di pari passo ci si organizza meno intorno ad un nucleo matrimoniale standard: aumentano le famiglie di fatto, unipersonali, ricostituite, i nuclei con un solo genitore.
E' in forte espansione l'occupazione femminile e in conseguenza di una crescente scolarizzazione femminile vi è una crescente assunzione da parte delle donne di responsabilità che prima appartenevano esclusivamente agli uomini, mentre si assiste ad una minore propensione al matrimonio e alla procreazione.
Siamo quindi di fronte a profondi mutamenti che implicano la necessità di nuove forme di relazione fra i sessi ed emerge il problema della ricerca di un nuovo equilibrio alla luce dei passaggi radicali di definizione del sé delle nuove donne e dei nuovi uomini.
La vita delle donne appare in una fase di grandi cambiamenti.
Le donne studiano di più, lavorano di più, si sposano più tardi o non si sposano affatto, fanno meno figli, ricercano l'autonomia sessuale e una sessualità distaccata dagli obblighi tradizionali che le legavano alle necessità riproduttive, accettano sempre meno relazioni tradizionali basate sul principio della "naturale" superiorità maschile e inferiorità femminile.
Le donne sono d'altra parte anche colpite dalla crescente tensione causata dalla non facile transizione da una identità centrata su un unico perno (la famiglia), a una identità che si fonda sull'intrecciarsi di due assi (il lavoro la e famiglia).
E' la crescita dell'istruzione femminile il fattore che ha maggiormente influenzato le scelte operate dalle donne, sono le ragazze istruite a sposarsi più tardi, a decidere di avere un minore numero di figli o di non averli affatto, a subordinare la vita familiare e affettiva alla carriera, a impegnarsi a svolgere ruoli attivi nella sfera politica ed economica.
Le ultime generazioni femminili sono ben consce della necessità di una preparazione culturale per realizzare un buon progetto di vita.
Il rapporto del governo italiano alle Nazioni Unite sull'applicazione della piattaforma di Pechino in Italia (Dipartimento per le pari opportunità, 1999) mette in luce che negli ultimi anni il tasso di scolarità femminile e di rendimento negli studi è cresciuto fino a superare quello maschile, le studentesse universitarie sono anche più brave dei colleghi di sesso maschile (abbandonano meno gli studi, si laureano più spesso nei termini, conseguono la votazione massima con frequenza maggiore a volte anche nelle discipline più mascolinizzate come nei comparti ingegneria e scientifico).
Le donne lavorano sempre più anche nel caso in cui siano mogli e madri e vi è la tendenza delle giovani e adulte a scegliere sempre meno il modello tradizionale casalinga-moglie-madre.
Il fatto che la donna abbia un proprio lavoro che la rende economicamente autonoma offre anche maggiori possibilità di negoziare un rapporto coniugale simmetrico/paritario e al contempo, di sciogliere un rapporto che non corrisponde più a tali aspettative. E' proprio nelle coppie in cui la moglie/partner ha un lavoro remunerato che la donna chiede con più frequenza il divorzio, mentre sono crescenti le denunce per violenza sessuale e maltrattamenti da parte delle vittime che prima per molti motivi rimanevano nascoste oltre che impunite.
La crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro comporta un minor tempo dedicabile dalle donne alle attività di assistenza e di cura di anziani e malati nonchè alla crescita dei bambini, a fronte di una sostanziale di fatto mancata redistribuzione delle responsabilità domestiche agli uomini. Essendo chiaro che un consistente impegno di assistenza spesso si accompagna ad un destino di marginalizzazione, date le nuove aspirazioni ed aspettative lavorative delle donne, la strada imboccata al fine di mediare tra queste tensioni è ben esemplificata nella proliferazione di servizi domestici a pagamento forniti da immigrate e immigrati all'interno delle famiglie occidentali. In questo caso si potrebbe dire che vi è come una traslazione delle tensioni dal rapporto uomo donna nell'ambito dell'equilibrio familiare (conseguenti alla mancanza di tempo della donna che lavora) al rapporto tra classi più agiate e classi meno agiate: in un certo senso il benessere delle donne occidentali che lavorano, in assenza di un riequilibrio di compiti domestici tra maschi e femmine all'interno della famiglia occidentale benestante, viene in un qualche modo ad essere costruito sul lavoro qualitativamente inferiore seppur retribuito di donne emigrate da paesi meno economicamente sviluppati che forniscono questi servizi domestici.
Nell'ambito dei sistemi di politiche del lavoro e welfare occidentali occorre precisare che l'aumento della partecipazione lavorativa delle donne è fortemente dipendente dalle forme di lavoro atipico (interinale, a tempo parziale, contratti a termine o su progetto). Anche per gli uomini il lavoro di tipo flessibile è in notevole incremento, ma per le donne questo è un elemento che esercita conseguenze pesanti in termini di protezione della maternità oltre che nella copertura pensionistica.
