Sezione A: INTRO ANIMATE per il sito www.appenninomodenese.net, con tema "TURISMO NELL'APPENNINO MODENESE" TESTO DESCRITTIVO di riferimento utilizzabile
Il Romanico
Quando si parla di Modena come città del romanico, si tende di solito a pensare al Duomo, all'opera di Lanfranco e di Wiligelmo: la cosa in sé non è certo errata, se si pensa all'importanza storico-artistica della costruzione e dei suoi artefici; si tratta però di una semplificazione molto incompleta, dato il numero di chiese, di abbazie e pievi che sorgono nel territorio della provincia. Nei loro confronti si pone però il problema dei rimaneggiamenti e del restauro; questo, in ultima analisi, anche se criticato da coloro che lo considerano "in ogni caso, per quanto curato sia, una imitazione" ha però il pregio (se è condotto con criteri di rigore scientifico) di riproporre tipologie costruttive che gli interventi umani o la rovina del tempo avevano distrutto.
Il romanico di montagna
L'architettura delle pievi romaniche dell'Appennino modenese non è opera di personalità artistiche di spiccato rilievo, bensì il frutto dello scambio tra le esperienze locali e l'apporto di maestranze altamente qualificate, quali quelle lombarde. Andare a cercarne testimonianze richiede insieme gusto della scoperta (infatti molto spesso si trovano fuori dalle più frequenti vie di comunicazione attuale) e attitudine dell'occhio a cogliere "l'autentico" tra i segni degli interventi successivi.
Pieve di Renno
La chiesa plebana, che nel XV secolo aveva soggette più di 30 chiese, sorge a pochi chilometri dalla via Giardini, tra Pavullo e Lama ed ha origini antichissime, collocate nel IX secolo. L'aspetto è rozzo, ma solenne e austero. La facciata a capanna, compatta e priva di elementi decorativi, si presenta oggi con il portone d'accesso e con tre grosse finestre aperte nel 1722. All'interno, su uno dei pilastri a sezione ottagonale, sono scolpiti due monogrammi di Cristo a forma di ruota.
Pieve di Rocca S. Maria
Sempre su una deviazione dalla via Giardini, in comune di Serramazzoni, sorge anche questa antica Pieve (secolo VIII-IX), che ha subito notevoli restauri nella facciata e nella parte superiore; il campanile è stato rifatto. L'interno è singolare, scandito com'è in tre navate da grosse arcate che poggiano su colonne tozze e corte, terminanti con capitelli a decorazione floreale, decisamente la cosa più interessante e autentica del complesso: le foglie stilizzate si uniscono a intrecci, spirali, stelle a sei punte con una invenzione sempre variata.
Abbazia di Frassinoro
Fondata nel 1071 da Beatrice di Lorena, marchesa di Toscana, l'Abbazia si colloca su di una strada di grande importanza per il passaggio dalla valle padana verso la Toscana. Nel XV secolo una frana rovinò l'abbazia e l'annesso monastero benedettino, il quale non fu ricostruito. L'attuale abbazia è il frutto di una riedificazione, che porta in alcuni dettagli le tracce della ricchezza dell'edificio originario: nel grigio dell'arenaria appare qua e là la nota "illustre" di una colonna in marmo rosa, o di un capitello scolpito nel marmo bianco. Leoni e grifoni desunti dai bestiari medievali appaiono in alcuni capitelli e in un bassorilievo inserito in un muro interno.
Altre pievi romaniche:
Chiesa di S. Maria Assunta a Denzano (Marano sul Panaro)
Pieve di Trebbio
Chiesa di S. Vincenzo a Monte Obizzo (Pavullo)
Pieve di Rubbiano
Chiesa di Monte S. Giulia - Monchio
Chiesa di S. Michele a Fiumalbo
Oratorio di S. Biagio
Chiesa di S. Giovanni di Vesale (Sestola)
Rocche e castelli medievali I castelli della montagna
I castelli della montagna, costruiti come solide rocche in posizioni dominanti, sono numerosi; il loro numero diventerebbe molto maggiore se si considerassero più limitate strutture difensive, come le torri e le case-torri, che ci testimoniano una storia di contrasti locali, di continua insicurezza. Qui segnaliamo i castelli più importanti e meglio conservati. Guiglia, in posizione difensiva lungo il Panaro, è ora sede di un albergo. Nel Frignano: il castello di Monfestino è di proprietà privata, pertanto ci si dovrà accontentare di una visita all'esterno, che però consente di osservare sia il rivellino a protezione dell'ingresso, sia un torrione a base circolare collegato alle mura. Montecuccolo è un esempio di castello con borgo fortificato; negli anni '80, con scelte che fecero discutere, (per la palese sovrapposizione di materiali moderni, come il vetro, a strutture medievali) furono restaurati il mastio e il camminamento di ronda. Sestola ha una robusta mole in posizione strategica su una roccia a strapiombo, a cui si arriva con una scalinata, alla cui sommità si ha una visione panoramica del paese. Nel comune di Sassuolo è interessante il castello di Montegibbio, proprietà di un consorzio di comuni, che ne ha aperto al pubblico l'ampio parco con piante centenarie. Ricostruito con funzione abitativa dopo gli insulti di un terremoto nel 1501 e di secoli di guerre, sorge su un colle in cui risultano esistere strutture difensive fin dal X secolo In Val Dragone si segnala il maniero di Montefiorino: il nucleo originario sorto nel XIII secolo su iniziativa dei Montecuccoli è poi stato rimaneggiato e ora è sede del Municipio e del Museo della Repubblica Partigiana di Montefiorino. Nel restaurato cortile interno domina ancora la mole dell'antico mastio, con tracce di un ingresso al secondo piano.
Modena città medaglia d'oro
Sono stati trattati alcuni selezionati aspetti della storia passata di Modena: gli edifici ci hanno portato indietro nel tempo, al medioevo e al periodo ducale. Volendo cercare nei luoghi la possibilità di un concreto itinerario capace di collegarci con una storia più recente, abbiamo individuato nella Resistenza un momento particolarmente significativo.
Modena è una città medaglia d'oro al Valore Militare della Resistenza, ma senza enfasi né ridondanza; infatti, chi voglia vedere testimonianze della lotta contro i nazi-fascisti deve saperle raccogliere nella città: in piazza Grande, ad esempio, dove due lapidi sul muro del Vescovado ricordano, l'una un eccidio di modenesi, l'altra la fucilazione di tre partigiani; oppure sotto la torre Ghirlandina, dove un pannello raccoglie i volti e i nomi dei caduti modenesi nella guerra di liberazione; gli stessi che, nel cimitero cittadino, hanno un sacrario dove una scultura di A. Pomodoro rappresenta un cuneo che s'insinua a incidere un mondo, una realtà da cambiare.