I sistemi di welfare non sembrano offrire risposte adeguate alle istanze connesse ai forti mutamenti dell'identità femminile e dai rapporti tra i generi e le generazioni.
La perdita del lavoro o l'avvento di una malattia sono tutelati sostanzialmente solo per i membri del mercato del lavoro ufficiale, così come la nascita di un figlio innesta il meccanismo della conservazione del posto di lavoro, della continuità del reddito, della riduzione dell'orario di lavoro nel periodo postnatale unicamente per le madri e padri con lavoro riconosciuto e stabile.
Se la donna si avvia a rendere sempre più visibile la sua presenza nella società vi è la sensazione che il processo di riformulazione dell'identità maschile non abbia preso una direzione precisa.
Il movimento delle donne ha giocato un ruolo fondamentale nel riconoscimento che l'asimmetria tra maschile e femminile è un costrutto storico, pertanto modificabile.
Tra la metà degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta, di pari passo con l'emersione del movimento femminista come soggetto politico si sviluppano gruppi di autocoscienza maschile in cui l'approccio alla natura maschile è operato rovesciando lo stereotipo tradizionale uomo forte, per metterne a fuoco i lati femminili repressi, le "debolezze". L'evento che concretamente porta alla emersione dei cosiddetti movimenti di "liberazione maschile" è la guerra del VietNam. La sconfitta americana diviene metafora della crisi maschile.
Nonostante ciò manca generalmente tra gli uomini la consapevolezza della piena portata degli effetti culturali, politici e simbolici prodotti dal movimento femminista, che ha innescato il processo di affermazione della libertà e dell'autorità femminili e del suo potenziale impatto sulla redifinizione dell'identità maschile. Gli uomini tendono a pensare che le questioni di genere siano e restino "cose da donne".
Se alcuni uomini hanno accettato tali sfide e sollecitazioni, altri le hanno rifiutate reagendo con paura e aggressività.
A fronte di questa forte espressione di parità da parte delle donne resta evidente lo scarto tra la sfera pubblica e giuridica, caratterizzata da un'ideologia egualitaria, e la sfera privato-familiare dove di fatto prevalgono dinamiche di differenziazione tradizionale. Tra le giovani generazioni si osservano comunque alcuni mutamenti, gli uomini iniziano a rivendicare una maggiore partecipazione nell'educazione dei figli e vi è un crescente coinvolgimento dei padri nel lavoro di accudimento di neonati e bambini (l'impegno paterno aumenta con il crescere del titolo di studio). In conseguenza di questi fatti si verifica anche un fenomeno particolare, ovvero una reazione di alcune donne che possono percepire come una "invasione di campo" l'intrusione maschile e osteggiarla.
L'emergere di nuovi tipi di maschilità, più egualitari e orientati alla condivisione e che si oppongono alle aspettative tradizionali comportano a loro volta quindi un ribilanciamento storico tra il genere maschile e quello femminile, con la rimozione degli stereotipi di genere e un mutamento reciproco del modo di sentire e rapportarsi tra uomini e donne.
TRA TRADIZIONE E MODERNITA'
Di fronte alle imposizioni della cultura tradizionale e a un modello occidentale di emancipazione nel quale esse non sempre si riconoscono, le donne di molti paesi cercano di trovare la propria identità e il proprio destino. In molti paesi di cultura islamica la donna viene considerata come una eterna minorenne, priva di ragione, al limite come un non soggetto che bisogna dominare in tutti gli atti della vita. Fondamentalmente inferiore all'uomo, la donna non possiede alcun tipo di autonomia ed è sottomessa all'arbitrio prima del padre poi del marito. La condizione delle donne è in questo caso sottomessa ai rischi di una condizione sempre suscettibile di essere sovvertita in base alla volontà dei mariti, che possono imporre loro una nuova sposa, ripudiarle, privarle dei figli.
In alcuni dei paesi islamici nel corso degli anni sono emersi dei cambiamenti importanti come in Egitto e in Turchia.
In Turchia ad esempio con l'ascesa al potere di Kemal Ataturk viene effettuata la separazione fra religione e stato sul modello occidentale, il matrimonio viene laicizzato, viene istituito il divorzio su basi paritarie, viene proibito il velo islamico, aperto l'accesso all'istruzione, e nel 1934 viene accordato il diritto di voto alle donne, molto prima di paesi come l'Italia e la Francia. Decenni più tardi i risultati sono stati evidenti con la carica di primo ministro appannaggio di una donna, Tansu Ciller, che ha raggiutno il potere percorrendo le tappe di una classica carriera di tipo occidentale e non grazie all'appartenenza a clan potenti come era avvenuto in India, Pakistan o Sri Lanka con Indira Gandhi, Benazir Bhutto e Bandaranaike Sirimavo e Chandrika.
Un ulteriore esempio di paese musulmano che ha sviluppato i concetti di laicità, uguaglianza ed emancipazione femminile è stata la Tunisia. Paradossalmente le donne sono attive ed evolute rispetto ad altre società musulmane nella vita pubblica e lavorativa ma arretrate sul piano privato dove nei rapporti di coppia gli uomini mantengono i tradizionali pregiudizi. Ispirato al modello occidentale Burghiba ha introdotto una serie di riforme coraggiose tra cui lo Statuto personale che conferisce alle donne uguaglianza di diritti all'interno della famiglia; per controllare una crescita demografica troppo intensa viene introdotta la contraccezione nel 1961 e legalizzato l'aborto nel 1973 mentre dal 1958 era stata istituita l'uguaglianza nel diritto all'istruzione comprendendo che questa sarebbe stata una delle principali leve per cambiare la condizione femminile.
La critica del modello occidentale: alcune donne musulmane pur tra quelle più istruite hanno optato per un ritorno alla tradizione islamica pur deplorandone gli eccessi.
Queste donne affermano che la poligamia, la proibizione della contraccezione e dell'aborto, l'obbedienza al marito non sono incompatibili con il lavoro, le responsabilità sociali e quelle politiche.
Si crea però così una dicotomia fra i due ruoli, quello esteriore di cittadina al servizio dello stato e quello privato di donna sottomessa. Questi atteggiamenti sono indicativi di una crisi di identità conseguente ad una profonda trasformazione che attraversa le civiltà musulmane in bilico fra tradizione e modernità.
Come conciliare il rispetto della cultura e della mentalità tradizionali con le aspirazioni al cambiamento?
Questo rispetto non diventa spesso un alibi per l'oppressione? E viceversa, il modello occidentale deve essere adottato così come è nelle in paesi che hanno una storia e una tradizione completamente differenti? E' solo partendo da queste riflessioni che può prendere avvio una evoluzione della condizione femminile, un'evoluzione liberamente accettata.
Occorre ricordare che i progressi si sono registrati nei paesi democratici, laici che riconoscevano l'uguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso. I regimi autoritari, i paesi in cui il potere viene esercitato mediante la violenza, l'arbitrio e il disprezzo dei diritti dei cittadini non possono accettare l'emancipazione femminile.
La liberazione dalla miseria e l'emancipazione dalla disuguaglianza sessuale dipendono innanzitutto dallo sviluppo economico e dall'accesso all'istruzione. Ma anche il ruolo delle mentalità svolge un ruolo fondamentale. Quando la tradizione inculca il disprezzo verso le donne e la superiorità maschile, quando non viene accordato nessun potere decisionale sulla propria vita le donne interiorizzano le norme e non possono infrangere questi limiti senza esporsi al rifiuto, al disonore, persino alla morte.
Il modello occidentale, che resta un punto di riferimento in materia di emancipazione delle donne, non è certo privo di squilibri. Il doppio fardello che grava sulle donne che lavorano e hanno famiglia, la solitudine di quante hanno sacrificato tutto alla carriera, le difficoltà all'interno della coppia derivanti dallo scontro tra esigenze femminili e paure maschili che talvolta portano a rotture, fonti di sofferenza e incomprensioni, sono il rovescio delle conquiste femminili.
LA LEGISLAZIONE IN MATERIA DI PARI OPPORTUNITA'
La storia delle Pari Opportunità in Italia ha un percorso che affonda le sue radici nella promulgazione della Costituzione la quale nelle aperture generali dell'articolo 3 offre il fondamento giuridico ad una serie di successive elaborazioni legislative:
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."
Per quanto concerne la legislazione comunitaria in relazione ai diritti delle donne occorre ricordare il Trattato di Roma del 25 marzo 1957, accordo con cui viene istituita la C.E.E (Comunità Economica Europea).
Nell'articolo 119 di questo trattato si asserisce:
"Ciascuno stato membro assicura durante la prima tappa, e in seguito mantiene, l'applicazione del principio di parità delle retribuzioni fra i lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro.
Per retribuzione deve essere inteso, ai sensi del presente articolo, il salario o trattamento normale di base o minimo, e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente in contanti o in natura dal datore di lavoro al lavoratore, in ragione dell'impiego di quest'ultimo.
La parità di retribuzione, senza discriminazione fondata sul sesso, implica che la retribuzione corrisposta per un lavoro pagato a tempo sia uguale per un posto di lavoro uguale."
Da allora, 1957, sono state necessarie ulteriori nove direttive governative, numerose raccomandazioni e risoluzioni legislative, quattro programmi d'azione del governo e una vastissima giurisprudenza sull'argomento raccolta dalla Corte di Giustizia per cercare di ottenere la tanto ambita parità di trattamento retributivo.