Il museo della Repubblica di Montefiorino
Nella montagna modenese, nell'alta valle del Secchia, ci fu una intensa attività partigiana, che culminò nella creazione della Repubblica partigiana di Montefiorino: la prima, anche se effimera (18 giugno - 30 luglio 1944), delle repubbliche partigiane.
Qui, nella rocca risalente al XII-XIII secolo, è stato allestito un museo, dove sono raccolte testimonianze della repubblica, che comprendeva nei suoi 1.200 Km quadrati i comuni modenesi di Montefiorino, Frassinoro, Polinago, Prignano, e quelli reggiani di Ligonchio, Toano, Villaminozzo. Il museo affida il racconto della storia della Repubblica di Montefiorino a oggetti, fotografie, immagini cinematografiche, documenti scritti, testimonianze videoregistrate di chi partecipò ai fatti narrati; un plastico e alcuni diorama consentono una percezione più concreta dei luoghi in cui si svolsero le vicende partigiane. Il percorso, insieme cronologico e tematico, affronta i problemi militari delle formazioni partigiane, quelli politico-amministrativi della Repubblica e le vicende della Divisione Modena-Armando; illustra inoltre la vita quotidiana dei partigiani, il ruolo delle donne, la provenienza sociale dei combattenti. La mostra trae particolare efficacia dall'ambientazione nell'antico maniero che, anche se adattato a residenza municipale, conserva ancora globalmente le antiche strutture. La rocca, poi, non è solo suggestivo sfondo scenografico, ma edificio che partecipò alla vita della Repubblica: essa stessa, dunque, è documento storico, fisicamente immerso nel teatro geografico delle vicende narrate.
Un parco ricorda l'eccidio di Monchio
Nelle vicine frazioni di Monchio, Susano e Costrignano ci sono monumenti che ricordano la strage compiuta il 18 marzo 1944 dalla divisione Hermann Goering sulla popolazione locale. Drammatico e ameno al tempo stesso è il parco/monumento di Monchio, perché qui il passante inconsapevole può vedere delle belle conifere in un contesto tranquillo, simile a quello di tanti parchi, con le giostre e le panchine. Il tutto si guarda con occhi diversi se si sa che ogni pianta corrisponde a un caduto del massacro del 18 marzo: e gli alberi sono purtroppo ben 136.Al centro del parco c'è il monumento vero e proprio, una stele ricoperta di formelle di bronzo modellate a bassorilievo, dove si raccontano episodi di quel giorno.
Il parco di Monte S.Giulia
Vicino al centro di Monchio c'è il parco di Monte S.Giulia, dedicato alla Resistenza. Sulla cima, un cannoneggiamento tedesco distrusse nel 1944 il campanile della piccola chiesa romanica, che non è stato più ricostruito, anche se il corpo della chiesa, anch'esso abbattuto, è stato rifatto. Tutto intorno sono stati piantati alberi tipici della zona e, sparse nel parco, si trovano panche, barbecue e capanni per i pic-nic dei visitatori. È abbastanza evidente il significato simbolico del tutto: un messaggio per la vita contro le atrocità compiute in quei luoghi. In un ampio spiazzo all'ingresso del parco sta un complesso monumentale di 14 sculture disposte in cerchio, come grandi menhir di uno "spazio sacro": il Memorial Santa Giulia (inaugurato nel 1994). Qui la Resistenza non è riassunta in immagini, ma evocata per associazioni di idee da simboli visivi: la vita, la violenza, la pace...
Il Giardino Esperia
All'insegna del binomio "ecologia e didattica", il CAI della sezione di Modena ha allestito il Giardino Esperia in località Passo del Lupo, ai piedi del Cimone, ad un'altezza di 1500 metri. Nella piccola area di tre ettari del giardino (che è anche un parco con le panchine, i viottoli lastricati e piccoli ponti), sono inclusi un rifugio, una faggeta, aiuole della flora alpina (crescono qui, ben acclimatate, delle stelle alpine), molte specie della tipica flora appenninica protetta e non, e degli esemplari di piante medicinali. Aperto dalla metà di maggio alla fine di settembre, il giardino promette ad ogni mese i piccoli piaceri dell'osservazione: la fioritura dei Crochi ai primi di maggio e i Botton d'Oro con le Genziane a metà mese; le Orchis a metà giugno; i Cirsi e le Parnassie a metà agosto; a metà settembre le bacche velenose e quelle mangerecce del Ribes e del Sorbus; poi i mirtilli, le fragole e i lamponi. Ogni stagione però avrà inevitabilmente i suoi "vuoti di fioritura", ma il visitatore potrà superare la parziale delusione visitando l'erbario, vero e proprio giardino nel giardino, che permette di conoscere le piante già sfiorite attraverso quelle raccolte e ben conservate nei colori e nella forma. Caratteristica peculiare e altrove poco diffusa del giardino Esperia è anche quella di aver uno schedario della flora presente, valido strumento di conoscenza che del fiore dà la classificazione scientifica, il nome volgare, l'habitat, il tempo di fioritura, le proprietà farmacologiche e le curiosità della tradizione. Spesso piante e fiori sono accompagnati da cartelli con versi dei poeti che li hanno cantati. Dal 1989 è stato attrezzato un percorso con scritte in braille per i non vedenti.
Parchi naturali e zone "vincolate"
Il Parco naturale di Sasso Tignoso-Monte Cantiere-Piane di Mocogno si estende per 10.700 ha sul contrafforte che costituisce lo spartiacque dei fiumi Secchia e Panaro ed è percorribile utilizzando la via Vandelli, antica strada ducale. Sorgono qui i lembi di una delle i antiche foreste appenniniche, con boschi di resinose alternati a faggete, ad arbusteti e pascoli. Sono inoltre presenti le specie più significative della flora appenninica, compresa l'officinale. Il parco ha lo scopo di conservare, oltre agli aspetti botanici e faunistici della zona, anche le sue caratteristiche culturali: basta ricordare le già citate "capanne celtiche" in località Casoni presso S. Andrea Pelago, e gli antichi esempi dell'architettura tradizionale e montanara esistenti a Cavergiumine. Per chi è interessato agli aspetti geologici del territorio va senz'altro segnalata la località "i Cinghi", presso Boccasuolo, con ottocentesche miniere, ora abbandonate. Seguendo la Nuova Estense, alcuni chilometri oltre Torre Maina, si costeggiano i lembi inferiori della Selva di Monfestino-Bucamante; una superficie di circa 1.500 ettari, soggetta a vincolo paesaggistico dal 1976.