Per quanto riguarda questo tema della equiparazione di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro, ritornando alla normativa italiana, bisogna segnalare la Legge n. 903 del 9 dicembre 1977, che si proponeva di tradurre concretamente sul piano legislativo i principi sanciti dalla Costituzione nel citato articolo 3.
Questa legge, strutturata in 19 articoli, ribadiva i punti discussi nella disposizione comunitaria del 1976 in merito alla pretesa di un'uguaglianza di trattamento relativamente alla spinosa questione del lavoro.
Ad esempio i primi tre articoli dichiarano:
"È vietata qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l'accesso al lavoro indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività a tutti i livelli della gerarchia professionale ...]".
"La lavoratrice ha diritto alla stessa retribuzione del lavoratore quando le prestazioni richieste siano uguali o di pari valore. I sistemi di classificazione professionale ai fini della determinazione delle retribuzioni debbono adottare criteri comuni per uomini e donne ...]".
"È vietata qualsiasi discriminazione fra uomini e donne per quanto riguarda l'attribuzione delle qualifiche, delle mansioni e la progressione nella carriera ...]".
Nel 1984 venne promulgata una Raccomandazione del Consiglio Europeo (84/635/CEE del 13 dicembre 1984) sulla promozione di azioni positive a favore delle donne, nella quale viene ricordato agli Stati membri:
"Di adottare una politica di azione positiva intesa ad eliminare le disparità di fatto di cui le donne sono oggetto nella vita lavorativa ed a promuovere l'occupazione mista, la quale comporti misure generali e specifiche adeguate, nel quadro delle politiche e delle prassi nazionali e nel pieno rispetto delle competenze delle parti sociali, nell'intento di eliminare o compensare gli effetti negativi derivanti, per le donne che lavorano o ricercano un lavoro, da atteggiamenti, comportamenti e strutture basati su una divisione tradizionale dei ruoli all'interno della società, tra uomini e donne, così da
incoraggiare la partecipazione delle donne alle varie attività nei settori della vita lavorativa nei quali esse siano attualmente sottorappresentate, in particolare nei settori d'avvenire, e ai livelli superiori di responsabilità, per ottenere una migliore utilizzazione di tutte le risorse umane ...]".
Nel 1981, l'Unione Europea denunciava nel "Primo Programma Comunitario per la promozione di pari opportunità per le donne (1982-1985) " la mancanza di una progettualità che sostenesse la realizzazione di una concreta parità tra i sessi ed invitava all'introduzione, con particolare riferimento all'ambito lavorativo, di pari opportunità tra uomini e donne anche attraverso l'attuazione di azioni positive, intese come programmi per rimuovere situazioni di discriminazione sessuale.
All'interno della legislazione dell'Unione europea, durante gli anni '80, sono diversi i testi di legge e le raccomandazioni che insistono sull'uguaglianza di trattamento tra uomo e donna: ad esempio la Direttiva n. 378 del 24 luglio 1986, concernente la promozione della parità delle possibilità per le donne o la Direttiva 86/613/CEE dell'11 dicembre di quello stesso anno, relativa all'applicazione del principio di parità di trattamento fra gli uomini e le donne che esercitano un'attività autonoma e inerente altresì alla tutela della maternità.
Per quanto riguarda in particolare la regione Emilia-Romagna è del 1986 la Legge Regionale n. 3 (27 gennaio 1986) "per l'istituzione della commissione per la realizzazione della parità fra uomo e donna" come "organo consultivo della Regione in ordine a provvedimenti e iniziative riguardanti la condizione femminile, per la tutela e l'effettiva attuazione dei principi di uguaglianza e di parità sociale sanciti dalla Costituzione e dallo Statuto ...]".
In Italia è del 1988 l'istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri della prima Commissione Nazionale per le pari opportunità (legge n.400 del 23 agosto 1988, "Disciplina dell'attività di Governo e ordinamento della Presidenza del Consiglio dei Ministri").
Continuano ad essere promulgati miglioramenti alle leggi che regolano il sistema di tutela della lavoratrice, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto della maternità: è del 29 dicembre 1987 la legge n. 546 che prevede l'estensione dell'indennità giornaliera di gravidanza e di maternità anche alle lavoratici autonome, coltivatrici dirette, mezzadre, colone, artigiane ed esercenti di attività commerciali e dell'11 dicembre 1990 (legge n. 379) il riconoscimento di un'uguale indennità di maternità anche per le libere professioniste.
Data invece 27 gennaio 1989 la legge n. 25, nell'articolo 2 della quale viene elevato a quaranta il termine ultimo d'età per partecipare ai concorsi pubblici, per consentire anche alle donne che non abbiano potuto dedicarsi ad attività lavorative in età giovanile perché impegnate in incombenze familiari, di inserirsi nel mondo del lavoro.
Con la legge n.125 del 10 aprile 1991, "Azioni positive per la realizzazione della parità tra uomo e donna nel lavoro" si ha un emendamento "riassuntivo" che si ponga tra i suoi obiettivi anche quello di riepilogare tutto ciò che era stato ottenuto dalle donne in Italia fino ad allora, almeno legislativamente parlando.
Questa legge si propone di eliminare definitivamente le disparità di fatto tra uomini e donne nei diversi ambiti della società: per quanto riguarda l'accesso al lavoro, ad esempio, ma anche nella formazione, nei periodi di mobilità, nei percorsi della carriera. Viene identificata come strada per perseguire questi obiettivi fondamentali, la necessità di favorire la diversificazione delle scelte per le donne nel mondo del lavoro, attraverso strumenti affermati come l'orientamento e la formazione professionali e l'incentivazione/ tutela del lavoro femminile autonomo, in funzione di un'imprenditorialità guidata da donne che può annoverare al suo attivo esperienze economicamente utili e incisive anche a livello nazionale (ad esempio nel campo della moda).
Per superare le condizioni di disparità nell'organizzazione e nella distribuzione del lavoro, e le conseguenti discriminazioni evidenti soprattutto nel trattamento economico retributivo e nei percorsi di avanzamento professionale e di carriera delle donne, questa legge ha cercato di promuovere l'inserimento di figure femminili professionalmente competenti e preparate in quelle aree dove le donne sono solitamente sotto-rappresentate come i settori della nuova tecnologia, o i ruoli di responsabilità all'interno sia del pubblico che del privato.
Per rendere possibile tutto ciò è necessario ristabilire un diverso equilibrio tra le responsabilità familiari (onnicomprensive di cura alla casa, ai figli, ai genitori, ecc…), totalmente affidate alle donne, e le responsabilità professionali, da sempre prettamente territorio di competenza maschile: da questi obiettivi si tenta una diversa organizzazione delle condizioni e dei tempi del lavoro, in modo da favorire una parità di diritti e doveri per uomini e donne, che possano effettivamente trasformarsi in uguali possibilità all'interno del mondo del lavoro.
La prima delle "finalità" contemplate da questa legge prevede:
"Le disposizioni contenute nella presente legge hanno lo scopo di favorire l'occupazione femminile e di realizzare, l'uguaglianza sostanziale tra uomini e donne nel lavoro, anche mediante l'adozione di misure denominate azioni positive per le donne, al fine di rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono la realizzazione di pari opportunità".
E all'articolo 9:
"Le aziende pubbliche e private che occupano oltre cento dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna delle professioni ed in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dei licenziamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta ...".
Questo ultimo articolo viene ribadito anche attraverso un Decreto Ministeriale dell'8 luglio 1991, "Indicazioni alle aziende in ordine alla redazione del rapporto periodico sulla situazione del personale maschile e femminile", proprio perché si cerca di favorire l'occupazione femminile attraverso un monitoraggio e una mappatura delle diverse posizioni economico-sociali ricoperte da uomini e donne.
Dopo la legge 125, nel 1992 segue la legge 215 che istituisce il Comitato per l'imprenditoria femminile, operante presso il Ministero dell'Industria ed indica possibilità di finanziamenti agevolati e contributi alle donne che vogliano aprire imprese individuali da esse gestite, a società cooperative formate per il 60% da donne o società di capitali le cui quote siano possedute per il 60% da donne nei settori dell'industria, artigianato, agricoltura, commercio, turismo e servizi; mentre è del 1993 la legge n. 81 "a sostegno della presenza femminile e della costituzione di comitati per le pari Opportunità presso i principali organi amministrativi pubblici".
In quegli stessi anni stava mutando anche il panorama legislativo europeo ed internazionale: nel 1994 il Consiglio Europeo di Essen aveva ribadito la necessità di tutelare "la promozione delle pari opportunità per uomini e donne come uno dei compiti fondamentali dell'Unione europea e di tutti gli Stati membri [...]".
Ma l'evento di eccezionale importanza di questi anni è sicuramente "Conferenza mondiale sulle donne" tenutasi a Pechino" nel settembre 1995: essa fornisce alle politiche di Pari opportunità di ogni nazione qui presente un rinnovato impulso ad agire. I governi e tutti i soggetti interessati ed attivi politicamente vengono invitati ad adottare una "prospettiva di genere" in ogni campo della politica e della società, presupponendo un'analisi preventiva di effetti e situazioni in ottica di differenza di genere.