Pavullo, preceduto da un fitto bosco di abeti per chi arriva dalla Nuova Estense, presenta due motivi di interesse naturalistico. In primo luogo si segnala il Parco del Palazzo Ducale, dove si fanno ammirare alcune specie forestali di pregio particolare: i cedri del Libano (uno dei quali è gigantesco), le sequoie, i tassi e varie specie di pini. Merita poi una visita il Museo naturalistico del Frignano, dove sono raccolti ed esposti numerosi esemplari della fauna e della flora del Frignano, area geografica che qui risulta studiata ed illustrata anche dal punto di vista geologico e pedogenetico. Nel 1990, per la tutela di un ambiente di grande interesse paesaggistico botanico e faunistico è stato creato il Parco regionale dell`alto Appennino modenese, con un'estensione di 9.000 ettari più 6.000 di preparco, comprendenti parti dei comuni di Fanano, Sestola, Montecreto, Riolunato, Pievepelago, Fiumalbo, Frassinoro.
A Fanano e a Fiumalbo è prevista l'istituzione di due Centri Visitatori, con il compito di dare le informazioni utili per percorrere l'ampio territorio del parco con una precisa conoscenza delle sue caratteristiche.
Gli agenti atmosferici scolpiscono il paesaggio
I Sassi di Rocca Malatina, facilmente raggiungibili con la statale del passo Brasa a pochi chilometri oltre Guiglia, si impongono come emergenze anomale del paesaggio circostante. Fenomeni erosivi nel corso dei millenni hanno dilavato gli strati superficiali più teneri, facilmente alterabili dagli agenti atmosferici, mettendo a nudo i sottostanti monoliti di arenaria giallastra; ne è nata la gigantesca "scultura" dei Sassi, che si elevano per 312 metri da quota 298 a quota 610 metri; la parte emergente del dente più alto, di 74 metri, è facilmente scalabile in una decina di minuti. Di per sé già tanto singolari, i Sassi hanno anche la caratteristica di avere una fauna tipica delle zone rupestri, qui costituita soprattutto dal falco pellegrino che vi nidifica. Per il suo interesse naturalistico, tutta la zona dei Sassi, per un'area circostante di 300 ha, è stata sottoposta a vincolo idrogeologico e paesaggistico con la creazione del Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina.
Con una breve deviazione dalla via Giardini, prima di Lama Mocogno, si può arrivare in località Prà Canina, tra Monzone e Brandola; qui si trova un singolare macigno, della lunghezza di 33 metri, che forma la naturale passerella di Ponte Ercole.
Il lungo monolito, incavato dalle acque che lo hanno isolato dal più tenero terreno sottostante, dandogli la forma di un ponte, è talmente strano che gli abitanti della zona lo chiamano Ponte del Diavolo.
Percorso Sole e Parco fluviale
Costruito dal 1979 al 1984, il Percorso Sole segue il Panaro dagli impianti sportivi di Vignola al ponte di Marano, con un tracciato sia pedonale sia ciclabile. Il sentiero consente un'immersione nel paesaggio fluviale caratterizzato dalla dominanza di salici, pioppi, ontani e da una grande varietà di arbusti, tra cui si notano il biancospino e il sanguinello. Nell'88 si aggiunse al Percorso Sole un chilometro di tracciato, dal ponte di Marano verso monte, che prese il nome di Parco Fluviale Città di Marano. Attrezzata per il tempo libero, l'area ospita anche una scultura di I. Bortolotti e un piccolo anfiteatro all'aperto.
Percorso Belvedere
Poco oltre Marano, in località Casona, inizia il Percorso Belvedere, in tre tappe. Il tracciato, molto ben segnato, ha l'indubbio vantaggio di prestarsi sia all'escursionismo a piedi che a quello a cavallo o in mountain bike. Visto che i tempi di percorrenza previsti sono rispettivamente di 5/6/4.50 ore, per chi voglia fare sia l'andata che il ritorno, è consigliabile frazionare ogni tappa a piacere, per procedere in giorni diversi, da punti di partenza sempre più avanzati verso la meta, dato che molte delle località toccate dall'itinerario sono raggiungibili in auto. Il percorso, che cuce insieme strade bianche, sentieri e pezzi di asfalto, è adatto alle stagioni intermedie e offre varietà di paesaggio, di emergenze naturalistiche, di opere dell'uomo. Secondo l'altitudine e la natura del suolo, nella vegetazione dominano i carpini, le querce e i castagni, mentre il sottobosco è ricco di cespugli e fioriture stagionali. Nel primo tratto il percorso "gioca" col rio Frascara, con una gran quantità di piccoli ponti che ne attraversano le anse e, in corrispondenza della prima area attrezzata per pic-nic, consente l'accesso a una gola, dalla cui parte alta cade un ruscello che, precipitando, genera una cascatella. Nel giro di pochi minuti si incontrano una emergenza dell'arte e una della natura: prima la romanica pieve di Trebbio, (cfr. "Il Romanico di montagna") poi la "scultura" dei Sassi di Roccamalatina (cfr. "Gli agenti atmosferici scolpiscono il paesaggio") . In un continuo alternarsi di bosco, castagneto e paesi, si toccano Castellino delle Formiche (piccolo borgo chiuso in cerchio attorno alla torre) e Samone (con un centro storico dominato da una massiccia casa-fortezza medievale), per arrivare al Monte della Cisterna e al Rifugio della Riva (m. 777 slm) e scendere poi a Montalbano (m.593 slm), meta della I tappa. La II, che porta a Montese (m.802 slm), continua tra castagni, boschi e attraversamenti di ruscelli, con due punti di particolare interesse naturalistico: l'orrido Canobi e l'orrido di Gea, tra Sasso Baldino e il Montello. Interessanti i segni lasciati dall'uomo nel Medioevo: i ruderi del castello di monte Questiolo e la duecentesca Torre Rangoni a Rosola. La III tappa (l'unica irregolarmente segnata) sale verso Maserno e Monteforte (m.930 slm) dove, oltre ai pochi resti di un castello, rimane una testimonianza del '400 negli affreschi di un piccolo oratorio. L'ultimo tratto porta ai 1138 m. del Monte Belvedere, da cui si scende fino a Castelluccio.