Occorre tenere sempre presente la ragionevolezza e la necessità di una "valutazione d'impatto rispetto al sesso" in ogni decisione e programmazione politico-sociale: i principi di empowerment, cioè di raggiungimento da parte delle donne dei luoghi decisionali, e l'integrazione delle Pari opportunità in tutte le politiche ed azioni, questi sono alcuni degli obiettivi da perseguire ricordati alle donne presenti a Pechino.
Non esistono azioni e politiche neutre, se non solo apparentemente, quindi è necessario verificare sempre una significatività dell'azione rispetto al genere, valutarne l'impatto rispetto al sesso stabilendo criteri di fruizione di risorse, diritti e possibilità che contribuiscano a rendere innocue le differenze certamente presenti tra uomo e donna, diventando la diversità un punto di partenza e non di arrivo.
L'influenza più immediata della concertazione di Pechino, possiamo ritrovarla all'interno dei paragrafi del "Quarto Programma Comunitario per la promozione di Pari Opportunità per le donne (1996 - 2000)". In esso vengono riportati i dodici ambiti di azione prioritaria indicati nella Piattaforma di Azione pechinese:
1. donne e povertà;
2. istruzione e formazione delle donne;
3. donne e salute;
4. violenza contro le donne;
5. donne e conflitti armati;
6. donne ed economia;
7. donne, potere e processi decisionali;
8. meccanismi istituzionali per favorire il progresso delle donne;
9. diritti fondamentali delle donne;
10. donne e media;
11. donne e ambiente;
12. donne - bambine.
Nel 1996, il Consiglio dell'Unione Europea emana una Raccomandazione all'attenzione degli Stati membri (96/694/CE) riguardante la partecipazione delle donne e degli uomini al processo decisionale, con il quale invita ad "adottare una strategia integrata complessiva volta a favorire la partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini al processo decisionale e a sviluppare o istituire misure adeguate, quali eventualmente misure legislative e/o regolamentari e/o di promozione, per realizzare tale obiettivo".
All'interno di questa stessa raccomandazione credo che risulti particolarmente interessante il secondo punto in cui si afferma che:
"si raccomanda di sensibilizzare tutti gli operatori del processo educativo e della formazione a tutti i livelli, compresi i responsabili dei materiali didattici, all'importanza di una immagine realistica e completa dei ruoli e delle attitudini delle donne e degli uomini nella società, che sia esente da pregiudizi e stereotipi discriminatori, garantendo una condivisione più equilibrata delle responsabilità professionali, familiari e sociali tra donne e uomini [...]".
Il 1996 è anche l'anno in cui viene costituito per la prima volta in Italia il Ministero per le pari Opportunità (18 maggio 1996), a capo del quale viene designata l'onorevole Anna Finocchiaro che è la protagonista - cofirmataria insieme all'allora Presidente del Consiglio Romano Prodi della successiva direttiva del 1997 "Azioni volte a promuovere l'attribuzione di poteri e responsabilità alle donne, a riconoscere e garantire libertà di scelte e qualità sociale a donne e uomini".
Tra i principali obiettivi strategici della Direttiva n° 116 del 21 maggio 1997 ricordiamo:
1. obiettivo strategico G.1, per l'acquisizione di poteri e responsabilità per le donne;
2. obiettivo strategico H.1, a favore dell'integrazione del punto di vista di genere nelle politiche governative;
3. obiettivo strategico H.3, a favore di un'analisi dei dati e di una valutazione d'impatto equitative di genere delle politiche governative;
4. obiettivo strategico F.5, in merito alle politiche di sviluppo e di promozione dell'occupazione femminile;
5. obiettivo strategico F.2, a favore della promozione della professionalità e dell'imprenditorialità femminile;
6. obiettivo strategico F.6, per la realizzazione di politiche dei tempi e dei cicli di vita che consentano a donne e uomini di svolgere gli impegni di lavoro, di cura, di formazione culturale e professionale;
7. obiettivo strategico C.1 e C.5, che consistono nella tutela della salute delle donne e nella promozione di iniziative volte a sostenere la realizzazione del desiderio di maternità.
[...]".
Sempre del 1997, 28 ottobre, è il decreto n° 405 del Presidente del Consiglio con cui viene istituito il Dipartimento per le Pari opportunità, cioè la struttura amministrativa di supporto per il lavoro del Ministero.
Il 2 ottobre 1997 viene firmato ad Amsterdam il "Trattato di Amsterdam" che prevede anche il rafforzamento delle politiche di Pari Opportunità ed azioni concrete per migliorare le possibilità di affermazione della donna in tutti i settori, sia nell'ambito lavorativo che sociale: il trattato, ratificato da tutti gli stati membri della Comunità Europea, entra concretamente in vigore il 1° maggio del 1999.
Nell'ottobre del 1999, in Italia, esce un provvedimento di legge chiamato "Misure contro le discriminazioni e la promozione delle pari opportunità": il testo prevede l'estensione della tutela giudiziale a tutti i soggetti che subiscono una discriminazione, per qualsiasi causa, anche al di fuori dell'ambiente lavorativo, con provvedimento di urgenza del giudice civile che può ordinare la cessazione del comportamento oltre che l'eventuale risarcimento dei danni, sia morali che patrimoniali.
E' necessario ricordare la recentissima legge n° 53 dell'8 marzo del 2000, "Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi della città", seguita a livello europeo da una risoluzione del Consiglio e dei ministri incaricati dell'occupazione e della politica sociale, del 29 giugno 2000, "concernente la partecipazione equilibrata delle donne e degli uomini all'attività professionale e alla vita familiare, così da accentuare nei programmi dei rispettivi governi la promozione della partecipazione equilibrata alla vita familiare come una delle condizioni fondamentali per una parità effettiva [...]".
Un altro decreto legislativo molto importante è quello del 23 maggio 2000, n° 196, "Disciplina dell'attività delle consigliere e dei consiglieri di parità e disposizioni in materia di azioni positive, a norma dell'articolo 47, comma 1, della legge 17 maggio 1999": al fine di rafforzare gli strumenti volti a promuovere l'occupazione femminile, nonché a prevenire e contrastare le discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro, in particolare ridefinendo e migliorando l'efficienza delle azioni positive proposte dalla legge n°125, del 10 aprile 1991.
Ultimo evento in ordine di tempo, ma senza dubbio non d'importanza soprattutto per il discorso-dibattito che ha avviato a livello istituzionale sia nazionale che internazionale, è la modifica dell'articolo 51 della Costituzione: non risolve il problema dell'assenza delle donne nei luoghi decisionali, ma rappresenta una valida copertura costituzionale per l' approvazione di leggi elettorali che prevedano la presenza di donne nelle cariche elettive.
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15/07/2008 I filmati di aniMOweb al Guerre e Pace Filmfest 2008 di Nettuno Per saperne di più...
31 agosto 2006 - Pubblicato il DVD-ROM della quarta edizione di aniMOweb. E' stato pubblicato il DVD-ROM contenente tutte le animazioni, i videogiochi e i percorsi interattivi sui temi della guerra e della pace. La distribuzione è gratuita ed è possibile richiedere una copia via email. Per saperne di più...
7 luglio 2006 - La premiazione della quarta edizione di aniMOweb dedicata alla pace. Il resoconto, i video, le foto. Sabato 11 marzo alle ore 21 presso il Teatro San Carlo ha avuto luogo la tanto attesa premiazione del concorso internazionale, dopo le giornate precedenti dedicate alle proiezioni alla Sala Truffaut, ai seminari e agli incontri con gli autori e i membri della giuria sia all'Aula Magna Fermi che presso lo stesso teatro San Carlo. Per saperne di più...
29 giugno 2006 - Le giornate conclusive della quarta edizione di aniMOweb. Il resoconto e i video degli incontri e dei seminari. Giovedì 9 marzo hanno avuto luogo alla Sala Truffaut le proiezioni dei filmati di aniMOweb per un pubblico costituito dagli studenti delle scuole modenesi. Venerdì 10 e sabato 11 marzo sono state le giornate conclusive della quarta edizione della manifestazione: all'Aula Magna dell'Istituto Fermi e al Teatro San Carlo si sono svolti gli incontri e i seminari con gli autori in concorso e gli ospiti speciali della Giuria. Per saperne di più...
21 aprile 2006 - Quarta edizione di aniMOweb: il processo decisionale della giuria La giuria di aniMOweb quarta edizione ha operato per la prima volta quasi esclusivamente online utilizzando una apposita mailing list e quindi lo strumento delle e-mail. Per saperne di più...
20 aprile 2006 - Il premio del pubblico a Loriana Aprea, Manuel Fallmann, Paola Ambrosecchia e Loredana Costi Il premio del pubblico viene assegnato dai visitatori del sito aniMOweb. Le pagine dedicate al voto online e le relative opere della quarta edizione del concorso sui temi della guerra e della pace sono state viste e votate da parecchie migliaia di utenti provenienti da tutto il mondo. Per saperne di più...
14 marzo 2006 - I vincitori dei premi della quarta edizione di aniMOweb Nella serata di sabato 11 marzo 2006 presso il Teatro San Carlo di Modena alle ore 21 circa ha avuto luogo la cerimonia della premiazione ufficiale della quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, della guerra e della pace. Luca Raffaelli ha presentato l'evento. Per saperne di più...
20 febbraio 2006 - Gli eventi delle tre giornate conclusive di aniMOweb dal 9 all'11 marzo Seminari, dibattiti, proiezioni, interventi di autori italiani e internazionali: i 3 giorni conclusivi di aniMOweb hanno luogo dal 9 all'11 marzo a Modena in tre sedi differenti, ciascuna giornata ha una propria caratterizzazione prevalente. Per saperne di più...