Luoghi suggestivi per un turismo contemplativo
Il Lago della Ninfa e il Lago Santo sono specchi d'acqua di origine glaciale con la tipica conformazione del laghetto alpino, circondati da una ricca vegetazione di conifere.
Il Lago della Ninfa, a cui si arriva comodamente in auto con una piccola deviazione dalla strada che collega Pian del Falco con Passo del Lupo, ha una storia singolare. Una volta era tanto suggestivo da giustificare il suo nome, poi ha cominciato a dar segni di "malattia" con una preoccupante scarsità d'acqua, che pareva minacciare il lago di morte.
Dopo gli interventi eseguiti nei primi anni '90 con la pulitura del fondo e con l'impermeabilizzazione per mezzo di creta di riporto, la situazione sembra stabilizzata e i lago mantiene una forte carica scenografica, ammirabile da molti scorci, in "versione invernale", in "versione estiva", ma soprattutto d'autunno, quando il giallo dei larici spicca sul verde delle altre conifere.
Il Lago Santo è il più grande dei laghi appenninici, con i suoi 58 mila mq., una lunghezza di 500 metri e un perimetro di 1500 metri; è posto sotto il monte Giovo, che fa parte della linea del crinale che separa il versante emiliano dell'Appennino da quello toscano. Anche qui si arriva in automobile: questa caratteristica, unita all'obiettivo interesse paesaggistico del lago, ne fa una delle più frequentate mete del turismo domenicale modenese. Il Lago Santo merita però anche una visita "fuori stagione", senza il rumore e la distrazione della folla: solo in questo modo può esprimere le suggestioni del suo ambiente naturale ed essere così riscoperto.
A piedi sui sentieri per forti emozioni
Un sentiero agevole permette di salire dal lago Santo al Lago Baccio, a quota 1.554. Lo specchio d'acqua è minimo, per di più conteso da una vegetazione palustre che, se c'è vento, crea un effetto di grande mobilità. Il complesso è di quelli che restano in mente, per la calma dei luoghi e l'apertura quasi alpina della vallata che ospita il lago. Il Lago Scaffaiolo è abbastanza facilmente raggiungibile dal bolognese, ma per chi vuole seguire un itinerario tutto modenese, rappresenta meta di riguardo: infatti si può arrivare in auto fino a Fanano, Ospitale, Capanna Tassoni, poi si deve iniziare il percorso su strada non asfaltata, oppure a piedi per raggiungere il passo di Croce Arcana, sulla linea del crinale. Una breve passeggiata su sentiero di mezza costa in direzione del monte Spigolino permette di giungere al lago, singolare per il fatto di avere una discreta disponibilità d'acqua, che però nessuno sa dire con certezza di dove venga; non c'è né immissario né emissario: dunque esiste probabilmente una via sotterranea di afflusso, che però non è stata identificata. Le dimensioni sono modeste (5 mila mq, lunghezza 200 m, larghezza 80 m, profondità 2,50) ma l'ambiente circostante è interessante: con in suoi 1.750 m di quota, il lago deve rinunciare ad una cornice di alberi ad alto fusto, per accontentarsi dei prati, che però non costituiscono difesa dall'improvviso sorgere del vento, là molto frequente. Seguendo il crinale e scendendo verso Fanano lungo il sentiero segnato con il numero 401, dallo Scaffaiolo si può giungere al Lago Pratignano, situato tra estese praterie e boschi di faggio e di abete. Dieci volte più grande dello Scaffaiolo, con una forma che si allunga per 635 m, il lago è però poco profondo ed è ricoperto per una buona parte da una vegetazione palustre che lo adorna (quando è stagione di fioritura) di una miriade di piccolissimi fiori (il più tipico è il Miryophillum Spicatum).La presenza del trifoglio fibrino e soprattutto della carnivora Drosera fa segnalare il lago anche per il suo interesse botanico, oltre che per quello paesaggistico.
Là dove l'acqua diventa energia
Riolunato una diga sullo Scoltenna (il fiume che scende dalle montagne del Parco e più a valle, incontrandosi con il Leo, genera il Panaro) crea il bacino idrografico che a parecchi chilometri di distanza alimenta la centrale di Strettara; è una esperienza curiosa quella che permette di seguire la lunga condotta che, lungo il fianco di una vallata tanto stretta da parer tagliata nel vivo della roccia e su passaggi aerei, porta l'acqua fino al punto di caduta sulle turbine di Strettara. Vicino alla centrale idroelettrica c'è un ponte, uno dei più antichi del Frignano, "protetto" da quattro leoni in sasso prima del loro spostamento dovuto all'inizio dei lavori per la vicinissima galleria della Strada Estense.
Il crinale dell'Appennino
Molti assumono un'aria di sufficienza quando si parla di Appennino, e lo snobbano come indegno delle altezze alpine. Si può facilmente verificare come questo atteggiamento sia frutto principalmente di pregiudizio e di non conoscenza: infatti anche il nostro troppo sottovalutato Appennino ha la sua "capacità di vertigine". Basta per convincersene percorrere il sentiero del crinale, segnato 00, che conduce dal Passo delle Radici all'Abetone, e da qui al Passo di Croce Arcana, mantenendosi su altitudini oscillanti tra i 1.500 e i 2.000 metri circa. La lunga fila di cime e denti aguzzi, privi di vegetazione, i due versanti visibili l'uno sulla destra e l'altra sulla sinistra, spesso con strapiombi considerevoli, permettono una visione di tipo alpino, che non ha nulla dell'amenità con cui si è soliti caratterizzare l'Appennino. Basta non soffrire di vertigini, e il sentiero è percorribile senza grossi problemi quasi per intero: ci sono però delle difficoltà, che necessitano di un minimo di esperienza escursionistica e di molta prudenza, all'Altaretto e alla Grotta Rosa (in direzione del lago Baccio), presso il monte Giovo; ai Denti della Vecchia prospicienti la Val di Luce, e alla Cima Tauffi, tra il Libro Aperto e il passo di Croce Arcana.
Sull'alto Appennino percorsi ad anello
Ripercorrere lo stesso cammino, di ritorno da un'escursione, è noioso per la ripetitività che non riserva più alcuna scoperta. Per questo l'abilità nella progettazione di un itinerario (da effettuare con l'aiuto della carta del CAI) sta nel girare in tondo, per raggiungere il punto di partenza in un continuo andare senza necessità di ritorno. Suggeriamo di seguito alcuni tra i tanti itinerari possibili di questo tipo. Sestola, località dell'Appennino modenese rinomata per l'antica tradizione di turismo estivo ed invernale, si propone come base ideale per passeggiate che, pur non richiedendo né molto tempo né molte abilità escursionistiche, presuppongono il desiderio di scoperta e la messa in gioco della propria fisicità.