19 dicembre 2005 - aniMOweb presenta le opere della quarta edizione del concorso Sono online le opere in concorso per la quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, della cultura della pace opposta al culto della guerra. Si tratta di un mosaico di 90 creazioni multimediali realizzate da autori provenienti da tutto il mondo che hanno colto questa occasione unica per esprimere mediante immagini in movimento e suoni le proprie idee e il proprio punto di vista sottoponendoli alla visione e alla riflessione di tutti. Per saperne di più...
6 dicembre 2005 - La giuria della quarta edizione di aniMOweb E' stata ultimata la fase di designazione dei membri della commissione giudicatrice per l'assegnazione dei premi ufficiali della quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, della guerra e della pace. La composizione della giuria è la seguente (in ordine alfabetico): Matteo Bittanti, Gili Dolev, Daniela Marsino, Nina Paley, Luca Raffaelli, Chiara Rubbiani. Per saperne di più...
15 novembre 2005 - Intervista a Mimmo Càndito Nel quadro del tema sui conflitti, sulla guerra e sulla pace, tra gli argomenti che la quarta edizione di aniMOweb vuole affrontare vi è certamente l'indagine su come la guerra venga comunicata dai mass media. Ne abbiamo parlato con Mimmo Càndito, editorialista del quotidiano torinese La Stampa, che ha scritto recentemente il libro "Il braccio legato dietro la schiena", storie dei giornalisti in guerra. Per saperne di più...
14 novembre 2005 - Verso la scadenza del 4 dicembre Per partecipare alla quarta edizione di aniMOweb la scadenza del 4 dicembre (prorogata dal 30 novembre iniziale) è il termine conclusivo per potere inviare in concorso intro, giochi, applicazioni interattive e cortometraggi animati. Onde evitare i classici patemi dell'ultimo minuto ecco le raccomandazioni finali per gli autori e le autrici che devono ancora spedire le proprie opere. Per saperne di più...
3 novembre 2005 - Intervista al CSV di Modena La redazione di aniMOweb ha posto alcune domande al CSV, il Centro Servizi Volontariato di Modena, che sponsorizza insieme alla Provincia di Modena la quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, del culto della guerra, della cultura della pace. Si è parlato tra l'altro di volontariato, di solidarietà, di cultura del dialogo, di pacifismo, di giustizia sociale. Per saperne di più...
5 ottobre 2005 - Intervista collettiva ai premiati di aniMOweb 2004 Come ogni anno ecco l'appuntamento con la classica intervista collettiva agli autori premiati nell'edizione precedente del concorso aniMOweb. E' questo l'ultimo flashback sui temi delle donne e pari opportunità, l'ultimo "omaggio" ai premiati 2004 prima di continuare a dedicarci totalmente all'edizione in corso sui temi dei conflitti, del culto della guerra in contrapposizione con la cultura della pace. Per saperne di più...
7 settembre 2005 - Intervista a Matteo Bittanti Matteo Bittanti è uno dei massimi esperti italiani in materia di videogiochi e nuove tecnologie. Scrittore, coordinatore di master e docente nonchè organizzatore di eventi, ha creato due collane editoriali di critica videoludica uniche nel loro genere per raccontare, studiare e diffondere la cultura dei videogames in Italia. La redazione di aniMOweb lo ha intervistato focalizzando l'attenzione sui temi della quarta edizione di aniMOweb e in particolare sul rapporto tra videogiochi e violenza, sui videogiochi di guerra e quelli di pace. Per saperne di più...
30 giugno 2005 - Parte la quarta edizione di aniMOweb dedicata alla pace Giovedì 30 giugno alle ore 11,30 presso il Palazzo della Provincia di Modena ha luogo la conferenza stampa che apre ufficialmente la quarta edizione di aniMOweb dedicata ai conflitti e ai temi della guerra e della pace. Intervengono l'Assessore Provinciale alla Cultura Beniamino Grandi e i rappresentanti del CSV (Centro Servizi Volontariato) di Modena insieme al Team organizzativo di aniMOweb tra cui Andrea Cavazzuti e Cristina Poppi. Per saperne di più...
1 giugno 2005 - Quarta edizione di aniMOweb sui temi della guerra e della pace Parte la quarta edizione di aniMOweb sul tema "CONFLITTI: TRA CULTO DELLA GUERRA E CULTURA DELLA PACE". L'organizzazione della manifestazione è a cura della Provincia di Modena che fin dal 2002 promuove questa iniziativa. Partner e sponsor principale per questa edizione del concorso è il Centro Servizi Volontariato di Modena che vanta una lunga esperienza di lavoro con le Associazioni di Volontariato che si occupano di pace, diritti e solidarietà. Per saperne di più...