Un girotondo intorno al Monte Calvanella
Da Pian del Falco (frazione di Sestola), camminando sotto un skilift in disuso, si arriva sulla vetta della Calvanella (m. 1.529 slm), che consente una visione a 360 gradi dei paesi allineati sulla via Giardini e della catena il cui crinale divide l'Emilia dalla Toscana. Il sentiero n.449, che scende sul fianco della Calvanella, corre parallelo alla carrozzabile per Passo del Lupo e si congiunge con essa a Passo Serre. Proprio qui inizia il sentiero 443, che per 10 minuti procede largo, per poi restringersi e correre immerso in una vasta pineta con sottobosco ricco di cespuglioni di ginepro, dove l'uomo ha lasciato tracce antiche nei ruderi dei muretti di sostegno. Prato d'altura e dalle linee arrotondate a nord, la Calvanella rivela in questo versante sud un altro volto, fatto di rocce sedimentarie nude, articolate in canaloni dall'aria selvaggia. A causa di una frana che l'ha interrotto in epoca non recente, il sentiero piega bruscamente a destra, scendendo fino ai campi coltivati e ad una strada asfaltata. Questa, in un solo quarto d'ora, porta a tre insediamenti, con tetti dai lunghi spioventi ricoperti ancora in parte di piagne; l'ultimo (casa Poli) e' arricchito da un oratorio con finestrelle di stile secentesco ed e' sovrastato da un acero enorme, forse coevo all'oratorio stesso. La strada continua poi 'bianca' in rapida salita e porta alla carrozzabile che collega Sestola con Pian del Falco.
Nel regno delle marmotte attorno al Monte Cimone
Da Passo del Lupo, centro sciistico di Sestola, una funivia conduce ai 1861 metri di Pian Cavallaro. Da qui la conquista del Cimone (m. 2.165 slm) non è molto ardua: si inizia sul sentiero n.441, poi attraverso una traccia ben segnata si arriva a Buca del Cimone (m.1.966 slm); da qui s'imbocca il n.439 che porta all'immissione con il n. 447, seguendo il quale si arriva in pochi minuti sulla vetta. Questa ospita l'osservatorio meteorologico dell'Aeronautica militare, che non ha un felice impatto ambientale; però da lassù si può godere di un vasto orizzonte, che in giornate serene arriva fino al Tirreno a sud-ovest e alla catena alpina a nord. Ma, anche in mancanza di atmosfera particolarmente tersa, il panorama spazia dai primi centri della pianura padana alle alpi Apuane e a tutto il crinale delle vette dell'Appennino Tosco Emiliano, dal bolognese al reggiano. Per la discesa sull'altro fianco del monte si percorre il n. 485, fino all'incontro con il 449, che consente un rapido arrivo alla funivia. In più punti sono possibili incontri, anche se non molto ravvicinati, con le marmotte. Presenti in numerose colonie, esse sono relativamente abituate alla presenza dell'uomo, non tanto però da impedire alla sentinella del gruppo di lanciare il suo grido d'allarme all'arrivo d'intrusi: è questo che tradisce la presenza delle marmotte, che un occhio allenato può poi avvistare, nonostante l'eccezionale mimetismo della loro pelliccia con le rocce della montagna.
Dalle creste rocciose ai sentieri dei carbonai
L'uomo, dando un nome ai luoghi, li ha spesso descritti; perciò chi debba ad esempio andare da Passo del Lupo (m. 1.550 slm) alla Cresta del Gallo, ha bisogno solo di essere indirizzato lungo la pista del Colombaccio, per poi farsi guidare a vista da uno sperone roccioso, che ben si merita d'essere chiamato Cresta del Gallo. Da qui, lungo il n. 449 si arriva al Salto della Capra, un'altra sporgenza rocciosa spaccata da una larga fenditura. Poche centinaia di metri ancora sulla strada militare e si è a Pian Cavallaro (m. 1.861 slm), un largo vallone verde dove si trovano i cavalli pascolare allo stato brado. Dopo l'Alpicella (il rilievo che delimita il piano a nord ovest) si può puntare verso il basso, seguendo tracce che a volte si perdono tra l'erba e i mirtilli dei prati; si arriva così alle Sette Fontane, al posto delle quali c'è ora un manufatto per la captazione delle sorgenti. Il luogo è sotto il limite della vegetazione arborea, perciò il sentiero (che si individua un po' a fatica al di là di ampi sbancamenti) procede all'ombra di una faggeta. Era questa l'area dei carbonai, attivi in zona fino agli anni '50; del loro lavoro rimangono ormai solo delle piazzole circolari a fianco del sentiero: qui, sotto le foglie, si trova ancora del terreno nero e qualche frammento di carbonella. Sbucato dal bosco, il sentiero riconduce a Passo del Lupo, chiudendo il cerchio del percorso. Escursionismo sui monti che sovrastano Fanano:
sul Libro Aperto, una vetta del crinale tosco-emiliano
Partendo da Fanano e passando per Fellicarolo, superata la cascata del Doccione, si arriva in auto dove la strada finisce, cioè ai Taburri, un vallone con due o tre case. Da qui l'ascesa al Libro Aperto (m. 1936 slm) è olto faticosa, poiché si devono superare 700 metri di dislivello. Per un'ora ci si arrampica sul sentiero n. 433 in mezzo ad una faggeta, da cui si esce arrivando sul crinale del contrafforte che porta al Libro Aperto, dove s'incontrano grossi faggi isolati con le radici scoperte e la chioma orientata dal vento. Dopo aver scalato il Pizzo dei Sassi Bianchi, un monte che non fa torto al suo nome, inizia l'ultima salita verso la vetta, lungo un sentiero sassoso da cui è possibile, a fine giugno, ammirare una notevole fioritura di rododendri. Sul Libro Aperto si può arrivare per la direttissima, che scala per prima la cima più bassa delle due che costituiscono il tipico profilo biforcuto del monte, oppure si può scegliere la via a mezza costa, che aggira la montagna e l'affronta dal pendio meno erto. Per il ritorno ci sono diverse possibilità; suggeriamo di seguire il crinale principale (segnato 00) fino a Cima Tauffi. Da qui ci si immette sul sentiero 524, che scende sul dosso erboso di Cima Tauffi per raggiungere il Passo del Colombino, preceduto da una macchia di pino mugo. Da qui il sentiero n.445, largo ed ombroso, riconduce ai Taburri.
"Lago Santo" e "Monte Giovo"
A parte un breve sentiero che collega al parcheggio, al lago Santo si arriva in auto; da qui uno dei possibili percorsi si orienta verso il monte Giovo, che dalle rive del lago appare come una massiccia parete, livellata sull'alto. S'immagina pertanto che, una volta arrivati in vetta, non si possano presentare delle difficoltà: ma in montagna bisogna imparare a non lasciarsi ingannare dalle illusioni prospettiche. L'ascesa al Giovo comincia con il sentiero n.529, che porta al Passo della Boccaia e poi al Colle Bruciata, per innestarsi infine sullo OO, che conduce direttamente in vetta al Giovo. Il percorso poco faticoso lascia agio di guardarsi attorno: prima i faggi con il sottobosco di mirtilli, poi un vallone glaciale disseminato di massi e di lastre levigate alle Fontanacce; se la giornata è serena si avvista benissimo il profilo seghettato delle Alpi Apuane. Una croce sottolinea la sommità del Giovo, non una cima aguzza ma quasi un pianoro che invita a proseguire, sbirciando nel vuoto sottostante la progressiva apparizione del lago Santo e poi del lago Baccio. Poco dopo, di colpo, il sentiero s'interrompe con la ferrata della Grotta Rosa. La discesa lungo il cavo d'acciaio è di pochi metri, ma sotto c'è un precipizio, davanti al quale ognuno deve fare i conti con le proprie forze. Superato il passaggio, si scopre che la parete compatta visibile dal lago si articola poi in tante cime rocciose, su cui il sentiero s'inerpica e discende in modo rapido, restando spesso esposto. Dopo alcuni di questi cocuzzoli, il sentiero ritorna facile fino al Passetto (a poche centinaia di metri dalla vetta panoramica del monte Rondinaio), da cui il sentiero n.523 porta al lago Baccio e poi al lago Santo.
Comprensorio del Cimone: capitale regionale dello sci
Il trekking invernale non può spaziare ovunque sulla montagna, per gli ostacoli e i pericoli frapposti dalla neve. Certo, per gli esperti, resta la possibilità di arrampicarsi con ramponi e piccozza o di raggiungere le cime lungo gli itinerari di sci-escursionismo o di sci-alpinismo. Ma per la grande massa degli appassionati della neve restano due opportunità più "protette": lo sci di fondo e di discesa.
L'Appennino modenese ha una consolidata tradizione per lo sci di discesa. Dai cinque punti di accesso del Comprensorio del Cimone (Passo del Lupo, Lago della Ninfa, Cimoncino, Polle, Montecreto), si dipartono 50 km di piste collegate a "carosello" (20 dei quali innevati con neve programmata), servite da 24 impianti di risalita (la funivia e la seggiovia quadriposto che portano da Passo del Lupo a Pian Cavallaro ai piedi del Cimone, più 3 seggiovie triposto, 6 biposto e 13 skilift) accessibili con skipass unico.
Sull'altro versante del Cimone si trovano le piste di Doccia di Fiumalbo; inoltre c'è possibilità di sciare alle Piane di Mocogno e a Piandelagotti. Lo sci di fondo ha radici meno profonde nel modenese, fatta eccezione per la zona di Frassinoro, che diede un grande campione a questo sport. Nonostante ciò, nella fascia appenninica della provincia, si trovano ben 12 centri di sci di fondo, che offrono itinerari diversi per lunghezza e difficoltà. Tre fanno parte del Comprensorio del Cimone: Le Polle di Riolunato, il Lago della Ninfa di Sestola e il Circolo di Fanano; un quarto è nella vicina valle di Ospitale, attorno a Capanna Tassoni. Troviamo gli altri a Frassinoro (Tonino Biondini), Piandelagotti (Bosco Reale), S. Anna Pelago (Piana dell'Acqua Chiara), Barigazzo (Ducale Vandelli), Lama Mocogno (Piane di Mocogno), Pavullo (Campo di Aviazione), Serramazzoni (La Fondaccia), Montecreto (Cervarola).
Cavallo, mountain bike, parapendio
Nelle zone collinari e di bassa montagna, tutti i percorsi per il trekking a piedi possono essere utilizzati agevolmente con la mountain bike e con il cavallo. I più antichi e superati mezzi di spostamento sono tornati "alla moda", per il bisogno di silenzio e di contatto con l'ambiente che ha generato, per l'utenza più sensibile al rapporto uomo-natura, un apparente ritorno al passato: ma in realtà si tratta di un recupero con una forte dose di reinvenzione. Infatti oggi la riproposizione di un modo di spostarsi necessariamente lento si coniuga con una nuova mentalità, che apprezza la lentezza come valore, perché permette una osservazione del paesaggio e delle caratteristiche ambientali, che la velocità tende sempre più a sottrarre all'uomo. Il cavallo, tradizionale status symbol degli snob, si è sempre più avvicinato alle possibilità del largo pubblico, tanto da conoscere una considerevole fortuna, soprattutto nella versione dell'ippoturismo, strettamente collegato con l'agriturismo. Questo, negli ultimi anni, si è sempre più sviluppato come nuova formula economica, che trasforma la collocazione fuori mano di alcune aziende agricole in valore positivo: infatti, anche se difficilmente raggiungibili, sono però lungo i percorsi di trekking a piedi, oppure a cavallo o in bici, per i quali servono come posto-tappa o di ristoro. L'utilità è reciproca: per i passanti le aziende agricole sostituiscono i rifugi, presenti quasi solo in alta quota, e costituiscono una garanzia di manutenzione e salvaguardia dell'ambiente e del paesaggio; d'altra parte i turisti di passaggio consentono alle aziende di ampliare la loro attività economica, non più solo produttiva, ma allargata al terziario, con servizio di ristorante, di alloggio e di vendita di prodotti tipici. Sono ormai diffusi in tutto l'Appennino i centri ippici, che forniscono sia l'addestramento preliminarmente utile per affrontare un viaggio a cavallo, con tutte le istruzioni per i percorsi, sia i punti appoggio per itinerari a cavallo della durata di più giorni; se ne trovano a Serramazzoni, Iddiano, Pavullo, Polinago, Sassostorno, Piandelagotti, Sant'Anna Pelago, Fiumalbo, Pievepelago, Sestola, Fanano. Da ognuna di queste località partono dei percorsi segnati dall'A.N.T.E. (Associazione Nazionale Trekking Equestre), che consentono di praticare tutto l'Appennino modenese, passando accanto ai rifugi e alle aziende agricole che offrono un punto di appoggio. Anche la mountain bike ha conosciuto una grande fortuna: noleggiabile quasi in ogni località turistica di un certo rilievo, è anche diffusissima proprietà privata degli escursionisti. Gli itinerari praticati dalle mountan bike sono di triplice natura: o sono inventati a soggetto, percorrendo gli argini e i greti dei fiumi, o sono predisposti in parchi naturali (vedi il Percorso Belvedere, che passa nel Parco dei Sassi di Roccamalatina), oppure si limitano a sfruttare i sentieri già segnati dal C.A.I. (strisce rosse e bianche, con numeri neri) oppure dalla G.E.A. (il triangolo della Grande Escursione Appenninica). Un opportuno studio delle carte del C.A.I. e delle guide dovranno consigliare i sentieri più praticabili senza pericolo e troppo spreco di fatica: a volte è più saggio, più veloce e più piacevole scegliere di andare a piedi, soprattutto nei percorsi di crinale. La vocazione all'ebrezza del volo ha sostenuto gli "sport dell'aria", che si avvalgono del deltaplano e del parapendio. Quest'ultimo ha ottenuto negli ultimi anni la maggioranza dei consensi, tanto che è nata una scuola di parapendio, che ha la sua sede a Pian del Falco (Sestola) e il monte Calvanella come luogo privilegiato per i lanci.
La "Cultura" delle farine
La "Cultura" delle farine Molte ricette tradizionali sono nate dalla miseria e dalla disponibilità di pochi generi di base, prodotti in una economia agricola chiusa e autosufficiente per necessità. Rimaste nella tradizione, queste ricette sono state riscoperte e rilanciate in molti locali della provincia e della montagna, sull'onda del "ritorno all'autentico" che ha caratterizzato la cultura gastronomica a partire dagli anni '60. Le ricette tipiche del modenese a base di farina sono nettamente diverse tra loro per il metodo di cottura con o senza grassi: nella più ricca pianura prevale il primo; nella montagna, più allenata ad una secolare lotta contro la miseria, è più diffuso il secondo. Il gnocco fritto (non inorridiscano i puristi! ogni modenese riderebbe di gusto a sentirsi chiedere, secondo grammatica, "lo" gnocco) è fatto di farina, sale, acqua: il tocco di "ricchezza" sta nella cottura, a base di strutto (il grasso di maiale, che i contadini avevano in casa per produzione domestica). L'impasto viene tirato con il matterello fino a formare una sfoglia piuttosto spessa, che poi è tagliata in piccoli rombi; questi, gettati nello strutto fuso e bollente, si gonfiano per divenire bocconi croccanti, da mangiare preferibilmente con i salumi o, se è stagione, con l'uva. Le colline e le montagne modenesi sono l'area di origine della tigella o crescenta ; l'impasto è molto simile a quello del gnocco, ma diversissima è la cottura: la pasta si divide in tante piccole porzioni che sono schiacciate tra due puliti sassi piatti di fiume o tra testi di terracotta (spesso decorati con il motivo tipico della rosa o stella a sei punte), che sono poi messi accanto alle braci.
Attualmente questo metodo originario è poco usato ed è stato sostituito da doppie piastre di ghisa, contenenti sei o più stampi per tigelle, che si possono mettere sul fuoco a gas. La tigella di solito si taglia a metà, poi si imbottisce o con salume affettato o con un impasto speciale a base di lardo macinato, rosmarino, aglio e formaggio "grana". Molto diffusa in tutta la montagna è la polenta di farina di mais, servita nel piatto con condimento di funghi o formaggi o ragù di carne, oppure tagliata a fette e fritta, come accompagnamento per altre portate.
Sempre montanari, ma tipici di un'area più ristretta, identificabile in quella della valle del Panaro, sono i borlenghi: una pasta sottilissima, aromatizzata con aglio e arricchita con formaggio grana, ottenuta dalla cottura su piastra di un impasto semi liquido di acqua e farina. Altra specialità della montagna sono i ciacci: la farina base questa volta non è più né di grano né di mais, ma quella di castagne. Si tratta di un impasto molto liquido, cotto su piastra, con cui si produce un disco sottile, che si riempie di ricotta e zucchero e poi si avvolge. Sempre a base di farina di castagne è il castagnaccio, una torta cotta in forno, aromatizzata con scorza di limone e arricchita (solo nella versione moderna) di cacao in polvere.
SCARICA I FILES
HTML
SEZIONE A (intro): tutte le linee guida (indicazioni testo e immagini)
SEZIONE A (intro): indicazioni generali
SEZIONE A (intro): testo di riferimento
SEZIONE A (intro): le immagini
SEZIONE B (giochi): tutte le linee guida (indicazioni, testo e immagini)
SEZIONE B (giochi): indicazioni generali
SEZIONE B (giochi): testo di riferimento
SEZIONE B (giochi): le immagini
Anno 2002 - Argomento TURISMO
VINCITORI
CLASSIFICHE
TUTTI I PARTECIPANTI SEZIONE A (INTRO)
TUTTI I PARTECIPANTI SEZIONE B (GAMES)
VOTO DEL PUBBLICO
CERIMONIA DI PREMIAZIONE
REGOLAMENTO
LINEE GUIDA
FAQ
IN RASSEGNA
LA INTRO INIZIALE
CREDITS
15/07/2008 I filmati di aniMOweb al Guerre e Pace Filmfest 2008 di Nettuno Per saperne di più...
31 agosto 2006 - Pubblicato il DVD-ROM della quarta edizione di aniMOweb. E' stato pubblicato il DVD-ROM contenente tutte le animazioni, i videogiochi e i percorsi interattivi sui temi della guerra e della pace. La distribuzione è gratuita ed è possibile richiedere una copia via email. Per saperne di più...
7 luglio 2006 - La premiazione della quarta edizione di aniMOweb dedicata alla pace. Il resoconto, i video, le foto. Sabato 11 marzo alle ore 21 presso il Teatro San Carlo ha avuto luogo la tanto attesa premiazione del concorso internazionale, dopo le giornate precedenti dedicate alle proiezioni alla Sala Truffaut, ai seminari e agli incontri con gli autori e i membri della giuria sia all'Aula Magna Fermi che presso lo stesso teatro San Carlo. Per saperne di più...
29 giugno 2006 - Le giornate conclusive della quarta edizione di aniMOweb. Il resoconto e i video degli incontri e dei seminari. Giovedì 9 marzo hanno avuto luogo alla Sala Truffaut le proiezioni dei filmati di aniMOweb per un pubblico costituito dagli studenti delle scuole modenesi. Venerdì 10 e sabato 11 marzo sono state le giornate conclusive della quarta edizione della manifestazione: all'Aula Magna dell'Istituto Fermi e al Teatro San Carlo si sono svolti gli incontri e i seminari con gli autori in concorso e gli ospiti speciali della Giuria. Per saperne di più...
21 aprile 2006 - Quarta edizione di aniMOweb: il processo decisionale della giuria La giuria di aniMOweb quarta edizione ha operato per la prima volta quasi esclusivamente online utilizzando una apposita mailing list e quindi lo strumento delle e-mail. Per saperne di più...
20 aprile 2006 - Il premio del pubblico a Loriana Aprea, Manuel Fallmann, Paola Ambrosecchia e Loredana Costi Il premio del pubblico viene assegnato dai visitatori del sito aniMOweb. Le pagine dedicate al voto online e le relative opere della quarta edizione del concorso sui temi della guerra e della pace sono state viste e votate da parecchie migliaia di utenti provenienti da tutto il mondo. Per saperne di più...
14 marzo 2006 - I vincitori dei premi della quarta edizione di aniMOweb Nella serata di sabato 11 marzo 2006 presso il Teatro San Carlo di Modena alle ore 21 circa ha avuto luogo la cerimonia della premiazione ufficiale della quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, della guerra e della pace. Luca Raffaelli ha presentato l'evento. Per saperne di più...
20 febbraio 2006 - Gli eventi delle tre giornate conclusive di aniMOweb dal 9 all'11 marzo Seminari, dibattiti, proiezioni, interventi di autori italiani e internazionali: i 3 giorni conclusivi di aniMOweb hanno luogo dal 9 all'11 marzo a Modena in tre sedi differenti, ciascuna giornata ha una propria caratterizzazione prevalente. Per saperne di più...
19 dicembre 2005 - aniMOweb presenta le opere della quarta edizione del concorso Sono online le opere in concorso per la quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, della cultura della pace opposta al culto della guerra. Si tratta di un mosaico di 90 creazioni multimediali realizzate da autori provenienti da tutto il mondo che hanno colto questa occasione unica per esprimere mediante immagini in movimento e suoni le proprie idee e il proprio punto di vista sottoponendoli alla visione e alla riflessione di tutti. Per saperne di più...
6 dicembre 2005 - La giuria della quarta edizione di aniMOweb E' stata ultimata la fase di designazione dei membri della commissione giudicatrice per l'assegnazione dei premi ufficiali della quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, della guerra e della pace. La composizione della giuria è la seguente (in ordine alfabetico): Matteo Bittanti, Gili Dolev, Daniela Marsino, Nina Paley, Luca Raffaelli, Chiara Rubbiani. Per saperne di più...
15 novembre 2005 - Intervista a Mimmo Càndito Nel quadro del tema sui conflitti, sulla guerra e sulla pace, tra gli argomenti che la quarta edizione di aniMOweb vuole affrontare vi è certamente l'indagine su come la guerra venga comunicata dai mass media. Ne abbiamo parlato con Mimmo Càndito, editorialista del quotidiano torinese La Stampa, che ha scritto recentemente il libro "Il braccio legato dietro la schiena", storie dei giornalisti in guerra. Per saperne di più...
14 novembre 2005 - Verso la scadenza del 4 dicembre Per partecipare alla quarta edizione di aniMOweb la scadenza del 4 dicembre (prorogata dal 30 novembre iniziale) è il termine conclusivo per potere inviare in concorso intro, giochi, applicazioni interattive e cortometraggi animati. Onde evitare i classici patemi dell'ultimo minuto ecco le raccomandazioni finali per gli autori e le autrici che devono ancora spedire le proprie opere. Per saperne di più...
3 novembre 2005 - Intervista al CSV di Modena La redazione di aniMOweb ha posto alcune domande al CSV, il Centro Servizi Volontariato di Modena, che sponsorizza insieme alla Provincia di Modena la quarta edizione di aniMOweb sul tema dei conflitti, del culto della guerra, della cultura della pace. Si è parlato tra l'altro di volontariato, di solidarietà, di cultura del dialogo, di pacifismo, di giustizia sociale. Per saperne di più...
5 ottobre 2005 - Intervista collettiva ai premiati di aniMOweb 2004 Come ogni anno ecco l'appuntamento con la classica intervista collettiva agli autori premiati nell'edizione precedente del concorso aniMOweb. E' questo l'ultimo flashback sui temi delle donne e pari opportunità, l'ultimo "omaggio" ai premiati 2004 prima di continuare a dedicarci totalmente all'edizione in corso sui temi dei conflitti, del culto della guerra in contrapposizione con la cultura della pace. Per saperne di più...
7 settembre 2005 - Intervista a Matteo Bittanti Matteo Bittanti è uno dei massimi esperti italiani in materia di videogiochi e nuove tecnologie. Scrittore, coordinatore di master e docente nonchè organizzatore di eventi, ha creato due collane editoriali di critica videoludica uniche nel loro genere per raccontare, studiare e diffondere la cultura dei videogames in Italia. La redazione di aniMOweb lo ha intervistato focalizzando l'attenzione sui temi della quarta edizione di aniMOweb e in particolare sul rapporto tra videogiochi e violenza, sui videogiochi di guerra e quelli di pace. Per saperne di più...
30 giugno 2005 - Parte la quarta edizione di aniMOweb dedicata alla pace Giovedì 30 giugno alle ore 11,30 presso il Palazzo della Provincia di Modena ha luogo la conferenza stampa che apre ufficialmente la quarta edizione di aniMOweb dedicata ai conflitti e ai temi della guerra e della pace. Intervengono l'Assessore Provinciale alla Cultura Beniamino Grandi e i rappresentanti del CSV (Centro Servizi Volontariato) di Modena insieme al Team organizzativo di aniMOweb tra cui Andrea Cavazzuti e Cristina Poppi. Per saperne di più...
1 giugno 2005 - Quarta edizione di aniMOweb sui temi della guerra e della pace Parte la quarta edizione di aniMOweb sul tema "CONFLITTI: TRA CULTO DELLA GUERRA E CULTURA DELLA PACE". L'organizzazione della manifestazione è a cura della Provincia di Modena che fin dal 2002 promuove questa iniziativa. Partner e sponsor principale per questa edizione del concorso è il Centro Servizi Volontariato di Modena che vanta una lunga esperienza di lavoro con le Associazioni di Volontariato che si occupano di pace, diritti e solidarietà. Per saperne di più...